
Il mito del peccato originale e della cacciata dal paradiso per il Manchester United non riguarda una mela ma un cavallo. Si chiamava Rocca di Gibilterra e agli inizi degli anni Duemila era uno dei più importanti e vincenti purosangue inglesi di tutto il Regno Unito - «il migliore del mondo» secondo il fantino Richard Hughes. Rocca di Gibilterra si era fatto un nome dove più contava - in Irlanda, la patria dell’allevamento dei cavalli da corsa - e Sir Alex Ferguson per qualche ragione ne andava pazzo.
In un’intervista rilasciata alla rivista ufficiale del sindacato dei calciatori professionisti inglesi e gallesi, l’ex allenatore del Manchester United aveva dichiarato di aver iniziato a seguire le corse dei cavalli «semplicemente per avere uno svago dal mio lavoro». Con Rocca di Gibilterra, però, era diverso. Ferguson amava farsi fotografare con lui ed era riuscito a fargli indossare i suoi colori, cioè il rosso e il bianco del Manchester United. Soprattutto: il suo nome compariva tra i proprietari di Rocca di Gibilterra nonostante non ne avesse mai acquistato nemmeno una quota. Rocca di Gibilterra era una metafora che si era fatta carne. Quando nel 2002 vinse il premio di cavallo europeo dell’anno il Manchester United aveva da poco messo in bacheca l’incredibile striscia di tre Premier League vinte di fila. Le sue foto accanto ad Alex Ferguson vestito di tutto punto e con il cilindro in testa rappresentano - anzi, in un certo senso sono l’età dell’oro dei “Red Devils”. La loro patina ancora vagamente anni ’90, le guance rosse sul viso scozzese di Sir Alex, il fazzoletto giallo perfettamente ripiegato nel taschino della giacca. Sembrano venire da un altro tempo.
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