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La storia dimenticata del calcio femminile
04 apr 2025
Il passato del calcio femminile viene spesso dimenticato da giocatrici e media con conseguenze più serie di quanto si pensi.
(articolo)
37 min
(copertina)
Illustrazione di Livia Albanese
(copertina) Illustrazione di Livia Albanese
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In questo inizio di 2025 che, oltre al celebratissimo album Panini dedicato esclusivamente alle calciatrici che tanti entusiasmi sta creando sui social, ci regala pure il primo (notevole) gol in Serie A della talentuosa Giulia Dragoni, da anni invocata come next big thing del calcio femminile italiano, ci si può legittimamente interrogare sullo stato di salute generale di quest’ultimo. Dopo i proclami degli scorsi anni, come siamo messi?

Se da una parte c’è timore per il contestato taglio governativo al fondo per lo sport femminile, d’altra parte la Nazionale, da sempre, nel bene (il Mondiale del 2019) e nel male (l’Europeo e il Mondiale successivi) motore mediatico dell’intero movimento, si è finalmente ripresa dalla crisi in cui si era inviluppata negli ultimi tempi della gestione Bertolini.

Se ci si fosse recati già l’estate scorsa in edicola per comprare l’album Panini Azzurri Adrenalyn XL 2024, si avrebbe avuto l’occasione di apprezzare l’avvenuta parificazione fra azzurri ed azzurre, con Laura Giuliani trattata alla stessa stregua di Gigi Donnarumma e di Alex Meret, nella categoria Portierone: “3 cards che raffigurano le garanzie azzurre tra i pali [...]. Questi estremi difensori non temono alcun attaccante e sono pronti a volare per evitare ogni gol!”. In occasione delle feste, come da tradizione apocrifa, abbiamo rivisto sugli schermi dei nostri smartphone le calciatrici della Juventus rimettersi in maniera assolutamente paritaria il consueto maglione natalizio come i loro ben più celebri e pagati colleghi, questo significa che tutto sta andando nel verso giusto?

Da storico del calcio femminile, ormai da anni in giro per l’Italia a raccontare la storia delle prime calciatrici del nostro Paese, che già nel 1933 sfidarono un bel po’ di pregiudizi, come racconta il romanzo di Federica Seneghini (Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce) o il suo frizzante adattamento teatrale ideato da PEM. Il 2024 mi aveva fatto un altro regalo: la possibilità di vedere, seduto all’interno di un cinema milanese, un documentario di alto livello dedicato non alla contemporaneità del calcio femminile ma al suo passato. Sto parlando di Copa ’71, il documentario prodotto dalle sorelle Williams e proiettato per la prima volta in Italia grazie a Ultimo Uomo, fra gli altri.

«Mamma mia!», da buona italiana piazzata all’interno di un film anglosassone...

Mentre le immagini del 1971 scorrevano sullo schermo, mi dicevo: finalmente qualcuno che si occupa non solo dei sacrosanti problemi della contemporaneità che affliggono nonostante tutto le calciatrici - la gender equality, la sostenibilità economica della nostra massima serie femminile, la stereotipizzazione dei media, i pregiudizi ancora imperanti di molti (troppi) italiani - ma del vero elefante nella stanza, quello che, zitto zitto, contribuisce peraltro al permanere di alcuni dei problemi appena citati. Ovvero la mancanza di volontà, ai piani alti, di coltivare la memoria storica della disciplina, per come si è sviluppata nel nostro Paese. E come si chiedono sia Brandi Chastain e Alex Morgan all’inizio di Copa ’71: perché ci hanno tenuto nascosta la storia, la nostra storia? Perché ci hanno fatto tirare i primi calci, crescere, diventare campionesse e vincere pure delle Coppe del Mondo, tenendoci all’oscuro di chi ci aveva precedute?

«Mi vergogno a dirlo, ma è vero». Parola di Brandi.

LA CENTRAVANTI CHE NON SAPEVA
Se ciò vale per gli Stati Uniti, che è il bengodi del women’s soccer, figuriamoci per il nostro Paese, fino a poco prima del Mondiale di Francia 2019 caduto in una drammatica crisi. Come detto dall’allora CT azzurra Milena Bertolini alla vigilia dell’infausto (prima di tutto, per lei) Mondiale d’Australia e Nuova Zelanda 2023, «il calcio femminile in Italia non è nato nel 2019, anche se tutti solo in quel momento si sono accorti di noi. Se siamo arrivati a questo punto è grazie a tutto ciò che c’è stato prima».

Ma cosa c’è stato prima? Lo stesso calcio femminile sembra non saperlo. Nell’estate del 2023, alla fine di Italia - Argentina 1-0, partita valida per i gironi dei Mondiali e vinta grazie all’incornata della subentrata Cristiana Girelli, la RAI fa notare alla centravanti della Nazionale che ha appena eguagliato un importante record, appartenente a Carolina Morace: quello dei gol messi a segno da un’azzurra ai Mondiali. Qualche secondo di silenzio, sorriso imbarazzato della giocatrice: «Ah, non lo sapevo!». Immaginiamoci la stessa scena con un Immobile messo a confronto con l’inarrivabile record di Gigi Riva, ed ecco che i contorni del problema incominciano ad apparirci più chiari.

Ho rivisto quello stesso imbarazzo di Girelli sul volto di due giovani calciatrici di Serie B, nel marzo del 2022, quando sono state chiamate a raccontare la loro esperienza durante una presentazione veneta di Giovinette. Oltre a noi, due giornalisti locali, uno dei quali si mise a raccontare raccontare della più alta impresa di una squadra femminile italiana in Europa, ossia la semifinale della UEFA Women’s Cup (l’antesignana dell’attuale Champions League) giocata nel 2008 dal Bardolino contro le fortissime tedesche dell’1.FFC Francoforte di fronte a ben 12.500 spettatori, accorsi per l’occasione allo Stadio Bentegodi di Verona.

Quando, alla fine dell’epico racconto, il giornalista mostrò orgoglioso al pubblico, a mo’ di reliquia, la maglia indossata quel giorno da Patrizia Panico, le due la guardarono con l’espressione di chi non aveva mai sentito parlare di queste cose. Perché nessuno gliele aveva raccontate?

