
Quando un paio di settimane fa Liverpool e PSG si sono affrontati per il ritorno degli ottavi di finale di Champions League, è stato un po’ come assistere a una lunga sfilata in cui si esibivano alcune delle migliori ali del mondo. Se, a dare un senso al gioco, ci pensavano Vitinha da una parte e MacAllister dall’altra, a imprimere la velocità sono state le ali. Merito loro, con i dribbling, i primi controlli e le accelerazioni, se ad Anfield non c’è stato un attimo di tregua. Il Liverpool, in maniera tradizionale, di ali ne aveva due: Salah a destra e Luis Díaz a sinistra. Il PSG, addirittura, ne schierava contemporaneamente tre: Barcola in ampiezza a sinistra, Kvara e Dembélé a infestare come dei fantasmi i corridoi centrali. Per non parlare, poi, dello spettacolare ingresso di Desirée Doué a partita in corso.
C’è un dettaglio che lega quasi tutti i nomi citati, al di là delle caratteristiche individuali: si tratta per lo più di ali a piede invertito. Solo Doué ha giocato sul suo lato forte, destra e centro destra, ma si tratta di un giocatore con un controllo così capillare della palla che probabilmente potrebbe partire anche da difensore centrale. Per il resto, Salah, Dembélé, Luis Díaz, Kvara e Barcola giocavano tutti per rientrare sul piede forte.
Non è nulla di nuovo, anzi, è l’orizzonte delle ali dei nostri tempi: il calcio contemporaneo ritiene più redditizio puntare su elementi che possano convergere e avere un ventaglio maggiore di opzioni rispetto a chi gioca a piede naturale.
È una rivoluzione partita una ventina d’anni fa e culminata in quest’epoca in cui di ali che giocano sul lato forte quasi non ne esistono più.
Un paio di settimane fa The Athletic ha pubblicato una bella intervista a Robert Pirés, uno di quegli esemplari che per primi hanno contribuito a plasmare le prospettive delle ali odierne, e il francese ha spiegato cosa lo abbia spinto a trasformarsi da numero dieci classico in esterno a piede invertito, quali fossero i vantaggi di un’evoluzione tanto insolita nella sua epoca, in cui vigeva ancora un’interpretazione tradizionale del ruolo: «Visivamente parlando, se un destrorso gioca sulla sinistra la sua visione periferica diventa tremendamente ampia. Ciò significa che dopo aver ricevuto, puoi puntare l’uomo sulla fascia oppure cercare il passaggio per il centrocampista o per l’attaccante. Un sacco di difensori contro cui ho giocato non sapevano come comportarsi con me, perché non erano abituati».
Pirés parla del ruolo con lo spirito di chi si sentiva soprattutto un centrocampista. È significativo che parli di passare il pallone a centrocampisti e attaccanti. Lo step successivo nella rivoluzione delle ali a piede invertito è stato trasformare gli esterni quasi in attaccanti, il cui pensiero era rientrare sul piede forte per vedere la porta: un processo accelerato in maniera irreversibile dalla coppia di ali del Bayern, Robben e Ribery, coloro che hanno definito più di tutti l’immaginario delle ali a piede invertito, ma anche dall’evoluzione di Cristiano Ronaldo: controllo, dribbling a rientrare, saetta sul palo lontano. È così che idealmente vorrebbe giocare ogni ala.
Un’interpretazione del ruolo diventata egemone sia per il talento straordinario di chi per primo ha schiuso questa prospettiva, e ha fatto capire quanto fosse produttivo rientrare sul piede forte, sia per l’evoluzione del gioco in generale.
Da Guardiola in poi, tutte le squadre hanno cercato di costruire in maniera più organizzata i propri attacchi. In particolare, alle grandi, che trascorrevano tanto tempo sulla trequarti, occorreva giocare con precisione in una zona così cruciale del campo. Le ali a piede invertito erano naturalmente portate ad essere più associative di quelle a piede naturale, a condurre palla dentro per poi scaricarla più facilmente ai compagni vicini.
