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6 persone che vi faranno amare il Rayo
29 mag 2015
La terza squadra di Madrid, raccontata attraverso il suo allenatore, il suo centravanti, i suoi tifosi e altri esempi di una passione fuori dal comune.
(articolo)
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Nella periferia sud-est di Madrid, a 15 km di distanza dal borghese quartiere di Chamartín e dal maestoso Santiago Bernabéu, tra bar di tapas e mercerie, si fa largo il piccolo stadio di Vallecas, un catino da 15mila posti che il weekend acuisce il sentimento di appartenenza a un quartiere che si sente diverso.

È in questo enorme distretto, popolato da 244.000 abitanti, denominato Puente de Vallecas, che nacque il 29 maggio 1924 il Rayo Vallecano, club a immagine e somiglianza del quartiere in cui è nato, modesto e operaio come gli abitanti che lo popolano. Da cinque anni il Rayo orbita in Primera División e anche quest’anno è riuscito a salvarsi, proponendo un calcio offensivo e spettacolare.

Ho scelto sei persone che simboleggiano il Rayo e che ve lo faranno amare, se non lo amate già.

1. Paco Jémez, l’ideologo

Un discorso di Paco Jémez, che nel tempo libero fa il personaggio dei libri di Montalbán.

Gran parte del merito dell’esplosione del bel gioco del Rayo è dell’allenatore Paco Jémez, ex difensore roccioso che aveva già provato la passione di Vallecas da calciatore.

Un esempio della sua idea di calcio si è avuto il 22 settembre 2013, quel giorno il Barcellona espugnava Vallecas con un perentorio 4 a 0 ma, per prima volta dopo oltre cinque anni, i blaugrana venivano superati nella statistica del possesso palla. Quel giorno la notizia fu la scommessa azzardata persa da Jémez, la cui ambizione per il bel gioco venne esaltata dalla stampa iberica. A fine stagione il Rayo arriverà dodicesimo in Liga, ma il suo approccio propositivo diventa il suo marchio di fabbrica.

Ennesima prova dell’imposizione naturale di questa mentalità è un’altra sconfitta, quella dell’8 aprile scorso in casa contro il Real Madrid: in quel match il Rayo ha creato cinque palle gol e messo alla corde i blancos fino al 68’, quando Cristiano Ronaldo ha sbloccato il risultato dopo un’azione solitaria di Carvajal. Alla fine dell’incontro i tifosi applaudono una squadra di quartiere che ha giocato a viso aperto con una corazzata (Ancelotti aveva già applaudito Jémez qualche tempo fa).

Voi vi abbonereste se la vostra squadra giocasse così? O deve per forza vincere il campionato?

«Il mio gioco è volto all’attacco, perché il mio obiettivo è vincere tutte le partite», afferma Jémez. Nonostante la crisi di risultati attraversata a metà della scorsa stagione, la dirigenza ha continuato a scommettere su di lui, che da parte sua ha spiegato ai giocatori che non avrebbe cambiato la propria idea di gioco per niente al mondo, che sarebbe morto con le sue idee, piuttosto. Da quel momento i biancorossi hanno trovato le giuste motivazioni e l’allenatore canario ha anche recuperato un calciatore che si sentiva perso, e che oggi vive il momento più dolce della carriera, Alberto Bueno.

2. Alberto Bueno, il bomber del barrio

Cresciuto nel quartiere madrileno di Moratalaz, distretto adiacente a Vallecas, Alberto Bueno è la faccia vincente ma al contempo riservata del Rayo Vallecano. Secondo miglior bomber spagnolo della Liga appena conclusa con 17 reti, è passato dal giocare per strada allo stadio in pochi anni, spostandosi solo di qualche chilometro.

Bueno risponde al telefono a ora di pranzo, dopo che l'addetto stampa del Rayo Vallecano mi ha gentilmente lasciato il suo recapito telefonico con la promessa di non fargli domande di mercato, visto l'interesse che molte squadre hanno su di lui. Ed è di pochi giorni fa la notizia della sua cessione al Porto. Sposato e con una figlia, rinuncia a qualche minuto della classica siesta spagnola dopo pranzo per soddisfare la mia curiosità.

