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Il 3 gennaio del 2001, davanti a una delle panchine dello stadio di Yokohama, Arrigo Sacchi passeggia senza quel nervosismo che siamo abituati ad attribuirgli. È serenissimo.
È stato chiamato per allenare, termine decisamente esagerato, una selezione di stelle contrapposta a una rappresentativa mista delle Nazionali di Corea del Sud e Giappone, in una sorta di gran galà di avvicinamento ai Mondiali del 2002, organizzati dai due Paesi asiatici. Per gli appassionati delle statistiche, finisce 1-1: apre al 17’ del primo tempo Ko Jong-Su, risponde al 27’ della ripresa un ormai appassito Robert Prosinecki, che sta muovendo parte degli ultimi passi della sua carriera al Portsmouth insieme al ventenne Peter Crouch. Sacchi non allena dal febbraio 1999, questi due anni di riposo sembrano avergli restituito una voglia di vivere e respirare calcio che non credeva nemmeno più possibile.
Aveva salutato l’Atletico Madrid dopo quattro sconfitte di fila in campionato: il passo indietro annunciato in conferenza stampa, cinque miliardi di lire lasciati nelle tasche di Jesus Gil, lo scarno comunicato di saluto che celava in realtà una notizia ben più grande. «Sono sfinito. Lascio per sempre il calcio, non farò più l’allenatore. Non ho nient’altro da dire. Se mi avessero licenziato avrei guadagnato molto di più ma ho preferito dimettermi: dimettersi e guadagnarci soldi non è possibile», dice ai giornalisti. Jesus Gil lo saluta commosso insieme al figlio Miguel Angel, che del club è direttore generale. «Se ne è andato come un signore», dice Don Jesus entrando nel tribunale di Marbella, città della quale è sindaco dal 1991 e nella quale, come è facile intuire, è sotto processo. Da lì a qualche anno finirà interdetto dai pubblici incarichi per abuso d’ufficio e traffico di influenze, dopo una vita spesa a danzare sul filo della legalità. Ma adesso, a Yokohama, nel gennaio del 2001, parlottando con Lothar Matthäus davanti a una panchina che non pesa come quelle di una volta, Arrigo Sacchi sta vivendo il calcio come non lo ha mai vissuto: senza ansia.
Metà febbraio 2025, arriva la solita richiesta di intervista. Sacchi risponde alle domande di Maurizio Crosetti per La Repubblica, spara qualche hot take sul Mondiale del 1994 («Non ci fecero vincere anche perché io avevo chiamato tanti calciatori del Milan e Berlusconi faceva paura: ma lui è stato il più grande di tutti»), confessa di avere subito un intervento cardiaco con sostituzione della valvola mitralica, quindi si lascia andare a uno slancio impensabile. «Il cardiologo mi ha detto: “Arrigo, con questo cuore lei non morirà mai”. E allora, perché non rimettersi a lavorare? Tornare in panchina è un’ipotesi, una tentazione. E questa tentazione mi piace molto. Sono passati 24 anni dall'ultima volta? Le buone idee non invecchiano: mi metto a disposizione. In Italia o all'estero? Ancora non ho deciso, ho diverse offerte. Vediamo un po' cosa succede. Non sarà una Nazionale, credo potrebbe essere all'estero».
Poi deve essere successo qualcosa. Deve essersi guardato allo specchio, aver pensato che 78 anni sono tanti, anche se il calcio italiano vede ancora splendere la stella di un Claudio Ranieri che di anni ne ha solamente cinque in meno di lui. Ha provato una goffa rettifica, inevitabilmente tardiva. Le fantasie avevano già preso a volare libere.
Sono passati 24 anni dall’ultimo giro di giostra di Arrigo Sacchi, il vate, l’eretico, il rivoluzionario, il filosofo, l’uomo capace di rompere paradigmi che nel calcio italiano parevano intoccabili. Già, 24. Perché una manciata di giorni dopo quel 3 gennaio 2001 il telefono di Sacchi prese a squillare con insistenza. Il prefisso aveva il sapore di un tuffo nel passato, di un debito di riconoscenza da onorare.