Col tempo, poi, la necessità di presidiare contemporaneamente tutti e cinque i corridoi verticali ha portato tante ali a stringere nelle tasche interne per lasciare l’ampiezza ai terzini: va da sé che è più produttivo far ricevere in zone interne un giocatore a piede invertito piuttosto che uno schierato sul proprio lato forte.
Questa vocazione per un maggior controllo e per il dominio di certi spazi, poi, è stata sorretta da un uso massiccio dei dati. Il che he convinto sempre più squadre a individuare soluzioni statisticamente più vantaggiose, tra le quali spesso non rientravano i semplici cross: senza bisogno di fiondare palloni in area, le possibilità di incidere per le ali a piede naturale, abituate a puntare il fondo per crossare, diventavano ancora più ristrette.
Non che i cross siano stati eliminati dal gioco, anzi. Il fatto è che la loro costruzione è diventata parecchio elaborata, perché si cerca sempre di arrivarci da condizioni di vantaggio. Se una volta il cross nasceva improvvisamente dallo spunto in uno contro uno dell’ala, che lo cercava come sbocco naturale della propria iniziativa, adesso si cerca di creare lo spazio affinché chi effettua il cross lo faccia con un’intenzione precisa, non di default, e nel frattempo i compagni abbiano avuto il tempo di occupare l’area. Lo sappiamo meglio di tutti in Italia: la grande diffusione del 3-5-2 e delle sue varianti ha relegato le ali in un ruolo minore nel nostro Paese rispetto al resto d’Europa; tuttavia, nella mansione specifica di dare profondità e arrivare al cross, si può dire che gli esterni a tutta fascia abbiano sostituito le vecchie ali a piede naturale, pur senza il loro dribbling.
Infine, merita una considerazione l’evoluzione dei sistemi difensivi. Di per sé, le opzioni per un’ala a piede naturale sono minori, perché si tende a giocare sul binario. La maniacalità nel comprimere gli spazi, sia scivolando verso l’esterno, sia negando la profondità, e il maggior atletismo di chi difende, hanno ridotto ulteriormente il margine di manovra, ed ecco che difficilmente può sembrare vantaggioso schierare le ali sul piede forte.
Eppure, nonostante si tratti di casi sempre più rari, di ali a piede naturale ne esistono ancora. Sarebbe facile abbracciare la retorica della resistenza al calcio moderno e parlare di giocatori del genere come degli ultimi romantici. La realtà, però, non è questa. Se ancora c’è spazio per qualche esterno a piede naturale, è perché si tratta di giocatori che hanno saputo rivisitare in chiave moderna il ruolo. Pulisic in Serie A, Raphinha e Inaki Williams in Liga, Savinho ed Elanga in Premier League, sono tutti casi di successo di giocatori che hanno saputo offrire dei vantaggi nonostante la scomodità apparente di giocare sul proprio lato forte. Ognuno di loro, in maniera diversa, mostra quali possano essere i benefici di puntare su un’ala a piede invertito nel 2025.
PENSARE IN VERTICALE
Il vantaggio più immediato ed evidente di giocare sul lato forte, è la tensione verso la porta: poiché muoversi in orizzontale o in diagonale può diventare più scomodo, soprattutto con la palla, si è portati a esplorare con più frequenza i movimenti in verticale. Come caso più estremo si potrebbero citare i tagli di Callejon, ma senza arrivare all’eccellenza dello spagnolo senza palla, è evidente anche con altri giocatori.
Lo scorso anno, ad esempio, Pioli si era detto soddisfatto del rendimento di Pulisic sulla destra proprio per questo motivo: «Lui all'inizio era convinto che a sinistra avrebbe reso di più, ma forse lì vuole sempre la palla addosso. Invece a destra va molto spesso in profondità e mi piace».
In effetti, lo scorso anno Pulisic giocava in maniera più pura da ala e tagliava spesso. Quest’anno si muove di più in funzione della palla, ha sacrificato un po’ di verticalità per avere influenza sul possesso.
Chi invece è esploso quando ha potuto pensare in maniera più diretta, trasformandosi da ala a piede invertito piuttosto inefficace in un’ala a piede naturale dai numeri straordinari, è Raphinha.