In effetti, c’era almeno una delle giocatrici citate in questo articolo, quel giorno al Bentegodi…

L’ALBO D’ORO DIETRO IL MURO DEGLI HASHTAG
Lo sappiamo: le cose sono cambiate nel 2015, quando la guida breve ma illuminata di Michele Uva ha invitato l'ingresso delle società maschili nel calcio femminile. Ora sappiamo che quel momento è stato la panacea di tutti i mali. Le società maschili pian piano hanno fagocitato le storiche società esclusivamente femminili comprandone il titolo sportivo. Sono arrivati non solo soldi e sponsor, ma anche specialisti di ogni risma (massaggiatori, preparatori atletici, nutrizionisti), nonché di campi possibilmente non di patate come quello in cui una giovanissima Valentina Giacinti parlava con Nadia Toffa nel 2016. Infine sono arrivati accordi e tutele in grado di colmare - anche prima del luglio 2022, anno di introduzione professionismo - con dei palliativi i noti vuoti legislativi - maternità, infortuni, contributi.

Interrogate sull’argomento, tutte le veterane dell’attuale Serie A, per quanto orgogliose dell’epopea di quegli hard times, si dichiarano ovviamente contente del cambiamento: non c’è nessuna, insomma, che voglia tornare ai tempi del Tavagnacco, della Torres o del Bardolino, per quanto è proprio avendo militato da giovanissima in quest’ultima squadra che Cristiana Girelli può attualmente vantare il record di Supercoppe Italiane conquistate: 11, di cui 3 con le gialloblù, poi 4 con il Brescia, e infine 4 con la Juventus Women.

Ancora nel 2022, l’azzurra Lisa Boattin non riusciva a dimenticare di quando era andata a vincere una Coppa Italia (quella del 2015) senza che nessuno si fosse degnato di disegnare per terra le righe bianche del campo.

Le società maschili si sono portate dietro i loro uffici stampa e i loro responsabili della comunicazione social. Una situazione che tuttavia ha creato, in molti casi, una distorsione storiografica evidente.

Prendiamo il caso della Juventus, la cui sezione femminile, creata nell’estate del 2017 grazie all’acquisto del titolo sportivo del Cuneo, ha conquistato l’impressionante filotto di 5 scudetti consecutivi: da qui, il fortunato hashtag #FANTA5STIC, lanciato nel 2022 dall’apparato social (unificato) della società torinese, con tanto di merchandising d’occasione di supporto. Vincere 5 titoli consecutivi da esordienti è in effetti di per sé un’impresa sportiva eccezionale, e su questo giustamente puntarono i social della Juventus.

Si è forse però creata in quel momento la percezione, sottile ma diffusa, che la Juventus fosse la società più titolata d'Italia. In realtà le bianconere erano seconde a pari merito con il Bardolino (2004/2005, 2006/2007, 2007/2008, 2008/2009 e 2014/2015) e la Lazio (1979, 1980, 1986/1987, 1987/1988, 2001/2002). Un'informazione che era forse importante veicolare in quel momento, per ricucire questa implicita spaccatura che si è venuta a creare rispetto al passato, e che fa apparire il calcio femminile in Italia come nato nel vuoto.

Al primo posto dell’albo d’oro della Serie A femminile troneggiava - e troneggia ancora -, solitaria, la Torres, coi suoi 7 scudetti (1993/1994, 1999/2000, 2000/2001, 2009/2010, 2010/2011, 2011/2012, 2012/2013). Come si vede, sia nel caso delle venete del Bardolino, che delle sarde della Torres, si tratta di cicli abbastanza recenti. È come se qualcuno si fosse dimenticato del Milan di Sacchi e di Capello.

Nel maggio 2002, un maldestro tentativo di ricordare i 20 anni dell’ultimo scudetto laziale: bello il tweet, meno la foto sfocata (!) usata per celebrarlo.

INCOSCIENTI DI FAR PARTE DI UNA STORIA
Ma torniamo per un attimo all’intervista alla Cristiana Girelli: com’era possibile che non sapesse del record? Le giocatrici della Nazionale non sono forse cresciute, come tutti i maschi di questo Paese, adorando come divinità i grandi calciatori del passato?

Visto che se vi dicessimo di no, non ci credereste, ascoltate la testimonianza di Sara Gama , classe 1989, che nella propria autobiografia racconta cosa disse di fronte alla prima convocazione nella Nazionale Under 17. «‘Esiste una Nazionale femminile?’ rispondo, stupita. Non ne ho mai sentito parlare. L’unico calcio femminile che conosco è quello che vivo in prima persona: con la mia squadra, prima di tutto, e poi con la rappresentativa regionale e del Nord-Est d’Italia. Ma della Nazionale no, non so nulla». Questa incoscienza di far parte di una storia più grande di loro, che uscisse dalla propria esperienza personale o dal proprio gruppo di amiche, è un elemento che ritorna, in tante biografie di calciatrici attuali, o della generazione precedente.

Prendiamo per esempio la piccola Katia Serra, che nella provincia emiliana di metà anni Ottanta percepiva non tanto la Nazionale ma il calcio femminile in sé come «un mostro mitologico: quasi non esisteva, ne sentivi forse parlare, di tanto in tanto, ma sempre come di un fenomeno che riguardava solo poche ragazze, un po’ “spostate” a cui piaceva ritrovarsi negli spogliatoi, come facevano i maschi». O ancora, l’attuale azzurra Lisa Boattin, classe 1997: «Mi ricordo di avere sempre giocato a calcio, prima nella piazza del paese, poi in oratorio, infine a sei anni in una squadra vera e propria. Ero l’unica femmina, mi piaceva Pavel Nedved e pensavo di essere anche l’unica femmina al mondo con questa passione».