Alberto Malesani si siede sulla panchina del Tardini e sembra tenersi in equilibrio maldestro su degli spuntoni affilatissimi. A Parma arriva la Reggina, dovrebbe essere una formalità, ma tira un’ariaccia. A un certo punto del primo tempo, Massimo Marazzina riceve palla e alza la testa: mette in area di rigore un pallone morbido, Davide Dionigi gli corre dietro e quando abbozza un tuffo è totalmente proteso verso destra. Il colpo di testa che ne esce è uno dei capolavori sommersi della storia della Serie A, gol segnati da giocatori troppo poco di grido e in contesti eccessivamente grigi – poche cose sembrano evocare il grigio come questo Tardini pieno solo a metà in un freddo pomeriggio di gennaio – per rimanere impressi nella mente.
Dionigi dà una frustata col collo in tuffo che fa spavento, manda il pallone dall’altra parte, Buffon ha i capelli lunghi, i colpi di sole e il numero 77 sulle spalle. Si gira come se avesse visto un mostro sotto il letto, Calisto Tanzi in tribuna è una statua di sale. Nella ripresa raddoppia ancora Dionigi, ancora di testa, ancora a lasciare senza fiato Buffon, anticipandolo sugli sviluppi di un calcio d’angolo da sinistra. Malesani si ritrova a -14 dalla Roma capolista, il pubblico lo fischia, Savo Milosevic lo manda a quel paese. È finita.
Sacchi è a Milano per assistere a un derby che finisce 2-2 tra le polemiche di Zaccheroni nei confronti dell’arbitro Rodomonti, proprio nelle ore in cui la panchina del Parma si libera. Non è l’unica, anche la Lazio decide di interrompere il rapporto con Sven Göran Eriksson dopo una sconfitta interna con il Napoli segnata da un clamoroso autogol di Pancaro. E da qualche giorno il nome di Sacchi circola con insistenza pure per la panchina del Monaco.
Forse anche per questo non sembra essere lui il primo nome sull’agenda dei Tanzi, che pensano in primis a Gianluca Vialli, che però declina cortesemente l’offerta. Allora, il guizzo: Frank Rijkaard, ex CT dell’Olanda, fermo da qualche mese. Da Parma non sembrano esserci dubbi, si riferisce persino di un volo prenotato dalla Parmalat per farlo arrivare dall’Olanda. Ma all’interno del club convivono tre anime: una che guarda a Rijkaard come profilo internazionale e intrigante, un’altra che vorrebbe una soluzione ponte individuata in Renzo Ulivieri. Un nome, questo, che secondo le cronache non piace al patron Calisto: troppo antiquato e comunista per i suoi gusti. E Tanzi senior vuole Sacchi, che a Parma si mise in mostra fino ad arrivare a convincere Silvio Berlusconi nella seconda metà degli anni Ottanta.
C’è da dire che Rijkaard sarebbe un nome buono anche per una possibile convivenza: l’olandese in panchina, Sacchi direttore tecnico. «Da sportivo mi piacerebbe Ulivieri, per il mio mestiere di comico pregherò tutta la notte per Sacchi», è il commento di Gene Gnocchi. In quel periodo, Sacchi è editorialista de La Stampa. E così, sull’edizione del 10 gennaio, appare la sua foto in bella vista durante la conferenza stampa di presentazione come nuovo tecnico del Parma e il titolo: Ora fatemi gli auguri. È una breve lettera aperta ai lettori: "Da editorialista o da allenatore non muto i miei principi e i miei valori: credo nel lavoro, nella disciplina, nella responsabilità, nella dedizione al gioco del calcio come costruzione, fantasia, invenzione e non semplice distruzione e ostruzionismo di quanto altri fanno. Non credo al gioco del football reazionario, che nasconde e cancella. Tornare in campo mi darà, come sempre, emozioni fortissime". Ma c’è una fetta di italiani che ormai identifica Sacchi non più come il tecnico capace di cambiare il calcio italiano ma solo come l’opinionista di punta delle trasmissioni Mediaset e, di conseguenza, con l’imitazione accecante che ne fa Maurizio Crozza: l’umiltè, la profonditè, l’intensitè, il Rolex.
Scimmiottando il successo di “Milano-Roma”, programma di culto di quegli anni, i due Sacchi si mettono in macchina per Fusignano. «Era Cragnotti, ci offriva 12 miliardi all’anno per cinque anni per allenare la Lazio, gli ho detto di no: aveva un atteggiamento, con quell’arroganza…».