Formatosi nella cantera del Real Madrid, il numero 23 della squadra di Vallecas parla del sentimento Rayo: «Essere di questa squadra ti fa sentire amato dall’intero quartiere. Tutti gli abitanti si sentono identificati nella squadra perché la loro origine umile è riflessa nel nostro modo di giocare, senza paura e senza niente da perdere». Arrivato allo zenit della sua carriera a 27 anni, Bueno ha evoluto il suo modo di giocare grazie a Paco Jémez.

Il 28 febbraio 2015, in 14 minuti, Bueno ha messo a segno 4 reti, accennando un’esultanza molto pacata: «Quel giorno è stato incredibile, non ho mai ricevuto tanti messaggi dopo una partita e al quarto gol ho guardato attorno a me attonito».

L’ascesa di Bueno è direttamente proporzionale alla fiducia che Jémez è riuscito a infondergli, lo si capisce anche dal fatto che, pur arretrando di qualche metro la sua posizione, ha aumentato il numero di reti: l’anno scorso a fine stagione è arrivato a 12, cifra già superata da un pezzo quest’anno.

Bueno, che vive nel sobborgo borghese di Majadahonda, dove si allena l’Atlético Madrid, ama però passeggiare ogni tanto a Vallecas con sua moglie e sua figlia, perché, per lui, se uno è figlio del quartiere sarà per sempre una persona umile e il quartiere sarà sempre la sua dimensione. Da giocare per strada nel distretto di Entrevías, a pochi isolati da Vallecas, il "Jordan del Rayo", come lo chiama il direttore sportivo Felipe Miñambres, è arrivato a sudare la maglia nello stadio del distretto che lo ha visto formarsi poco a poco, prima della chiamata del Real Madrid: «Nelle giovanili del Real la pressione è elevata e in pochi riescono a progredire. Io ho avuto la fortuna di finire qui al Rayo, dove mi sento a casa e noto tanto affetto durante ogni partita».

3. Nonna Carmen

Carmen Martín Ayuso, 85enne di Vallecas, ha provato sulla sua pelle lo smisurato affetto di chi popola il suo stesso quartiere quando grazie al club sono stati raccolti ben 21mila euro per lei, dopo che il Tribunale di Madrid aveva deciso di sfrattarla dalla casa dove aveva vissuto per 50 anni a causa di un’ipoteca del figlio. L’intero quartiere si era mobilitato il giorno dello sfratto, e l’allenatore Paco Jémez aveva subito assicurato in conferenza stampa che il club non sarebbe stato con le mani in mano.

«Carmen meritava di poter vivere degnamente la sua vita e il giorno in cui è venuta a raccogliere l’assegno al centro di allenamento è stato tutto molto emozionante», racconta Bueno.

4. Wilfred Agbonavbare

El gato.

Per le strade di Vallecas i taxi indossano la stessa divisa del Rayo, bianca con una striscia trasversale rossa. I numerosi migranti del quartiere sono da tempo passati da essere tifosi passivi del Real a popolare la curva del Rayo, decisamente più accessibile, per prezzi e affabilità.

Se Bueno ha iniziato a calcare le strade del quartiere da sconosciuto per poi diventare un idolo, Wilfred Agbonavbare, portiere nigeriano, ha fatto il contrario. Al Rayo dal 1990 al 1995, Wilfred, come lo chiamano tutti nel quartiere, una volta ritiratosi dall’attività agonostica decise di trasferirsi con sua moglie a Vallecas, fissando il suo Buen Retiro nel quartiere dove più si era sentito a casa lontano dalla Nigeria. Il suo status di ex calciatore e campione d’Africa con la Nazionale nigeriana nel 1994 non gli garantì alcun impiego ben retribuito: fu così che Wilfred iniziò a guadagnarsi il pane facendo il fattorino, il facchino all’aeroporto e il benzinaio, mentre nel tempo libero allenava i portieri del Deportivo Coslada, una squadra amatoriale.

