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Un marziano a Milano
19 apr 2016
Non capiremo mai Keisuke Honda.
(articolo)
12 min
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“Vasto spiegamento di forze a San Siro”. Quella che potrebbe essere la scena madre di un poliziesco all’italiana anni Settanta, è in realtà l’introduzione della breaking news con cui il sito ufficiale del Milan annunciava la presentazione ufficiale di Keisuke Honda: “l’evento-Honda”, come si legge nel titolo. Nessun Tomas Milian, dunque, ma un biondo numero dieci con gli occhi a mandorla e il portamento elegante.

Due anni dopo, le stesse immagini rievocano una sensazione straniante: il divario tra la percezione popolare di sostanziale indifferenza e uno dei pochissimi casi in cui in Italia la parola “evento” era stata accompagnata a una cornice degna del suo pubblico. Il Milan aveva fatto le cose per bene, il logo ufficiale, “Welcome Keisuke”, l’hashtag dedicato per il live-tweeting, il video di presentazione sul prato del Meazza con la voce fuori campo giapponese e Il Mondo in sottofondo. (Il Mondo è una delle canzoni italiane più famose in Giappone, il vinile con Jimmy Fontana e Catherine Spaak coperti da ideogrammi è uno degli articoli più interessanti attualmente in vendita su eBay).

«Ho vissuto in prima persona l'arrivo di Ronaldinho, ma non c'era all'aeroporto la ressa vista questa sera», disse allora Ernesto Bronzetti. Eppure fuori da quella sala, lontano da giornalisti e flash fotografici, c’era una stagione deludente, il mercato invernale appena iniziato e le aspettative per l’ennesimo parametro zero della gestione Galliani non troppo diverse da quelle che accompagnarono gli acquisti di Flamini o Van Bommel. Honda era un buon rincalzo, un giocatore tecnico, un discreto affare. Contemporaneamente, Honda era una star.

Oggi che raccoglie prestazioni insignificanti nei grigi pomeriggi di Reggio Emilia, che gioca settanta minuti contro la Juventus di impatto così irrilevante che il giorno dopo se ne ricorda solo una non-giocata, un pallone pigramente lasciato sfilare in rimessa laterale che ha di poco preceduto il pareggio di Mandzukic, è inutile questionare della misura in cui si sia effettivamente rivelato un buon rincalzo. È esperienza assai più gratificante lasciarsi travolgere dal fascino inebriante della sua dimensione da star.

Alieno in campo

Honda è un giocatore straniante sotto qualunque punto di vista. Ha un piede sinistro che è “giapponese” nella sua massima definizione: quello che succede in fase di coordinazione non ha nessuna importanza, la palla può comunque prendere qualunque traiettoria. Holly carica il suo Drive Shoot esattamente come ogni altro, solo che il cielo diventa viola, la palla rilascia un fascio luminoso e quello che sembrava un colpo di collo diventa un pallonetto. È il più comodo degli stereotipi e la più efficace delle definizioni.

Honda è in controtempo sul passaggio e sembra limitarsi ad accarezzare la palla, poi lei fa quello che vuole.

Altrettanto giapponese è un modo che ha di calciare le punizioni, che ha anche un nome bellissimo: mukaiten. Colpisce di collo interno con l’effetto impresso verso l’esterno, e d’accordo che i palloni di nuova generazione, che le valvole, che le cuciture, ma il risultato è ugualmente impressionante. Con il mukaiten, Honda ha segnato il più incredibile gol della storia del gioco (almeno nell’opinione dell’utente di Youtube che ne ha caricato il video). In particolare, c’è uno slow-motion del mukaiten con cui ha segnato alla Danimarca che sembra rivendicare tutti gli sceneggiatori di Captain Tsubasa: avevate ragione voi, eravate solo in anticipo sui tempi.

