
È il 20 novembre 2022 e, durante il primo Summit della IFSC (The International Federation of Sport Climbing), Janja Garnbret, atleta slovena due volte campionessa olimpica, spiazza la platea parlando esplicitamente e pubblicamente di un tema che fino a quel momento è stato considerato un tabù: «Vogliamo crescere la prossima generazione di scheletri? Questa è la domanda che dobbiamo porci. Di certo non stiamo andando nella direzione giusta e dobbiamo fare qualcosa al riguardo».
Il problema del peso nell’arrampicata, e la conseguente discussione sui disturbi alimentari che comporta, sono stati un argomento tabù troppo a lungo. Fino agli anni ‘80, alpinismo e arrampicata erano realtà di nicchia. Quando queste discipline sono diventate mainstream, il risultato è stato da una parte la possibilità per tutti di scalare e allenarsi in palestre anche vicino casa e non solo in montagna; dall’altra, l'emergere di problematiche che per tanti anni sono rimaste nell’ombra e di cui nessuno parlava.
La prima volta che sono entrata in una palestra di arrampicata mi sono venuti i brividi. Le pareti sono davvero, davvero alte. Guardi in alto e pensi: “Terranno le corde? L’imbrago? È faticoso? Come si fa?”. Io arrivo dall’acqua, dal nuoto, dalla ripetizione all’infinito dello stesso movimento, ancora e ancora. Sai cosa ti aspetta, conosci il movimento successivo, è una certezza. In fondo alla vasca ci sarà sempre il muro. Arrampicare invece è in qualche modo l’opposto: ogni nuovo movimento è diverso, è imprevedibile, ogni parte del corpo è coinvolta. Puoi all’improvviso scivolare, la mano può non tenere la presa, il piede può perdere aderenza. Eppure, il fascino di poter guardare verso l’alto e dire “sono arrivata fin lì” è indescrivibile.
Con la pratica costante inizi ad apprezzare il singolo movimento, la presa che senti sotto la mano e tiene, anche se non pensavi tenesse. È una sfida, mentale e fisica, con te stesso e con la parete. È estremamente impegnativo come sport. Devi allenare tanto le mani, le dita, il core. Le prime volte senti solo male ovunque. Usi muscoli che non pensavi neanche di avere e il giorno dopo ti maledici perché vai al lavoro dolorante. Eppure, come in tutti gli sport di cui ti appassioni, ci provi e riprovi finché il corpo si abitua a quel tipo di sforzo e arrampicare non è più una sofferenza ma diventa un piacere.
L’arrampicata sportiva è uno sport in cui sfidi la gravità, quindi il peso dell’atleta gioca un ruolo fondamentale nella performance sportiva, non c’è dubbio.
Sarebbe logico pensare che più sei leggero, più facilmente sali, più facilmente le tue dita sopportano e supportano il peso del tuo corpo.Questo è vero, ma solo in parte.
Oltre al lead (scalare con una corda, verso l’alto), nell’arrampicata esiste anche un’altra disciplina, comunemente chiamata boulder (o sassismo in italiano). Il boulder consiste nell’arrampicare su vie basse, di massimo 5/7 metri, di diversa difficoltà, senza l’utilizzo della corda o dell’imbrago. L’obiettivo è risolvere una serie di 8-10 movimenti concatenati e dinamici molto difficili. Mentre nel lead la resistenza (intesa come sforzo prolungato nel tempo) è centrale, nel boulder sono la potenza e l'esplosività a giocare un ruolo fondamentale.
Negli Stati Uniti, il boulder ha avuto un enorme successo nei primi anni 2000. Esiste anche una città che, ironia della sorte, si chiama proprio “Boulder”, in Colorado, in cui si creò una vera e propria comunità di boulderisti. Se eri americano e non andavi a Boulder, eri out. E proprio dalla comunità di Boulder arrivano una serie di testimonianze di come si siano diffuse tra gli arrampicatori convinzioni su come affrontare l’allenamento e l’alimentazione per poter performare di più. Parte di queste testimonianze sono racchiuse nel documentario “Light”, di Caroline Treadway.