E anche ora che le più giovani in Italia sono finalmente cresciute con modelli anche femminili, questi vengono dal presente estero, o anche italiano, ma non dal passato italiano. È infatti con la maglia di Ada Hegerberg, non con quella di Carolina Morace, che nel 2023 Valentina Giacinti si lustrava gli occhi; è Cristiana Girelli, non Betty Vignotto, che quell’anno la 19enne Chiara Beccari riconosceva come proprio modello durante gli anni dell’adolescenza. Certo, Vignotto ha smesso di giocare agli inizi degli anni ’90 e Beccari è nata nel 2004, ma se pensiamo a Endrick che parla di Bobby Charlton, o alla connessione che al Santos tracciano tra Pelé e Neymar, è chiaro che ci sia una consapevolezza diversa.

Per capire la differenza fra la memoria condivisa (inesistente) delle italiane e quella solidissima delle colleghe statunitensi, riattraversiamo l’oceano ed entriamo con Megan Rapinoe (classe 1985) nel ritiro della Nazionale a stelle e strisce, all’epoca della sua prima convocazione. «C’era Kate Markgraf, veterana della Coppa del mondo. C’era Aly Wagner, veterana della Nazionale. A incantarmi più di tutte era Kristine Lilly, una leggenda assoluta, che alla fine della carriera di calciatrice nel 2010 sarebbe stata la giocatrice con più presenze - 354 partite nella Nazionale statunitense - nella storia del calcio. Lei e Kate avevano giocato insieme nella squadra vincitrice della Coppa del mondo del 1999, il che significava che da adolescente avevo passato ore a fissare i loro volti sui poster della mia stanza. Non riuscivo a credere di trovarmi lì con loro».

A Serra e alle altre, però, sono mancati non solo i racconti orali ascoltati da piccole, ma proprio i poster, i libri per ragazzi, le riviste patinate, le VHS prima e i clip di YouTube poi, senza parlare delle figurine tornate in auge in queste settimane. Senza tutto questo, è evidente, non può crescere non solo l’attaccamento alla propria squadra di club, ma anche e soprattutto la coscienza della storia della propria squadra, della propria Nazionale, dello sport in sé. «Insieme a mio fratello e ai miei compagni di classe cominciavamo ogni anno la collezione delle figurine Panini», racconta ancora Katia Serra «Ce le scambiavamo, giocavamo a muretto per rubarcele l’un l’altro, ma delle centinaia di giocatori che andavamo collezionando, neppure una figurina era mai stata dedicata a una calciatrice o a una squadra femminile e, svestendomi a poco a poco dei panni dell’infanzia, cominciando a indossare quelli ben più scomodi dell’adolescenza, cominciavo a rendermi conto che il sogno dei miei compagni di classe (quello di diventare grandi calciatori, vincere uno scudetto, un Europeo, un Mondiale) era a me precluso».

NON PORTARE LE RAGAZZE A TEATRO
Certo, ma questa era l’Italia del passato, quella che ormai ci siamo lasciati alle spalle, no? Le cose purtroppo non sono così semplici.

Le responsabilità sono diverse. Quelle di dirigenti e allenatori, innanzitutto, che in questa nuova primavera del calcio femminile piena di opportunità anche economiche, paiono spesso solo focalizzati al rendimento, all’ennesimo allenamento, al piazzamento finale in questo campionato qua, senza alcuna prospettiva che guardi non solo avanti, ma anche indietro. Come se la mentalità del risultato tutto-e-subito, problema che caratterizza ormai da troppi anni il calcio giovanile maschile italiano, fosse riuscita a spazzare via un orizzonte educativo che invece resiste ancora in molte società dilettantistiche esclusivamente femminili, spesso rette da genitori e volontari. Sono questi ultimi soprattutto - o almeno così mi è sembrato in questi anni di presentazioni di Giovinette- a muoversi, pronti magari a rinunciare a una sessione di allenamento serale per far sì che le bambine e le ragazzine a loro affidate conoscessero la storia di cui, magari senza saperlo ancora, facevano parte.

Nel 2002 mi è capitato di vedere un teatro desolatamente vuoto e solo due calciatrici giovani assistere all’incontro con Rose Reilly ospitato dal Teatro Girolamo di Milano prima dello spettacolo Rose Reilly - Footballer, recitato dalla bravissima Christine Strachan. Per chi non conoscesse l’importanza storica di questa attaccante italo-scozzese: è come se vi arrivasse la possibilità di portare i calciatori della vostra squadra giovanile maschile a vedere uno spettacolo sul Mundial dell’82, e di conoscere poi di persona Dino Zoff. Non ce li portereste?

Quello che Rose, per la cronaca, avrebbe voluto raccontare di persona alle vostre giovani calciatrici.

Bisognerebbe poi parlare della scomparsa, in questi ultimi anni, di allenatrici donne sulle panchine italiane: senza nulla togliere ai colleghi di sesso maschile, è evidente che una allenatrice, soprattutto quando ex-calciatrice, può introdurre meglio di chiunque altro le proprie giocatrici a quella storia di cui essa stessa è stata parte integrante, e dunque affidabile testimone. Nel giugno 2022 il Museo del Calcio di Coverciano, il cui direttore Matteo Marani ci tiene molto a che l’istituzione da lui guidata venga percepita come il «“Museo delle Nazionali”, al plurale», ospitò tre squadre Under 12 di società toscane e abruzzesi. Di fronte a tale platea di bambine - che ci possiamo immaginare già contentissime di poter chiedere un autografo alle azzurre Sara Gama, Lisa Boattin, Francesca Durante - l’allora CT Milena Bertolini raccontò le difficoltà che aveva dovuto affrontare durante la sua carriera da giocatrice, esclamando poi: «Oggi è veramente importante vedere all’interno del Museo del Calcio una sala dedicata al calcio femminile: è fondamentale capire da dove veniamo».

LE INFINITE PRIME VOLTE DEL CALCIO FEMMINILE
Questa ignoranza storica produce a catena un bel po’ di danni. La prima è la proliferazione di fake news, legate soprattutto alle prime volte: in questi ultimi anni ci sono stati molti casi in cui i media hanno celebrato “la prima donna che ...”, o “la prima volta che le calciatrici ...”, per poi scoprire, dopo qualche controllo sulle fonti dell’epoca, che di prima volta non si trattava affatto -un fenomeno assurdo, se visto con gli occhi del calcio maschile, nel quale la statistica storica è un vero e proprio culto.