Sempre Bronzetti disse al suo arrivo «ne vorrei di giocatori così lenti, lui non perde mai la palla e sa sempre dove metterla. Segna e fa segnare. Anche Rivera era lento, no?». Che non perda mai la palla non è esattissimo, che sappia sempre dove metterla neanche, ma che segni e faccia segnare è fuori discussione. In tutti i gol più belli del Milan quest’anno a un certo punto dell’azione c’è una giocata di Honda che la incanala. Anche quando viene tagliato fuori dagli highlights, come contro il Palermo: si muove per ricevere, attira due avversari e in equilibrio precario lancia Abate in corsa con il mezzo esterno.

Guardando molti video di Honda mi sono convinto che non esistano tocchi brutti, al massimo brutte giocate, ma ogni singolo tocco al pallone è delizioso.

Il ruolo di Honda non è chiarissimo, anche lui si è espresso in maniera contraddittoria a riguardo, eppure la giocata che preferisce, quella che combina meglio le sue due anime di esterno destro e trequartista, è certamente il tocco con il sinistro verso l’interno del campo in zona trequarti. Contro il Napoli permette a Bonaventura di pareggiare, prima agganciando al volo, poi esibendo un colpo secco che pare una livella. A volte invece sembra un giocatore di beach soccer – il suo primo grande gesto tecnico in Serie A è un assist per Kakà, colpisce il pallone dallo stesso fazzoletto di campo come se lo sollevasse da una duna di sabbia.

E la pausa con cui disorienta il difensore del Chievo e manda in controtempo la difesa è semplicemente emozionante.

Il valore di Honda è però direttamente proporzionale alla brevità dei frame che ne racchiudono le giocate. Spesso decisivo ma mai incisivo, spesso risolutivo ma mai trascinante, confinato in quella dimensione da trenta secondi di gioia per gli occhi e novanta minuti di passettini, controlli di troppo, passaggi nel vuoto, dribbling rimbalzati sugli avversari. Nella sua più comune definizione, Honda è un giocatore apatico, indolente, indisponente. Tutti aggettivi negativi, come se Honda potesse essere definito solo per sottrazione, per quello che non è eppure potrebbe essere. Come se Honda fosse una divinità orientale.

Alieno fuori

Honda dev’essere parecchio straniante anche per chi lo intervista, chiedere alla giornalista di Milan Channel che ne registrò le prime parole dopo l’arrivo in Italia. Sguardo-laser per l’occasione.

Aiuto.

«Voglio segnare, voglio servire assist, sono un giocatore offensivo. Non mi importa in quale posizione ma voglio giocare davanti». I primi dubbi sulla sua collocazione in campo si erano già insinuati in quei cinque minuti concessi al canale ufficiale milanista. Honda risponde alle domande a ritmo cadenzato, monocorde, dice «I am excited» col tono di chi non lo sembra affatto, poi chiosa «I have confidence» col tono di chi sembra averne tanta.

In effetti è così, ogni volta che Honda capita davanti a un microfono sembra un alieno caduto nel mondo del calcio. Un mondo del quale si hanno anche dubbi faccia effettivamente parte, dato che, per citare l’esempio più recente, a una settimana di distanza non aveva idea che Higuaín fosse stato squalificato per quattro giornate. Certo, esistono altri calciatori che stupiscono per ogni dichiarazione, per quanto pochissimi, ma su un piano differente: Ibra parla con la sicurezza del bullo, Honda con quella del primo della classe. Ogni tanto sui quotidiani italiani spuntano frasi che avrebbe rilasciato ad agenzie di stampa giapponesi, spesso accompagnate dalla parola “choc”.

A ottobre reagì così ad una domanda sullo scarso approccio mentale della squadra: «Non ha senso dare la colpa ai giocatori. Negli ultimi anni il Milan ha mandato in campo tanti uomini e quest'anno ha speso cento milioni, ci sono tanti nazionali, eppure come mai non riescono a rendere quando arrivano al Milan?». Poi avrebbe chiesto un esame più ampio, che includesse anche «dirigenza, tecnico, tifosi e media» e concluso in un flusso di egotrip: «So che riceverò critiche per queste parole, ma sono importanti per il futuro del Milan».