Poi il crollo: alla moglie venne diagnosticato un cancro al seno che non fu sconfitto nonostante l’ex portiere avesse dato fondo a tutti i suoi risparmi. Senza più soldi e con i figli nel suo paese natale, Wilfred vide la sua situazione peggiorare dopo che gli fu diagnosticato un tumore osseo. Il trattamento ricevuto in Florida non sortì alcun effetto e così l’ex portiere decise di trascorrere i suoi ultimi mesi di vita a Vallecas. In quel momento il sentimento del Rayo si manifestò: il club chiese aiuto ai tifosi per far sì che i figli di Agbonavbare potessero giungere a Madrid per rendere l’ultimo saluto al loro padre e la risposta del quartiere fu immediata.

Dopo la sua morte (27 gennaio 2015), il club gli rese omaggio dedicandogli l’ingresso numero 1 del suo stadio, in onore al numero di maglia che portò sulle spalle per 5 anni.

5. I bukaneros

A cinque metri dalla porta dove Raúl Tamudo mise a segno tre anni fa il gol salvezza al 93esimo minuto campeggia una bandiera pirata, quella dei Bukaneros. Il tutto deriva da un antico pregiudizio su Vallecas, da molti giudicato un quartiere dove tutto può succedere e tutto si può comprare, un autentico "porto di mare". Ed è per questo che, nella stagione 1991-92, sette tra i tifosi più accesi decisero di trasformare l’ormai vetusto Komando Vallecas nei Bukaneros, i pirati del quartiere. Da quel momento ogni agosto, prima che inizi la stagione, gli abitanti del quartiere si riuniscono nei pressi dello stadio per la rituale "battaglia navale", una lotta amichevole a base di gavettoni tramite la quale si cementa l’appartenenza al quartiere e alla squadra.

Ultimamente i Bukaneros hanno iniziato a scioperare per protestare contro le pesanti misure di sicurezza prese dal governo spagnolo in seguito alla morte di Willy, tifoso del Deportivo La Coruña. I tifosi del Rayo hanno manifestato dissenso soprattutto verso Javier Tebas, presidente della LFP (Liga de Fútbol Profesional), che ha nel suo curriculum la militanza in Fuerza Nueva, partito nazionalista di estrema destra, ed è quindi un nemico giurato dei rayisti, da sempre di spiccata fede antifascista.

Lo scorso febbraio un "arsenale" di 400 bengala era stato sequestrato dalla polizia, che aveva scoperto una sorta di magazzino riservato al gruppo di tifosi all’interno dello stadio. A partire da quel giorno i proprietari dei bar del luogo hanno fatto registrare dei malumori dovuti alla quasi totale assenza di clienti. Questo lascia intendere quanto i Bukaneros siano importanti non solo nel sostegno alla squadra ma anche nell’economia del quartiere. Lo sciopero del tifo è stato interrotto qualche settimana fa per il derby contro il Real Madrid, nel quale i Bukaneros hanno invaso il campo con un lancio di palloncini arancioni, come simbolo della libertà.

Oggi i Bukaneros sono oltre 400 e il loro apporto non si limita al sostegno della squadra durante le partite: la loro sede ufficiale è un piccolo spazio di cooperazione e di sensibilizzazione della vita di quartiere, dove i ricavi delle vendite di magliette e bevande servono per il sostenimento economico del club, che così non grava sulle spese di nessuno. Dalla sede i Bukaneros si muovono in massa per raggiungere lo stadio, mantenendo fede a un rituale che prese vita insieme alla creazione del gruppo stesso. Una carovana che spesso si fa portavoce di un messaggio politico, che protesta contro un politico corrotto, o contro Guantanamo.