Angie Payne, Emily Harrington, Andrea Szekely e Kai Lightner sono 4 climber che raccontano le loro storie di eating disorder. Perché ovviamente, quando si inizia a parlare di peso corporeo, il collegamento con possibili disturbi alimentari è immediato. Come in ogni piccola “comunità”, i climber che vivevano a Boulder si scambiavano consigli su come arrampicare più forte, e meglio. E anche consigli sull’alimentazione. In quegli anni tutti erano convinti che dovessi pesare il meno possibile per poter essere il/la più forte. Quindi una ragazzina o un ragazzino che si approcciava al mondo dell'arrampicata, interiorizzava fin da subito l’idea che doveva mangiare poco, allenarsi sempre di più, mangiare sempre di meno e seguire i consigli dei più grandi e dei più forti. Ed effettivamente, funzionava.
Angie Payne diventa la prima donna a scalare un boulder di grado 8b. Eppure, lei stessa dice che non era felice, perché tutta la sua vita era una privazione costante. Nel documentario si intuisce bene come nessuno in quegli anni ne potesse parlare. Se provavi anche solo a chiedere se quella ragazza o quel ragazzo troppo magro/a stesse bene, venivi automaticamente escluso dal gruppo. Eri considerato “contro lo sport”.
Emily Harrington nasce a Boulder. Quando Angie Payne si trasferisce lì, diventano molto amiche. Harrington è due anni più giovane e Payne diventa il suo modello da seguire. Forte, molto dedicated all’allenamento, e magrissima. Convinzioni che vengono trasmesse da climber a climber fino a diventare una regola non scritta. E così, generazione dopo generazione, tutti pensano che sia necessario essere magri per essere forti. Tutti si convincono che sia la chiave per il successo. Non importa il benessere personale, importa solo vincere. Non se ne parlava, non c’erano medici con cui poter affrontare il problema. Non veniva, a tutti gli effetti, considerato un problema.
A Boulder, tutti erano a dieta. Tutti parlavano solo del cibo, di cosa mangiare e cosa non mangiare. Qualche eccezione c’era, come Megan Martin. Basta guardare una sua foto per capire che ha una fisicità molto più possente. Bicipiti ben definiti, schiena scolpita e avambracci tesi, per supportare la muscolatura delle mani. Ma era un’eccezione.
E se ogni tanto qualche arrampicatrice poteva accennare alla possibilità che potessero esistere dei disturbi alimentari, 20 anni fa come adesso per i climber uomini il discorso era ed è assolutamente un tabù. Quello del peso è da sempre stato trattato come un problema prettamente femminile. Abbiamo qualche testimonianza di come in realtà anche gli uomini soffrissero di eating disorder. Kai Lightner riporta la sua esperienza personale nel documentario: «Parlare di un problema alimentare per un uomo è difficile, perché per prima cosa devi ammettere di essere vulnerabile. Quando supereremo questo, potremo parlarne più apertamente e anche avere dei numeri più realistici della diffusione del problema».
Il 10 febbraio 2025 Hannah Schubert, ex atleta della nazionale austriaca, pubblica un post sul suo profilo Instagram in cui annuncia l’uscita di un articolo sulla rivista settimanale tedesca Der Spiegel. In questo articolo si parla di una sua intervista rilasciata proprio al giornale relativa ai problemi dei disturbi alimentari di cui ha sofferto per gran parte della sua vita. Schubert racconta che aveva 13 anni la prima volta che un allenatore le disse che la pasta era “un cibo cattivo” e che era troppo grassa. A una Coppa del mondo in Cina, ha raccontato, guarda nel piatto degli altri atleti e riflette tra sé e sé: “Sei lì con il tuo riso secco e i broccoli e pensi: cavolo, mangiano solo broccoli”.