Nel settembre 2020, per esempio, venne annunciato che il 5 ottobre di quello stesso anno Inter e Milan femminili si sarebbero sfidate per la prima volta a San Siro - anzi di più, che San Siro avrebbe ospitato «la sua prima partita femminile in 94 anni di storia». Peccato che ciò fosse avvenuto ben prima, cioè nel settembre del 1974, quando le azzurre avevano sfidato in amichevole la Scozia.

È un fenomeno che ha riguardato anche le arbitre, dopo l’esordio nelle partite maschili della francese Stéphanie Frappart e, in Serie A, di Maria Sole Ferrieri Caputi. Prima volta di un arbitro donna in una partita maschile? In realtà, all’interno de Le protagoniste, Ettore Miraglia nota come nel 1979 «la trentaseienne Maria Grazia Pinna, sarda di Carloforte ma toscana d’adozione sia «la prima donna a dirigere gli uomini in un campionato italiano». Pinna, tra l’altro, non è nemmeno «la prima donna arbitro» in Italia: dieci anni prima, nel 1969, quattro direttrici di gara, fra cui Antonietta Cosentino, furono infatti ammesse nel Gruppo Italiano Liberi Arbitri (GILA), chiamato ad arbitrare le partite dei campionati femminili.

Già nel 1999 la Gazzetta dello Sport intervistava Mariangela Bonanomi, la quale rivendicava di essere stata, ben prima di Carolina Morace, la prima allenatrice donna di una squadra maschile. Allora capiamo come questa gara alla prima volta non sia fenomeno esclusivamente contemporaneo. L’ingrediente nuovo, ovviamente, è l’esposizione mediatica, ben maggiore oggi rispetto al 1999.

Con i social, cambiano anche le modalità di correzione storiografica, e dunque i tempi: in questi caso, 14 minuti da record, nel 2023.

Certo, va detto che - come sottolineato da Francesca Tacchi - la ricerca storiografica sul calcio femminile è nel nostro paese ancora insufficiente, e quindi i suoi risultati spesso sono difficilmente consultabili. A ciò si aggiunga che la storia del calcio femminile è molto più frammentata e caotica di quella del calcio maschile. Si pensi anche solo al caos dei primi anni Settanta, con doppia se non tripla federazione, e di conseguenza più di un campionato, e più di una Nazionale femminile!

Detto questo, è clamoroso che persino le stesse autorità del calcio femminile non possano considerarsi affidabili per quanto riguarda la propria storia. Basti leggere a tal proposito le parole di fuoco degli estensori della pagina Wikipedia dedicata ad Elisabetta Vignotto, azzurra - secondo la FIGC - 95 volte, e autrice di ben 97 reti: numeri che, secondo i solerti censori dell’enciclopedia online, andrebbero aumentati rispettivamente a 109 e 107. Ve la vedete, la federcalcio, che sbaglia a stilare la lista dei marcatori della Nazionale maschile?

Anche qui c’è un problema di sessismo sistemico a monte. Un esempio me lo rivelò qualche anno fa da Natalina Ceraso Levati, per tanti anni Presidente del Fiammamonza, e pure della Divisione Femminile della FIGC. Ottenuto, dopo tanti sforzi, che le azzurre potessero, come i colleghi maschi, accedere gratuitamente a tutti gli stadi d’Italia dopo un certo numero di presenze in Nazionale, ci si accorse che non esisteva un conteggio ufficiale, in federazione: «Quindi ho dovuto assumermi la responsabilità io di dire che lei aveva 24 presenze, lei invece 25 ...».

Il problema ovviamente va ben oltre una tessera omaggio della FIGC. Come raccontato nella sua autobiografia, arrivata al fischio finale della finale degli Europei Under 19 di Francia 2008, Sara Gama pensò che vincendo lei e le compagne sarebbero diventate «la prima Nazionale italiana femminile ad aggiudicarsi un oro in una competizione internazionale». Anche in questo caso siamo di fronte a una falsa prima volta, o comunque una prima volta da circoscrivere ai soli trofei riconosciuti dalla FIFA, dato che poco prima che Gama stessa nascesse, la nostra Nazionale maggiore aveva già messo in bacheca ben tre Mundialiti. In quel decennio questo torneo ad invito, in assenza di un vero e proprio Mondiale targato FIFA (che sarebbe arrivato solo nel 1991), quella manifestazione si impose come la più prestigiosa competizione globale fra nazionali femminili. E su 5 edizioni, le azzurre vinsero in tre occasioni (Giappone 1981, Italia 1984 e Italia 1986), arrivando seconde nelle altre due (Italia 1985 e Italia 1988).

Insomma, le stesse giocatrici finiscono per pensare sempre di essere “le prime”. Non ci vuol molto a capire le implicazioni di questa auto-rappresentazione: non poter contare sul bagaglio di esperienza di chi ci ha preceduto, non poter imparare dai loro sbagli, non poter capire prima quali strategie potrebbero funzionare e quali no, non poter trovare sprone per il proprio futuro. Se questa mancanza di coscienza storica della propria disciplina è purtroppo in molti sport femminili la norma, in Italia, ciò vale pure per il calcio femminile.

MITI MASCHILI E FEMMINILI
Questa mancanza di coordinate storiche costringe spesso i media a fare riferimento a imprese o personaggi appartenenti alla storia del calcio maschile. Prendiamo per esempio l’episodio spesso citato in questi anni come potenziale candidato all’ipotetico Oscar della storia del calcio femminile italiano, ossia le quattro reti segnate il 18 agosto 1990 da Carolina Morace allo stadio di Wembley, in occasione di un’amichevole contro l’Inghilterra.

Visto che nessun calciatore è mai riuscito a compiere un’impresa del genere nell’impianto che solo nel 1973 venne espugnato con la leggendaria rete (singola) di Fabio Capello, il poker di Morace è giustamente celebrato non solo nelle due autobiografie dell’attaccante veneziana uscite in queste anni (La prima punta e Fuori dagli schemi), ma pure dal Museo di Coverciano, che custodisce il pallone di quella partita dietro ad una teca di cristallo.