Come nelle interviste, così in campo. Keisuke sempre a testa alta.

Due mesi dopo rincarò la dose, sempre rivolgendosi alla stampa giapponese: «Allegri ha voluto acquistarmi, ma da allora la situazione ha iniziato a diventare davvero brutta. Sono venuto qui con la speranza che sarei stato in grado di aiutare a cambiare le cose, ma poi gli allenatori hanno iniziato ad essere licenziati, e di conseguenza, il Milan ha avuto un percorso difficile negli ultimi due anni e mezzo, tre anni. Non siamo più in una posizione in cui possiamo acquistare qualcuno e sperare che lui da solo possa sistemare la situazione».

Mihajlovic replicò alla sua maniera in conferenza stampa: «Vedo che qua non parla, poi quando va in Giappone lo fa. Forse non è stato inteso bene, non so, bisogna vedere che cosa hanno riportato. Lui capisce quello che vuole, fa il napoletano...». In realtà sembra che questa presunta incomunicabilità dica più del giornalismo italiano che di Honda (o dei napoletani). Che, per metterla in termini economici, la carenza stia più sul lato della domanda che su quello della risposta.

Ad esempio, Keisuke ha rilasciato due lunghe interviste per La Repubblica e sono entrambe ricche di riflessioni interessanti. Nella prima, in data aprile 2014, si occupò dell’equivoco sul suo ruolo, ad oggi ancora non chiarito: «Dico la verità, la prima volta a destra col Milan mi sono sentito a disagio, infatti ne ho parlato spesso con Seedorf e mi ha spiegato che secondo lui ho le qualità per questo ruolo. Così a poco a poco mi sto adattando, un calciatore deve sapere fare tutto per la squadra».

Una cosa da ala destra di Honda, salvataggio di ammirevole sacrificio e poi un cross con quelle traiettorie assurde che disegna solo lui.

Nella seconda, che risale a due mesi fa, ha discusso con il giornalista delle pretese di spettacolo invocate a gran frequenza dal presidente Berlusconi: «Forse dovremmo accontentarlo, ma se domandiamo qual era lo stile di gioco ai tempi di Shevchenko, Pirlo, Seedorf, Gattuso, non so se tutti risponderanno nello stesso modo. Quel Milan vinceva in contropiede. Io lo guardavo in tivù, da ragazzo». Dalla carta stampata non si percepisce con precisione, ma sembra che Honda imbruttisca al giornalista anche su un argomento che ha appena tirato fuori lui.

Honda è serio anche quando sarebbe assolutamente fuori luogo esserlo. Dopo un 4-0 rifilato col Giappone alla Palestina in Coppa d’Asia, ritenne opportuno lamentarsi dello scarso livello della classe arbitrale asiatica: «È stato come giocare a basket, ogni volta che li toccavamo era fallo, come se fosse basket». Forse per questo l’imitatore che impersona Honda per la tv giapponese veste in giacca bianca, occhiali a goccia, capello ossigenato, e parla di sé in terza persona elencando con tono serissimo problemi ordinari come: «Quanto riesco a bere spendendo poco è una battaglia personale tra me e il bar».

L’imitazione, molto divertente, di Mr. Honda.

È un bel direttore

Dove però Honda ha modo di sfogare completamente la sua pacatissima follia è nel ramo imprenditoriale. Ha prodotto un quadernetto di grandissimo successo su cui scrivere i propri sogni. Il Dream Notebook è in realtà tradizionale in Giappone, ci sono tutorial su Youtube che spiegano come curarne uno e lo stesso Keisuke ha detto di averne avuto uno da bambino, però possederne uno con la copertina tutta nera e l’effigie di Honda alza tantissimo l’asticella per il futuro. Poi ha fondato con il fratello Yoji una società a conduzione familiare, la Honda Estilo Co., attraverso la quale gestisce 60 scuole calcio in Giappone, e dallo scorso giugno anche un club di terza divisione austriaca, in cui travasare talenti dal Giappone.