Hannah Schubert, 10 mesi tra le 2 foto, 12 chili di differenza.
Sempre nell’articolo di Paulina Albert troviamo una preziosa testimonianza di un altro atleta uomo top-level, Sebastian Halenke. Climber tedesco, racconta di essere stato in terapia per tanti anni per riuscire a risolvere il suo disturbo alimentare, che lo portava a vomitare dopo aver mangiato. Solo dopo anni ha riscoperto la libertà che provava nell’arrampicare per il piacere di farlo. Staša Gejo, atleta serba, ha appena annunciato il suo ritiro dalle competizioni. Gejo è stata una delle prime a parlare dei suoi problemi legati al peso corporeo. Pubblica nel 2021 un post su Instagram in cui racconta la sua esperienza personale, di come ha perso 10 chili durante la sua adolescenza e ha vinto tanto, da magra. Ma ha avuto anche tanti problemi fisici, come l’assenza del ciclo mestruale, problemi alla densità delle ossa e racconta che aveva sempre, costantemente fame. Quando ha ripreso peso, seguita da una nutrizionista, ed è tornata con una corporatura sana, ha dovuto reimparare ad arrampicare con un nuovo corpo, più pesante, ma più forte. Le testimonianze sono tante, il problema non può più essere ignorato.
Nel 2023, poi, il dibattito è definitivamente esploso. L’atleta canadese Alannah Yip ha pubblicato un post il 21 giugno 2023 che ha avuto più di 20.000 like su Instagram. È un’immagine con fondo nero e la scritta Climbing has a cultural and systemic weight problem (L’arrampicata ha un problema culturale e sistemico con il peso). Yip introduce nel dibattito la sindrome Red-S, dà quindi un nome, dà concretezza al problema. La sindrome Red-S (Relative energy deficiency in Sport) è una sindrome potenzialmente presente in vari sport, come ad esempio nella ginnastica artistica, che comporta nel tempo un calo delle prestazioni atletiche causata principalmente dal non reintegrare abbastanza “carburante” tramite il cibo per cercare di rimanere il più magri possibile.
Le richieste energetiche del corpo non vengono soddisfatte appieno e nel tempo questo comporta problemi di salute anche gravi (ad esempio, assenza di ciclo mestruale, problemi al sistema immunitario, al sistema cardiocircolatorio, etc). Con il suo post, Alannah Yip ha chiesto apertamente alla Federazione Internazionale di non ignorare più il problema. La forza di questo post è stata tale che tantissimi climber lo hanno condiviso e si sono esposti sul tema. Il dibattito si è acceso ulteriormente quando due medici, il tedesco Volker Schoöffl e l’austriaco Eugen Burtscher, hanno annunciato di essersi dimessi dal loro ruolo nella commissione medica IFSC, come conseguenza della mancata azione di IFSC nel confronti del problema dei Red-S.
Penso alle sensazioni che provo quando sono sulla parete: adrenalina, il battito cardiaco accelera, fatica ma di quella soddisfacente, quella che piace agli sportivi. Scalare è faticoso, tutti i muscoli del corpo sono coinvolti, è come una danza su una parete verticale. I movimenti devono essere controllati il più possibile. Anche il respiro è fondamentale, per ossigenare i muscoli e per liberare la mente dalla paura di cadere. Quante volte in parete ho pensato: se solo fossi un pò più alta potrei arrivarci a quella presa, se solo fossi un pò più flessibile, se solo fossi un pò più magra farei meno fatica. Il pensiero c’è, e in parte è normale che sia così. La società, che ci piaccia o no, impone delle aspettative, dei canoni di bellezza, il corpo femminile che deve essere in un certo modo, altrimenti “sei sbagliata”. Ci vogliono davvero come scheletri?