Per una stagione e mezza, fino a quando aveva giocato a piede invertito, cioè, il rendimento di Raphinha al Barcellona era stato mediocre. Poi, per sua fortuna, sulla destra è arrivato Lamine Yamal, lui si è spostato sulla sinistra ed è diventato uno dei migliori giocatori al mondo. Com’è possibile?
Il fatto è che giocare a sinistra ha liberato Raphinha di responsabilità nel gioco che non potevano appartenergli. Per quanto siamo abituati a pensare alle ali odierne come attaccanti che entrano dentro al campo per poi calciare col piede forte, in realtà i migliori esterni a piede invertito sono quelli che possono minacciare l’avversario su entrambi i lati: abbastanza estrosi da poter rientrare sul piede forte, abbastanza veloci da poter puntare il fondo. Vinícius, Rodrygo, Leão, Dembélé, anche Kvara, che pure non ha il loro atletismo: difficile capire a priori da che lato andranno via. Raphinha, invece, a piede invertito non aveva nessuna delle due opzioni: né l’inganno per dribblare rientrando, né il cambio di passo palla al piede per andare via verso il fondo. In più, non era nemmeno così associativo da combinare con i compagni.
Xavi lo usava in ampiezza, o comunque nel suo gioco lo faceva spesso ricevere in maniera statica, e Raphinha non aveva il tipo di talento per incidere in quelle situazioni. Dirottato sulla sinistra, il brasiliano, anche in maniera inconscia per il fatto di essere mancino, ha iniziato a pensare in verticale. Alla prima partita da ala a piede naturale, contro il Las Palmas, ha procurato un’espulsione al portiere e segnato il gol dell’1-0 finale. Nella gara successiva, all’andata dei quarti di finale di Champions League in casa del PSG, ha segnato una doppietta nella vittoria esterna per 2-3. Il contributo di Raphinha alla fase offensiva, in quelle due partite che ne hanno rivoltato la carriera, è arrivato principalmente in un modo: tagliando in profondità.
Lasciato l’onere di creare col pallone a Lamine Yamal e ai centrocampisti, Raphinha ha inziato a muoversi senza palla come un pugnale, dritto nel ventre molle delle difese avversarie per sbucare alle loro spalle, nello spazio tra centrale e terzino.
Poi è arrivato Hansi Flick, Raphinha è rimasto padrone della fascia sinistra – quest’estate si era indispettito per un post su Instagram di un account che sul suo numero 11 aveva piazzato il nome di Nico Williams, di cui si parlava come nuovo acquisto blaugrana – e ha contribuito attivamente a trasformare il Barcellona nella squadra col maggior potenziale offensivo al mondo.
Senza palla, sia in ampiezza che nel mezzo spazio sinistro, ha continuato ad attaccare lo spazio per ricevere in profondità o per stirare gli avversari: più che un’ala, Raphinha è quasi un attaccante ombra, che può partire più o meno largo per poi arrivare in porta di sorpresa. Con la palla, il fatto che il Barcellona sia diventato così dominante gli ha semplificato la vita nel momento di partecipare alle combinazioni sul limite dell’area. Quando invece può correre palla al piede (in transizione o dopo aver risucchiato gli avversari con la costruzione dal basso), diventa molto più preciso e veloce a condurre sul lato forte. Giunto nei pressi dell’area, poi, il fatto di giocare a sinistra valorizza le sue qualità balistiche: quando Raphinha calcia non lo fa ad effetto, ma in maniera secca, ha un mancino potente e preciso. Per questo le sue esecuzioni preferite sono i cross rasoterra o a mezz’altezza e i tiri a incrociare sul secondo palo: due soluzioni naturalmente favorite dal fatto di giocare sul piede forte.
Chiarito questo, non è detto che in futuro Raphinha non possa tornare a giocare a piede invertito. Il fatto è che però, in una squadra con le esigenze del Barcellona, difficilmente potrà farlo. A piede naturale, invece, ha trovato una sua dimensione anche al livello più alto.