Per questi motivi Keisuke è probabilmente l’unico ad aver digerito il recente ritiro a Milanello imposto dalla dirigenza rossonera. Mentre i compagni di squadra piangevano i figli lontani, per Honda è stata un’occasione per «stare insieme, parlarci, allenarci». Alla sciagurata precisazione del giornalista “ma cos’ha fatto esattamente?”, Honda ha risposto in un effluvio di entusiasmo: «Business. Ho curato i miei affari in Giappone, parlato con i miei collaboratori, lo sa che ho 110 dipendenti? Ho 60 scuole calcio, con 80 allenatori e 3000 bambini. Vorremmo espandere il progetto in Thailandia, Cina, Cambogia, Vietnam e anche negli Usa. Poi in Austria ho anche un club di terza divisione». Fategli una domanda sul campionato in cui gioca, e risponderà a monosillabi. Dategli una parete, un proiettore e dei dati da snocciolare, e lo farete felice.

Della sua squadra austriaca aveva detto a La Repubblica:«Siamo primi. L'obiettivo è la Champions in 5 anni. E di riempire stadi vuoti. Vedo ovunque lo stesso problema di San Siro. Il marketing è troppo indirizzato agli uomini. Bisogna portare negli stadi donne, bambini e famiglie». E se dopo queste parole non abbiamo ancora l’intervista doppia con Berlusconi da vendere in tutto il mondo è solo per l’inadeguatezza della stampa italiana. E non è stato neanche il suo momento-Berlusconi più alto, arrivato poco dopo: «Magari un giorno stampa e tifosi diranno di me: non sarà stato il migliore 10 della storia del Milan, ma guarda dove è arrivato come presidente». Fuori di testa, Keisuke.

Il primo gol con la maglia del Milan di quello che, possiamo sbilanciarci, non sarà il miglior numero 10 della sua storia.

Keisuke è un uomo in missione: «L'esperienza attuale mi sta aiutando per l'Horn. Guardo al Milan anche dal punto di vista del dirigente, dell'allenatore. Non sono al Milan solo come un giocatore, ma ho analizzato e osservato il club su diverse angolazioni». Per questo dobbiamo accettarne distrazioni e assopimenti, il calcio giocato è solo un’angolazione del suo talento. Quando le energie nervose lavorano in simbiosi con il suo piede sinistro producono bellezza istantanea, quando sono orientate altrove generano quel grande equivoco che ad oggi è ancora il Keisuke calciatore.

Leggerezza orientale

Parlando della sua cultura, Honda ha detto: «Una parola forte, che mi piace molto, è gaman: pazienza. Noi giapponesi siamo molto pazienti». Seguendo le meravigliose sfumature della lingua giapponese, gaman è l’altra faccia di ganbaru, che da gaman genera. La seconda parola rappresenta la pazienza passiva, riconducibile alla resilienza, la prima la pazienza attiva, traducibile con “perseveranza”, capacità di superare gli ostacoli.

Keisuke Honda, sia in campo che fuori, è perfettamente gaman. Quel suo modo alieno di stare al mondo, quel senso di superiorità ben radicato ma mai sfacciato, quella capacità di resistere agli urti e contenerli nell’insofferenza di un broncio, quella leggerezza con cui decide le partite da fermo, spostando tutto il peso del corpo sul piede destro e accarezzando il pallone con l’altro.

Honda si muove al ritmo delle canne di bambù mosse dal vento, tra l’altro una delle cose più gaman che esistano. Magari se fosse introdotto dal loro suono cullante, invece che dalla voce eccitata dello speaker del Meazza, riusciremmo ad accettarlo più facilmente.

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