Il famoso pallone: un Mitre un po’ ammaccato, che sa tanto di anni Novanta.

Nonostante tali encomiabili sforzi, tuttavia, non si può dire che tale impresa sia diventata patrimonio comune di coloro che seguono oggi il calcio femminile. Perché? Capirlo ci permetterebbe di rispondere a un’altra domanda che ci si fa su Twitter, ossia perché nel nostro Paese non si sia ancora compresa pienamente la grandezza calcistica di questa giocatrice: non quella morale o ispirazionale, ma proprio quella calcistica.

Forse questo è dovuto proprio alla mancanza di un contesto storico, attorno a quei 4 gol. Chi di noi saprebbe infatti dire di che partita si trattava, di che Nazionale inglese, quali erano le compagne azzurre che scesero quel giorno in campo con la bomber veneziana? Non solo perché quell’Inghilterra - Italia era un’amichevole promozionale piazzata nel pre-partita del Charity Shield di quell’anno fra Liverpool e Manchester United (ecco perché lo stadio era pieno), e perché l’Inghilterra di quegli anni (come riconosciuto dall’inviato di Repubblica che vide coi suoi occhi Morace realizzare quel poker) non era propriamente una potenza calcistica di primo livello come quella attuale, ma soprattutto per qualcosa che viene prima di quanto accaduto in campo. Infatti, perché fare un poker a Wembley dovrebbe essere di per sé un’impresa, più che farli nello stadio del Tavagnacco, o in quello della Torres? Perché segnarli all’Inghilterra, per un’italiana, dovrebbe aver più valore che farli al Canada, o alla Svezia, potenze storiche del calcio femminile?

La risposta è presto detta: perché Londra e l’Inghilterra sono luoghi e nazionali significativi nella storia della Nazionale maschile, e l’ascolto dei loro nomi evoca nella memoria degli appassionati di calcio maschile una serie di ricordi maschili. Lo stesso motivo, a ben pensarci, che spinse le migliaia di neofiti dell’estate mondiale 2019 a guardare Sara Gama e compagne alla TV giocare non contro contro l’Australia (allora 6° nel ranking mondiale) o durante il quarto di finale contro i Paesi Bassi (8°), bensì contro il Brasile (10°).

Parlando di rivalità fra nazionali, il confronto con le americane ci fa vedere una narrazione radicalmente diversa, rispettosa della storia specifica (e diversa dal maschile) del women’s soccer. In Pride of a Nation , lo stupendo libro del 2022 dedicato alla storia della Nazionale degli Stati Uniti, viene dato particolare spazio, nel capitolo dedicato agli anni Novanta, alle frizioni con le norvegesi, una rivalità non ereditata dalla tradizione maschile, bensì nata sul campo da gioco durante i Mondiali e i tornei olimpici femminili di quella decade. «Noi odiavamo la Norvegia. L’abbiamo sempre odiata», ricorda l’attaccante Michelle Akers «Erano brave, erano delle dure, erano stronze, facevano le bulle. Le odiavo, ma era divertente. Mi piaceva odiarle. Era una gran cosa. Per quanto mi riguarda, più le odiavo, più finivo per impegnarmi quando ci giocavo contro».

Come denunciato qualche anno fa da Gioia Virgilio e Silvia Lolli, uno dei problemi specifici dell’Italia non è solo la mancanza di modelli femminili per le giovani calciatrici, ma pure il fatto che «si ignorano i momenti salienti della storia calcistica femminile nazionale». Insomma, basterebbe poco per trovare facilmente storie e personaggi spendibili anche a livello mediatico, senza bisogno di scimmiottare la storia del calcio maschile italiano. Per farlo, dobbiamo però lasciare lo stadio di Wembley del 1990, e dirigerci in altri luoghi, e in altri anni.

Partiamo in questo nostro mini-tour dalla Torino del 1970, quando la Martini & Rossi decise di sponsorizzare nel capoluogo piemontese la prima Coppa del Mondo femminile, senza nulla chiedere alla FIFA, la quale all’epoca ignorava bellamente qualsiasi calciatrice. Questo primo Mondiale non omologato offrirebbe molto materiale agli sceneggiatori di un documentario, o di una serie. Se sfogliamo le pagine di Azzurre di Giovanni Di Salvo troviamo, in ordine di apparizione: le danesi che scendono in campo indossando magliette rossonere acquistate in fretta e furia in Italia perché quelle d’ordinanza erano state perdute durante un soggiorno in hotel; una delle due federazioni allora attive in Italia, la FFIGC, che costringe le proprie tesserate a non rispondere alla convocazione della rappresentativa azzurra messa in piedi dall’altra, la FICF; le inglesi e le danesi che alla fine della semifinale all’Arena Civica di Milano devono fuggire perché il pubblico assatanato va a caccia delle loro magliette e dei loro pantaloncini; la finale di Torino vinta dalle danesi, e persa dalle nostre per 2-0, in uno Stadio Comunale esaurito (40.000, forse pure 50.000 spettatori), con le forze dell’ordine costrette ad aprire i cancelli di fronte a un pubblico inferocito per i soli 24.000 biglietti messi inizialmente in vendita dagli organizzatori. Elena Schiavo ricorda così, in Azzurre, quella finale: «Nessuno di noi si aspettava tutta quella gente, difatti il Comunale di Torino era veramente pieno, e appena abbiamo sentito l’inno abbiamo avuto la tremarella. Bisogna tenere presente che una delle più grandi ero io, che all’epoca avevo 21 anni, e tante delle mie compagne erano minorenni».

L’anno dopo, le italiane tornarono in campo da vicecampioni in carica: per farlo, presero l’aereo. Chiunque abbia visto Copa ’71 non faticherà a trovarsi d’accordo coi registi Rachel Ramsay e James Erskine, i quali fanno entrare prepotentemente in scena le italiane in occasione della semifinale giocata contro le padrone di casa il 29 agosto 1971 a Città del Messico. Un arbitraggio scandaloso, con due rigori assegnati dal direttore di gara contro le italiane, che, con tutta la loro rabbia (tutt’altro che trattenuta), giocarono di fronte a una folla immensa, di 80.000, forse 90.000 spettatori.