Prima di dire sì al Parma, Sacchi alza la cornetta: telefonata d’ordinanza ad Adriano Galliani, tra i due c’era un impegno verbale per il rientro di Sacchi nei ranghi dirigenziali del Milan a partire dalla stagione successiva. Nulla, a quanto pare, nei confronti di Silvio Berlusconi, che sta vivendo la campagna elettorale in cui passerà sopra i resti di Francesco Rutelli come un carrarmato.
I giornali colgono come uno spunto interessante il fatto che Sacchi firmi per il Parma nello stesso giorno in cui Dino Zoff torna alla Lazio: due ex CT che ritrovano lavoro a braccetto. «Abbiamo seguito strade diverse, io stavo al Sant’Alberto quando lui era alla Juve, ma siamo gente di calcio: non dico sia una droga, ma non siamo mai veramente liberi nelle nostre scelte», dice Sacchi del collega.
Arrigo non allena in Italia dal ritorno al Milan nel 1996, un’esperienza tragica: «Mi calai in una squadra che non concedeva alcuna disponibilità, a parte i Maldini o i Costacurta, gente che non è mai negativa. In quel Milan mi sentivo nudo, ammanettato. Lo considero l’unico fallimento della mia carriera, a meno che non lo sia stato portare la Nazionale alla finale dei Mondiali o l’Atletico Madrid al terzo posto». Quindi lascia il suo manifesto: «Mi considerano integralista, non lo sono: ma ho idee e il coraggio di esprimerle in un Paese dove lo fanno in pochi. Se promettessi subito risultati sarei un fanfarone: garantisco il massimo impegno perché si veda del bel gioco entro un mese e mezzo, altrimenti mi scuserò». Sono, per tremenda fatalità, anche i giorni in cui uno dei suoi primi pupilli, Gianluca Signorini, rende pubblica la sua agonia per la SLA, che in quei momenti viene sintetizzata dai giornali come morbo di Lou Gehrig, dal nome di uno storico campione di baseball. Le interviste dell’ex libero di Parma, Roma e Genoa vengono filtrate dalla figlia Benedetta, che fa da tramite. E non manca un riferimento a Sacchi: «Ho un bellissimo ricordo di lui, è il mio allenatore ideale e come uomo mi è stato molto vicino, ci sentiamo ancora. Sono contento che sia tornato, farà sicuramente molto bene».
Ogni allenamento di Sacchi viene passato al microscopio, si torna subito alla difesa a 4 ma esclude l’amato 4-4-2: «Usavo il 4-3-3 già a Parma con Signorini libero. Lo introdussi al Milan, ma Virdis e Van Basten non rientravano e compresi che non funzionava. Adesso devo azzeccare subito la scelta. So già che se vinceremo diranno che sono stato bravo e se perderemo che non capisco niente».
Si comincia con una delicata trasferta in casa dell’Inter, Sacchi indossa il giaccone della Champions ed entra a San Siro con un sorriso che si amplifica nel momento in cui Marco Di Vaio brucia Cordoba su un cross da destra di Conceiçao per il vantaggio. Il pubblico rumoreggia, fischia a più riprese, mette Vieri nel mirino. E il Parma rischia di dilagare, sfiorando il raddoppio con Conceiçao e ancora con Di Vaio, due volte. Ma alla fine a trovare il gol è proprio Vieri, che nemmeno esulta: «Commosso? Non è vero, mi giravano le palle. Non esulterò per un bel po’ qui, non mi sono piaciuti i fischi». Nel finale il Parma sbanda ma resiste, Sacchi sorride: «Per un’ora abbiamo fatto bene, poi ci siamo disuniti. Emozioni? In campo no, prima sì, quando sono entrato a San Siro e mi hanno assegnato lo spogliatoio del Milan».