Ci sono calciatori che hanno bisogno di “semplificare” il proprio gioco e di sicuro giocare a piede naturale aiuta più che farlo sul lato opposto. La prospettiva garantita dal giocare sul lato debole, la visione periferica di cui parlava Pirés, a certi giocatori non serve. Meglio pensare al campo in verticale e sviluppare il proprio gioco in maniera diretta.
SI PUÒ RIENTRARE SUL PIEDE FORTE DAL LATO DEBOLE?
Se, quando si cerca verticalità, i vantaggi di un’ala a piede naturale sono tangibili, il discorso diventa più complicato quando invece dagli esterni offensivi si pretende altro, magari più responsabilità creative con la palla.
Quando si parla di ali a piede naturale, il problema principale, si pensa, è che c’è solo un binario su cui portare palla. Si sottovaluta, in realtà, quanto si possa uscire da quello schema. Christian Pulisic ne è una dimostrazione valida.
Arrivato al Milan, l’americano è stato costretto a giocare quasi solo sulla destra, visto che la fascia sinistra è di proprietà di Leão. Di Pulisic va detto che si tratta di un giocatore ambidestro, che quindi assorbe più agevolmente il cambio di fascia.
Il modo in cui da destrorso gioca sulla destra, però, è particolare. Pulisic, infatti, è uno di quei giocatori che riescono a convergere pur giocando sul proprio lato forte. E l’americano lo fa portando palla verso l’interno con il destro, non con il sinistro. Non è un fondamentale troppo comune, ma chi riesce a farlo – Pulisic, Savinho, Foden quando veniva schierato da ala a piede naturale – riesce a ritagliarsi un vantaggio non indifferente: non solo perché, come quando si gioca a piede invertito, c’è la possibilità di andare via sia verso il fondo che verso l’interno, ma anche perché, in maniera controintuitiva, combinare con i compagni o dribblare può essere più facile.
Convergere partendo dal proprio lato forte significa, durante la conduzione, tenere la palla più vicina all’avversario: se, per esempio, da destra porto palla col destro, è chiaro che il pallone sarà più scoperto e più esposto al tackle di quando invece, da destra, porto palla col sinistro, che è il piede lontano rispetto all’avversario. Da un lato, quindi, è più facile perdere palla. Dall’altro, però, si invita più facilmente l’avversario ad essere aggressivo, ad abbandonare la posizione o a mettere il piede, a stanarlo per fare la prima mossa, e quindi si creano le condizioni per dribblarlo o per approfittare dello spazio che si crea con una triangolazione.
È un tipo di giocata che Pulisic sa eseguire sulla trequarti e che lo porta ad avvicinarsi ai compagni e alle zone più pericolose nonostante parta dal lato forte.
Se poi si ha anche la qualità per alternare i piedi tra i tocchi, allora si può condurre col piede forte per poi calciare col piede debole. Un po’ come in questo gol di qualche anno fa contro il Milan di Chiesa, un altro giocatore che era in grado di convergere con il piede forte pur giocando a piede naturale.
Vero, non sono in tanti i giocatori in grado di eseguire giocate del genere, ma vent’anni fa non lo erano nemmeno le ali a piede invertito capaci di produrre qualcosa rientrando. Sembra essere anche una questione d’abitudine, non solo di livello assoluto: Saelemaekers non ha il talento di Pulisic o Foden, ma anche lui, nel suo piccolo, partendo da destra è in grado di convergere portando palla con il destro.
E del resto, il fatto di condurre in diagonale dal proprio lato forte, dall’esterno verso l’interno, è qualcosa che accade ormai di frequente con i terzini, anche se qualche decina di metri più indietro, dove c’è più spazio.
Il caso più estremo di una tipologia di ala del genere è senza dubbio Savinho che, anzi, per la sua parabola sembra un caso più unico che raro nel panorama del calcio contemporaneo. A Savinho non manca nulla come tecnica e velocità. Da mancino naturale, però, in questo momento è nettamente un giocatore migliore a sinistra rispetto a quando gioca a piede invertito. C’entra probabilmente il fatto di aver giocato quasi solo in sistemi dalla forte impronta posizionale, quello di Míchel a Girona e quello di Guardiola a Manchester. Due allenatori che da un’ala col suo spunto pretendono sempre ricezioni in ampiezza (che è uno dei motivi per cui Guardiola, paradossalmente, è rimasto uno dei pochi ad usare con costanza le ali a piede naturale lungo tutta la carriera: Douglas Costa e Coman al Bayern, Sané e Savinho al City, non hanno giocato solo a piede invertito ma spesso anche sul proprio lato forte).