Se non piacessero la medaglia di bronzo e le risse contro le messicane del 1971, si potrebbe virare verso i già citati successi del Mundialito degli anni Ottanta. Prendiamo le prime due edizioni italiane, quelle del 1984 e del 1985. Se la seconda vide fra le altre cose l’esordio della Nazionale degli Stati Uniti, destinata a dominare da lì a poco il calcio femminile globale per un trentennio, la prima ci offre sul piatto d’argento la finale, giocata allo stadio Armando Picchi di Jesolo. Le azzurre si imposero per 3-1 sulle avversarie della Germania Ovest, mandando in rete tutte e tre le leggende viventi che componevano il loro attacco, ossia Carolina Morace, Betty Vignotto e la naturalizzata Rose Reilly.

Quarta e ultima tappa di questa cavalcata fra le glorie azzurre, l’Europeo di Norvegia 1997. Le italiane, guidate ancora una volta da una Carolina Morace in stato di grazia (premio migliore giocatrice del torneo, e co-vincitrice della classifica marcatrici), dovettero arrendersi in finale alle avversarie tedesche, sfiorando la conquista di quell’Europeo che sarebbe stato il primo titolo “ufficiale” (nel senso: targato UEFA), e non solo. «Peccato perché in quegli anni eravamo veramente forti e abbiamo raccolto meno di quello che meritavamo», sospira Antonella Carta. «Se avessimo vinto un Europeo o avessimo giocato una finale mondiale, in Italia il calcio femminile avrebbe avuto una svolta, perché i successi fanno da traino, portano sponsor e interesse da parte dei media». L’ultima sliding door che si chiude, prima dell’imminente baratro degli anni Duemila. Gli ingredienti narrativi ci sono tutti, o no?

IMMAGINARE DELLE PROTAGONISTE
Quest’amnesia più o meno voluta ha finito anche per cancellare una fetta delle protagoniste di questa storia. Nella propria autobiografia, per esempio, Carolina Morace ricorda così la tardiva inclusione di Elisabetta “Betty” Vignotto nella Hall of Fame del calcio italiano, avvenuta solamente nel 2017: «Ventisette anni dopo il suo addio al calcio, quarta dopo Patrizia Panico, Milena Gabbiadini e me. Sono stata la prima, e sapete come mi ricordo di quel momento? La gioia e l’imbarazzo. Ci sarebbe dovuta essere lei, prima di tutte noi. Per quasi trent’anni è come se lei non fosse esistita […]. Conosciuta da pochi perché poco si è parlato di lei. Come se tutti i gol, le emozioni di Gigi Riva fossero svaniti e non ce ne fosse traccia negli almanacchi. Pensate se sparissero il braccio alzato di Franco Baresi, le reti di Del Piero, le punizioni di Pirlo, il rigore di Grosso. Per il calcio femminile, per molti anni, è stato così».

Purtroppo questo non è l’unico esempio. Sono stati diversi i casi, per dire, in cui ci sono state dimenticanze altrettanto clamorose nel momento di mettere in campo undici giocatrici a cui la storia non ha mai permesso di giocare insieme. Quando nell’estate del 2022 tutta l’Inghilterra si chiedeva sui social se quella contemporanea fosse la più forte Nazionale di sempre, la storica dello sport Jean Williams suggeriva di guardare anche al passato, ossia a quella di metà anni Ottanta, capace nel 1984 di raggiungere le finali della prima edizione degli Europei.

Nel febbraio la 2023 la IFFHS, cioè la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio, ha stilato un All-time Italy Women’s Dream Team composto essenzialmente dalla Nazionale del 2019, più Panico e Morace. Possibile che l’Italia non abbia mai avuto una campionessa in porta o in difesa, prima dell’attuale generazione?

Tutt’altra filosofia sta dietro al The Greatest of All-Time XI, che occupa un intero paginone del già citato Pride of a Nation:

Nel 2023 l’allora CT Vlatko Andonovski ha detto di Carli Llyod: «è un’icona del calcio dovunque, nel mondo. Se fosse un calciatore maschio europeo, ci sarebbero sue statue dovunque. Voglio dire, le sarebbero intitolate delle vie, centri sportivi, stadi, di tutto!».

Di fronte alle quattro - storicamente equilibrate - scelte per l’attacco, ci potremmo forse, da italiani, stupire per l’assenza sia di Megan Rapinoe che di Alex Morgan: eppure, a selezionare le undici immortali sono stati giornalisti di settore, e soprattutto ex calciatrici stesse.

Ma di chi è la colpa di questo vuoto storico? A chi attribuire le responsabilità? Tra i soggetti non ancora menzionati andrebbero citati non solo le case editrici e i giornalisti sportivi ma soprattutto le federazioni e le società che oggi gestiscono il calcio femminile. Anche su questo argomento, è Carolina Morace a non avere peli sulla lingua, quando accusa esplicitamente la policy della FIGC riguardo la «cancellazione della storia del calcio femminile». Secondo la campionessa veneziana, all’interno della nostra federcalcio «nessuno [...] sembra ricordare e riconoscere i traguardi del movimento che l’ha vista protagonista».

Come vedremo, la loro apatìa riguardo alla storia della disciplina è in qualche caso interessata, e non ci vuole molto a capire perché: non sono stati loro ad averla fatta. Perché mai nel 2020 la FIGC avrebbe dovuto ricordare la Coppa del Mondo Martini & Rossi d’Italia 1970, se quest’ultima venne organizzata da una defunta federazione, la FIFC? In occasione del Mondiale di Francia 2019, fu solo la stessa azienda organizzatrice a ricordare la manifestazione del 1970. Palese la differenza col calcio maschile, dove decine di squadre nobili decadute hanno tutto l’interesse a coltivare il culto del proprio passato, e quindi la continuità col presente, per quanto fosco.