Altro bersaglio delle critiche dei Bukaneros è José María Ruiz-Mateos, personaggio controverso che ha guidato il Rayo per vent’anni, dal 1991 al 2011. La sua gestione, che ha visto comunque la squadra risalire la china a livello sportivo, è sempre stata oscura. Prima di acquistare il club aveva passato qualche mese in carcere per aver dato un cazzotto all’allora ministro dell’interno Miguel Boyer, dopo che il Tribunale Supremo spagnolo aveva deciso di confiscargli la società Rumasa per non aver pagato le imposte dovute allo Stato.

Accusato di peculato, torna in carcere nel 2007 e nel 2011 lascia formalmente la carica di presidente a favore della moglie. A quel punto i Bukaneros esibiscono uno striscione che recita: «87 anni di storia meritano più rispetto», e un'immagine simile alla locandina de Il padrino con la sagoma di Ruiz-Mateos, noto esponente dell’Opus Dei.

La contraddizione è alla base del calcio e neanche il Rayo ne è esente: la dirigenza non ha mai avuto comportamenti esemplari, entrando nel 2012 nel regime della cosiddetta Ley Concursal, una sorta di adeguamento di conti con le entità bancarie che avevano fornito prestiti alla società. Nel 2011 la presidenza è passata all’attuale patron, Raúl Martín Presa, da molti considerato un fantoccio di Ruiz-Mateos, che in qualche modo continua a imporsi sulle decisioni societarie anche in contumacia.

6. Tutte le donne del Rayo

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Teresa Rivero, moglie di Ruiz-Mateos, è stata la prima e finora unica presidentessa di un club calcistico in Spagna. La sua investitura avvenne nel gennaio 1994 per scelta di suo marito José María Ruiz-Mateos. Da quel momento per il settore femminile del Rayo—dove dal 2002 aveva militato Milene Domingues, ex moglie di Ronaldo—iniziò la sua miglior epoca: alzando una Copa de la Reina, l’equivalente della Coppa del Re maschile, e il titolo di Superliga spagnola per ben tre volte dal 2008 al 2011.

Sotto la sua direzione, anche la squadra maschile è riuscita a ottenere un risultato storico: i quarti di finale della Coppa Uefa del 2000-01, quando ad avere la meglio sui biancorossi fu un’altra Cenerentola spagnola ormai fallita, l’Alavés di Vitoria, che in finale avrebbe poi perso con il Liverpool di Michael Owen e di un giovanissimo Steven Gerrard.

La squadra femminile ha avuto una drastica frenata di rendimento dopo l’arrivo del presidente Martín Presa, che ha trascurato il settore, riducendo nettamente gli investimenti. Nel giugno 2014 il patron aveva annunciato alle giocatrici in rosa il nuovo budget di 100mila euro, che secondo le testuali parole del portiere titolare Alicia Gómez era «una cifra ridicola, destinata allo sviluppo di una squadra di calcio amatoriale».

Con solamente tre giocatrici con lo status e il contratto da professionisti, il Rayo femminile ha rischiato di implodere. A salvarlo è stata l’allenatrice Laura Torvisco, unica donna a dirigere una squadra della Primera División femminile spagnola, che ha parlato direttamente con Paco Jémez, che ha dimostrato grande tatto e sensibilità decidendo di intercedere personalmente con la direzione del Rayo. A salvare il Rayo femminile è stata il ministro del lavoro spagnolo Fatima Bañez, che ha aperto un’indagine per verificare che le giocatrici del Rayo non fossero state ingaggiate con un contratto da donne delle pulizie. In tal modo Presa si è sentito spalle al muro e non è riuscito a disfarsi della più dolce realtà rayista di sempre.

L’importanza delle donne nella società rende il Rayo ancora più speciale e la dimostrazione dell’unicità del sentimento rayista è certificata dai tanti nuovi tifosi stranieri che non guardano alle stelle di bianco vestite del Real Madrid, ma cercano nella realtà familiare di Vallecas un’appartenenza sociale che da immigrati non trovano in altri contesti.

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