Federica Mingolla, arrampicatrice italiana che ha precocemente abbandonato le competizioni indoor per dedicarsi all’outdoor e all’alpinismo, nel suo libro Fragile come la roccia ha scritto: “I risultati iniziarono ad arrivare, le mie prestazioni migliorarono e con esse la posizione in classifica. Ma il mio benessere diminuiva. La pressione conseguente alle richieste, che io stessa, intendiamoci, mi facevo, divenne sempre più forte. Ero ossessionata dal risultato, iniziai a mangiare meno, prima per lo stress e poi, come naturale conseguenza, perché mi accorsi che pesando meno…ero più performante”. Una testimonianza che sottolinea bene il ruolo decisivo che le pressioni, siano esse esterne o interne a noi, hanno sul nostro benessere psicofisico. Il suo abbandono delle competizioni è stato un modo per ritrovare sé stessa.
Dopo la dimissione dei due medici Schoöffl e Burtscher dalla commissione medica di IFSC a luglio 2023, la federazione non ha più potuto far finta di niente. Nel 2024 è diventata quindi la prima federazione sportiva a introdurre una serie di misure che servono per valutare lo stato di salute dell’atleta, e in caso di segnali di allarme, estrometterlo/a dalle competizioni. Il calcolo del BMI (Body Mass Index) è il più classico controllo da effettuare su un atleta che potrebbe sviluppare la Red-S. Ma è stato ampiamente dimostrato che non è più sufficiente. Sono stati quindi introdotti una serie di test come la misurazione della pressione, l'elettrocardiogramma e, in caso anomalie di questi, vengono effettuati ulteriori accertamenti come la misurazione della densità ossea, il livello di testosterone, il colesterolo e altri controlli specifici.

A luglio 2022 sono stata a Briançon, in Francia, per assistere a una tappa di Coppa del Mondo di lead. Esperienza incredibile, gli atleti su quella parete fanno movimenti che noi “umani” non possiamo neanche lontanamente sognare di ripetere. Eppure, ricordo di aver pensato più volte, vedendo alcuni atleti dal vivo, “come sono magri”. Non stupisce che il tema sia effettivamente attuale e sentito. Certo, quando sei un atleta professionista questo è il tuo lavoro, ed è giusto puntare a vincere e fare di tutto per vincere. Il benessere psicofisico, però, deve sempre essere messo al primo posto.
«Dobbiamo definire cosa significa essere in forma, perché essere magri non equivale ad essere forti. Significa solo che sei magro».
I migliori atleti al mondo in questi anni hanno parlato apertamente di salute mentale e i problemi legati all’alimentazione rientrano in un discorso più ampio di benessere che deve essere messo al primo posto da tutti, allenatori, atleti, federazioni, famiglie, amici. Per essere forte, nell’arrampicata, devi avere una grande tecnica, che si impara solo allenandosi tanto e allenandosi nel modo giusto. Devi avere un apparato muscolare ben sviluppato, mani, dita, spalle, schiena, core, ma anche gambe e piedi. Tutto deve essere allenato. Più i muscoli sono forti, più viene allenata la resistenza, più riesci a stare sulla parete, e quindi più sali. I climber combattono costantemente contro “la ghisa”, ovvero quella sensazione di stanchezza degli avambracci che porta al dolore e a non riuscire più ad aprire e chiudere le mani. Allenarsi è stancante, e l’unico modo per riprendersi dalla stanchezza è recuperare con il riposo e reintegrare attraverso il cibo. Arrampicare è una sfida contro la gravità, non una lotta contro sé stessi. Ogni presa, ogni movimento è una lezione di resilienza, di rispetto per il tuo corpo e di connessione con ciò che ti circonda. La parete richiede forza, tecnica, resistenza per essere affrontata, non sacrifici estremi che mettono a rischio la salute.
Il vero traguardo non è solo arrivare in cima, ma farlo con un corpo e una mente sani.