In certi casi, poi, ci sono certi scheletri nell’armadio che, una volta aperto, rischierebbero di cadere addosso. Si pensi anche solo al 1986, anno in cui finalmente la FIGC, fino allora esclusivamente maschile, decise di prendere sotto la sua ala il movimento femminile. Apparentemente si trattò di un bel passo in avanti per le sorti progressive del calcio femminile italiano. Non tutti però sono così pacificati con questa versione dei fatti. «Pensavamo che le cose potessero migliorare col passaggio alla FIGC», ha detto per esempio Antonella Carta «Invece, inserendoci nella LND, a livello di contratti non potevi far nulla e dovevi fidarti della parola del presidente della tua squadra».

In questo discorso, paradossalmente, la FIFA sembra l’istituzione più illuminata. Il suo Museo, con sede a Zurigo, custodisce infatti dietro una teca il trofeo Martini & Rossi del 1970; inoltre, all’interno della sua poderosa Official History of the FIFA Women’s World Cup, i vari tornei internazionali femminili precedenti al primo Mondiale FIFA di Cina 1991 trovano ampio spazio. Ciononostante, quelle manifestazioni, non sono totalmente equiparate a quelle “vere”. E chi l’ha deciso? La FIFA stessa, applicando anche in campo femminile il proprio tremendo potere, riconosciuto da tutti gli appassionati del mondo: quello cioè di decidere cioè che è “ufficiale” a livello statistico, e quello che no. E la statistica, lo sappiamo bene, è una delle colonne sulle quali si basa l’orgoglio dei tifosi e delle tifose: per la FIFA, la Danimarca e l’Italia non hanno mai vinto un Mondiale, nonostante i trionfi della prima nelle Coppe Martini degli anni Settanta, e della seconda nel Mundialito degli Ottanta.

Le veterane danesi del 1970 che rimirano il pallone con il quale vinsero la finale della «“Coppa del Mondo”, an early women’s football tournament», secondo la definizione del Museo FIFA di Zurigo.

Se la FIFA impone questa lettura storiografica, in Italia ci si adatta, magari senza nemmeno accorgersene, come nel caso della facciata del Centro Tecnico Federale di Coverciano, un luogo assai significativo per la memoria storica istituzionale. Partiamo più che bene, giacché nella parte inferiore troviamo le gigantografie fotografiche non solo di grandi campioni, ma anche di grande campionesse azzurre del passato, come Antonella Carta. Nella parte superiore, tuttavia, campeggiano le date e i luoghi dei 4 Mondiali conquistati dai maschi:1934 Roma - 1938 Parigi - 1982 Madrid - 2006 Berlino. Anche per la FIGC, insomma, i Mundialito non equivalgono ai Mondiali targati FIFA.

Le protagoniste di quegli anni, però, rivendicano orgogliosamente di aver vissuto un’altra storia. Maria Grazia Gerwien, all’atto di ricordare la vittoria delle azzurre nella Coppa Europa 1969, afferma che «è stata veramente una grande soddisfazione riuscire a conquistare questo trofeo, il primo a livello internazionale che si organizzava nel calcio femminile. Certo oggi, con gli Europei, i Mondiali e tutte le manifestazioni organizzate dalla FIFA, potrebbe sembrare che sia stata una piccola manifestazione, con solo quattro squadre partecipanti, ma per quell’epoca fu veramente un grande evento».

Ora, dare ragione a Maria Grazia Gerwien parrebbe particolarmente naïf, ma fermiamoci un attimo a riflettere: giacché negli anni Settanta la FIFA si teneva ben lontana dal calcio femminile, perché dovrebbe essere scorretto riconoscere quelli d’Italia 1970 e Messico 1971 come i primi Mondiali? Se la storia non fosse andata poi avanti com’è andata, cioè con la federazione mondiale maschile che fagocita il calcio femminile, non sarebbe così difficile, per tutti noi, vedere le cose in quest’ottica, no?

La possibilità di questo ribaltamento storiografico porta con sé la possibilità, invocata da sempre più calciatrici (all’estero, più che altro), che il calcio femminile si svincoli da quello maschile, a partire dalla FIFA (anche a causa dei sempre più frequenti mal di pancia per la gestione Infantino). Lo ha suggerito per esempio l’accademica Christina Philippou su The Conversation in occasione dell’Europeo d’Inghilterra 2022, e che qualcosa si stia muovendo anche sul pratico è stato raccontato anche qui su Ultimo Uomo.

E alla premiazione della finale del Mondiale 2023 Lucy Bronze ha snobbato bellamente Infantino, dopo che quest’ultimo aveva affermato che le calciatrici avrebbero dovuto «convincere noi maschi» della bontà della loro lotta per l’equità all’interno del mondo del calcio globale.

In Italia, le voci che si alzano contro la cancellazione delle realtà storiche del calcio femminile sono ancora poche, residuali, in ogni caso poco ascoltate da media, eppure esistono. È il caso per esempio dei tifosi dell’Empoli Ladies che, nell’estate del 2022, pubblicarono un coraggioso ed interessante comunicato per protestare contro la decisione della società che aveva deciso di vendere il titolo sportivo al Parma.

Con gran gesto di cavalleria, nell’aprile del 20233 la “piccola” ma storica Roma Calcio Femminile si è unita ai festeggiamenti per lo scudetto della “grande” ma nuova AS Roma femminile, accostando la vittoria delle più ricche cugine alla loro, datata 1969.

Anche il tanto citato tema degli impianti finalmente all’altezza è stato criticato. D’altra parte, se i tifosi del Milan e dell’Inter soffrono così tanto di fronte all’idea di abbandonare o addirittura abbattere San Siro, perché non dovrebbe esistere un senso di attaccamento ai campi storici della squadra femminile?