Savinho, per certi versi, sembra quasi l’ultima ala vecchio stampo della storia: la situazione di vantaggio per il cross non gliela deve creare il gioco, se la procura da solo ingannando l’avversario e puntando il fondo come si faceva davvero in altre epoche. Le parabole che riesce a disegnare dal fondo, poi, sono sempre potenti e arcuate, e già solo per questo sarebbe un peccato non sfruttarlo a piede naturale.
Soprattutto, però, i dribbling verso l’interno e le scelte di Savinho diventano più affilati partendo dal lato forte.
Quando parte da sinistra e rientra sul mancino può saltare l'uomo continuando a convergere, oppure, se quello riesce a stargli dietro, arrestarsi e sterzare improvvisamente verso il fondo, così da levarselo così di torno. Insomma, l'imprevedibilità rimane anche dal lato forte, mentre invece a piede invertito diventa più temperata, alterna di meno velocità e tocchi. Anche qui, è una questione di dove si tiene palla rispetto a chi difende.
Quando si converge dal lato debole (nel caso di Savinho, quando porta palla col mancino partendo da destra), la palla resta più lontana dal difensore, che quindi assume un atteggiamento più prudente e preferisce accompagnare invece di mettere il piede (al contrario del caso analizzato sopra). In un certo senso, invitare l'uomo all'errore diventa più difficile, nonostante a piede invertito si aprano maggiori prospettive: la possibilità di associarsi coi compagni, di crossare a rientrare o di calciare (e nessuna delle tre è una specialità di Savinho, che però non è detto che in sistemi meno posizionali, che quindi gli permettano anche di ricevere lontano dalla fascia, non possa preferire giocare sul lato debole).
A questo punto, però, bisognerebbe porsi una domanda: quante ali sono davvero in grado di approfittare dei vantaggi che comporta giocare a piede invertito? Quante sanno combinare qualcosa di produttivo una volta che si converge? Quanto sanno crearsi lo spazio per un tiro che sia davvero pericoloso? Quanti sanno disegnare un filtrante per il taglio dal lato opposto? Quanti riescono a eseguire un cross a rientrare che non finisca tra le braccia del portiere? Quanti sanno saltare davvero l’uomo? Quanti sanno avvicinarsi ai compagni per triangolare?
Sono tutte qualità che non è detto debbano appartenere in automatico alle ali a piede invertito. Non sono poche quelle che convergono palla al piede in maniera velleitaria. Non è un caso che si tratti del tipo di giocatore verso il quale molti tifosi risultano più insofferenti: chiedete a quelli del Milan cosa ne pensassero dei dribbling a rientrare di Suso o di Messias. I tifosi del Napoli erano persino arrivati a criticare Insigne, il quale poteva solo rientrare perché non aveva lo spunto per puntare il fondo.
Ora, non è che la soluzione per tutti gli esterni improduttivi sia tornare ai vecchi tempi e riprendere a giocare a piede naturale. Però, delle volte c’è l’impressione che vi sia un sovrannumero di ali a piede invertito, un ruolo con delle mansioni alle quali non è così facile adempiere.
E chissà, magari per una piccola parte di loro sarebbe bene cambiare punto di vista, vedere il calcio un po’ più in verticale e con un orizzonte meno ampio, anche per semplificare i propri compiti.
Ovviamente i casi di ali a piede naturale continuano a rimanere una netta minoranza e non sembrano esserci cambi di paradigma all’orizzonte. Nel calcio, però, tutto è ciclico: soluzioni che si pensavano obsolete riemergono per ovviare a problemi che non si era più abituati ad affrontare. E chissà che non accada lo stesso con gli esterni che giocano sul lato forte.