Tutto è apparecchiato per un debutto casalingo teoricamente comodo, contro il Lecce. Sacchi non ha mai allenato il Parma in Serie A, sente l’emozione, prepara la partita con cura. Eppure il primo tempo vede la squadra di Alberto Cavasin, rampante tecnico trevigiano alla sua seconda stagione in A alla guida dei giallorossi, a tratti padrona del campo anche senza creare grossi pericoli. Sacchi conferma il suo 4-3-3, al centro dell’attacco c’è Milosevic con Conceiçao e Di Vaio ai fianchi. Il gol con cui il Parma passa in vantaggio è un’azione da manuale, l’ala destra (Conceiçao) scambia stretto con la mezz’ala (Fuser) e va al cross di prima, forse la specialità principale della casa dell’esterno portoghese, che negli anni laziali aveva foraggiato le teste dei vari Vieri e Salas. Milosevic aggredisce il primo palo con i tempi giusti e schiaccia in rete. Il Parma ritrova vigore, proprio come a San Siro è Di Vaio a sprecare le occasioni per il raddoppio. Il veleno è nella coda: una delle peggiori uscite della carriera di Buffon spalanca la porta a Cristiano Lucarelli che all’ultimo istante di recupero non sbaglia.
La faccia con cui Sacchi torna nella pancia del Tardini è funerea. Ai microfoni della Rai prova ad abbozzare un mezzo sorriso, ma è forzatissimo. In conferenza stampa dice che c’è tanto da lavorare sul morale della squadra. Cavasin se la ride: «Il calcio non è la boxe, non si vince mai ai punti». Il Parma non trova i tre punti dal 2 dicembre.
A Verona, contro l’Hellas, in uno stadio che Sacchi ricollega a uno dei ricordi più amari da tecnico del Milan, Di Vaio si riscopre implacabile, con un gol per tempo. Thuram giganteggia in difesa nonostante gli ululati razzisti, Buffon riscatta il flop col Lecce. Tutto sembra essere perfettamente in ordine, cinque punti in tre partite, potevano essere nove con un pizzico di fortuna. Il Parma si prepara alla sfida contro una Roma schiacciasassi per l’ultima giornata del girone d’andata. Ma il piano si ribalta all’improvviso dopo una sconfitta nel primo round della semifinale di Coppa Italia, persa 2-1 a Udine con una doppietta di Margiotta nell’ultimo quarto d’ora. Sul sito del Parma appare un comunicato stringatissimo, che annuncia le dimissioni di Sacchi "per motivi personali".
Le ricostruzioni riferiscono di un attacco di panico subito durante la partita contro il Verona, cui era seguito un lungo colloquio con Tanzi senior. In panchina, con l’Udinese, Sacchi non si era visto: il club aveva dato come motivazione ufficiale un’influenza. «Abbiamo provato in tutti i modi a fargli cambiare idea», spiega Enrico Fedele, responsabile dell’area sportiva del club. I giocatori sono sotto shock. Fuser: «Lo abbiamo saputo negli spogliatoi, siamo rimasti a bocca aperta. Ma la salute è la salute». Torrisi: «Non sono dispiaciuto solo dal punto di vista calcistico ma anche da quello umano». Thuram: «Avevamo bisogno di un allenatore come lui, rispettiamo la sua scelta se sente che non è il caso di continuare».
Il giorno dopo, nella sala stampa del Tardini, sono tutti lì per sentire il monologo di Sacchi. Stefano Tanzi, figlio del patron e in carica come presidente, chiede ai giornalisti di non fare domande. Con l’allenatore dimissionario ci sono la moglie e la figlia più giovane. «Scusate se vi ho scomodato. Sto bene, solo che non posso più allenare», dice prima di abbassare la testa e leggere un comunicato.
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Sono passati 24 anni da un’uscita di scena che fece parecchio rumore, in un momento in cui parlare di problemi di salute mentale nel calcio e nello sport in generale non era all’ordine del giorno. Sacchi aveva sempre alzato l’asticella della sua ambizione, ricercando un concetto di perfezione alieno non tanto al mondo del calcio, quanto al concetto stesso di esperienza terrena.
All’ennesimo sentore di una corda tirata più del dovuto, aveva preferito fermarsi, tornando a fare l’opinionista ma risultando quasi sempre in contrasto con l’opinione dominante, puntuto, via via sempre più distante dal percorso di uno sport che è in evidente evoluzione rispetto al periodo in cui ebbe la capacità di trasformarlo. Forse anche per questo quell’intervista di qualche giorno fa è apparsa fuori fuoco, ma non ci resta che aspettare e vedere se ci sarà qualcuno che vorrà avventurarsi in questo ritorno che avrebbe del clamoroso. E se è vero che le buone idee non invecchiano mai.