Per la verità quando ce n’è stata l’esigenza e la possibilità (cioè nella stagione 2023/24), la Juventus Women ha traslocato senza troppe remore dall’impianto di Vinovo, quello cioè nel quale aveva vinto tutti i suoi primi scudetti, a quello di Biella. Nessuna squadra attuale di Serie A, nemmeno quella bianconera, può vantare un legame storico forte col proprio campo quale quello che è tangibilmente respirabile quando, lasciata la stazione di Monza e imboccata una stradina laterale, si entra allo Stadio Sada, da decenni casa del Fiammamonza. Qui la società biancorossa ha vissuto gioie (su tutte, lo scudetto del 2005/06) e dolori di una vita intera, e lo ha fatto in uno stadio proprio: una caratteristica che anche allora rendeva le biancorosse diverse da altre squadre, ben più quotate, come rivendicato con orgoglio nell’estate 2022 dalla già citata Natalina Ceraso Levati. Tutte le big dell’epoca «come la Torres o la Lazio - che vincevano gli scudetti, per carità, senza nulla togliere loro!-,quando venivano qua ci dicevano: “Certo che però, avere una casa...!”. Era una cosa fondamentale». E il campo delle bianconere, allora? «Per carità, avessi vinto io tutti gli scudetti che ha vinto la Juventus, ora sarei qui a brindare con lo champagne!Però dove gioca, la Juventus?» «A Vinovo» «Eh! Ascolti: che senso ha? Per carità! [...]».

All’ingresso dello Stadio Sada una serie di murales accoglie tifosi e tifose del Fiammamonza, illustrando loro la storia del club, a partire dalla figura (qui sulla sinistra) del fondatore, il prof. Reno Ceraso (foto dell'autore).

IMPARARE DAGLI ALTRI
Forse per cambiare le cose ci vuole meno di quanto pensiamo. Per esempio si potrebbe provare a sbirciare cosa accade al di là delle Alpi, dove ci sono alcuni esempi riusciti di divulgazione storica. Il primo si può leggere addirittura in ottica commerciale, in barba a chi crede che puntare sulla storia non garantirebbe alcun profitto. È lo spot pubblicitario lanciato nell’estate del 2022 dalla Cervezas Victoria, azienda fornitrice ufficiale di birra della Nazionale femminile, per celebrare la legacy della pioniera Victoria Hernández, la prima spagnola di sempre a firmare un contratto professionistico, nel 1971.

Il secondo esempio, invece, ci mostra come mettere le calciatrici di ora in comunicazione con quelle del passato, facendo percepire alle prime di far parte di una storia che le trascende, e da cui derivano. Era l’estate del 2023 e le giocatrici della Nazionale irlandese, in campo per un’amichevole contro la Francia, trovarono a far loro da guard of honor un gruppo di anziane donne, le quali erano nient’altro che le veterane della prima squadra femminile del Paese.

Un notevole post da 91.700 like, nella sua semplicità.

All’estero anche gli storici e delle storiche del calcio femminile sono assai attivi sui social, e condividono col pubblico le loro scoperte, generando interesse e curiosità.

Nel gennaio 2023, per esempio, lo storico Alex Jackson ha diffuso su Twitter le immagini dell’interessante reperto che aveva fra le mani, ossia il libretto su cui la calciatrice Sue Lopez andava segnandosi, nei primi anni Settanta, le formazioni complete con le quali scendeva in campo all’epoca.

Il quadernetto di Sue Lopez, la quale nel 1971 scese in Italia, giocando per la Roma CF.

Si potrebbe andare avanti. Nel settembre 2022 in Canada ci si è spinti a chiedere che la Federcalcio locale si scusasse ufficialmente con le calciatrici del Paese per il divieto sancito 100 anni prima. In Italia, dove il CONI si sogna di fare una cosa del genere per il boicottaggio del 1933, perché non si chiede alla FIGC di scusarsi con le componenti della Nazionale del 1999 per il vergognoso trattamento riservato ad Antonella Carta e compagne?

Che le cose possano cambiare in fretta ce lo insegna proprio il caso di successo della Nazionale statunitense, oggi apparentemente inarrivabile per quella italiana. C’è stato infatti un tempo, una trentina d’anni fa, nel quale erano proprio le americane a non avere alcuna coscienza di se stesse e della propria storia.

Nella sua prefazione a Pride of a Nation, Julie Foudy, due volte campionessa del mondo (Cina 1991 e USA 1999), racconta com’era la situazione delle calciatrici della Nazionale a stelle e strisce a fine anni Ottanta. «Eravamo nient’altro che un branco di ragazzine (letteralmente: Mia [Hamm] aveva 15 anni, io 16, e Kristine Lilly pure), incredibilmente grate per avere l’opportunità di giocare per il nostro paese, e del tutto prive di un’idea di cosa ciò volesse dire. In quegli anni Ottanta non c’erano Coppe del Mondo o Giochi Olimpici per il calcio femminile, nonostante per quello maschile ci fossero dal 1900 le Olimpiadi e dal 1930 i Mondiali. Perché? - mi chiederete. Perché - ci dicevano - non è quello che le donne fanno».

La campionessa che si gode la lettura di un libro di storia. Quella che ha scritto lei stessa, assieme a Mia e alle altre numerose compagne “history makers”, come si dice negli Stati Uniti.

In questo contesto, si capisce bene la reazione dei genitori di Julie quando nel 1991 annunciò loro di essere stata convocata per il primo Mondiale di sempre: «‘Mamma! Papà! Non ci crederete. Finalmente ce ne andremo a giocare la nostra prima Coppa del Mondo, e lo faremo in Cina'. Ora, tenete conto che i miei genitori sostenevano in maniera incredibile la mia attività calcistica, ma non erano esattamente degli eruditi nella reverenda storia del calcio femminile. Per questo non avrei dovuto stupirmi della reazione di mio padre alla pionieristica notizia: ‘Senti, Julie, non sono sicuro di farcela, perché questo è un periodo davvero pieno, col lavoro’. ‘Papà, sarà una roba grossa’, spiegai, ‘la Coppa del Mondo la fanno una volta sola ogni quattro anni. Potrei non avere una seconda occasione. E questa è la prima che fanno per le donne. E tu ci sarai, papà’. Mi viene sempre da riderci sopra, quando ripenso a questo dialogo. Provate voi ad immaginarvi il genitore di una delle calciatrici di oggi che dice ‘Amore mio, mi dispiace, non penso di farcela, per quella Coppa del Mondo ... e comunque: cosa dannazione è, una Coppa del Mondo?’».

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