
Dopo la vittoria contro l’Albania in Nations League, al suo esordio sulla panchina dell’Inghilterra, Thomas Tuchel ha puntualizzato che la sua squadra avrebbe potuto avere un impatto offensivo maggiore se avesse cercato più la diagonalità, giocando di più «negli spazi» e meno «intorno al blocco».
Nel calcio euclideo di Tuchel la diagonalità ha sempre avuto un valore particolare: è ormai celebre il suo aneddoto sulle partite in allenamento con gli angoli del campo tagliati, per evitare che gli esterni andassero sul fondo, dritti per dritti, e fare invece in modo che cercassero più di convergere verso l’area. È un aneddoto che ha anche una dimensione pedagogica oltre che tattica: l'idea di Tuchel suggerisce che indurre implicitamente un comportamento (attraverso un espediente nascosto come questo) sia più efficace che suggerirlo esplicitamente, chiedendolo sul campo da allenamento. Secondo l’approccio ecologico-dinamico è proprio così che l’essere umano apprende meglio: immerso in contesti reali attraverso dei vincoli impliciti che ne suggeriscano le possibilità di azione. Ne avevo scritto più approfonditamente in questo pezzo di qualche anno fa.
Ovviamente questo non significa che anche l'aspetto puramente tattico del concetto di diagonalità, di cui potete leggere in questo pezzo, non sia interessante di per sé. E anzi le parole di Tuchel post-Albania mi sembra dicano che la diagonalità oggi sia una necessità di gioco trasversale, che accomuna squadre anche profondamente diverse tra loro.
La diagonalità suggerita da Tuchel, per esempio, è una diagonalità di “sfondamento”, insita nella ricerca dell’invasione dell’ultimo terzo di campo, che punta, cioè, a ottimizzare le situazioni di rifinitura e finalizzazione. Anche un allenatore come Antonio Conte, in modo diverso, pare particolarmente attento alla ricerca di alcune giocate diagonali, anche se in situazioni abbastanza specifiche: mi vengono in mente soprattutto i palloni giocati “a memoria” dai suoi esterni verso il centravanti che va incontro, per lo più ad altezze medie del campo.
Anche De Zerbi, in maniera forse indiretta, cerca di progredire diagonalmente quando, attraverso raffinate costruzioni dal basso, cerca di attirare il pressing per poter poi “giocare dentro” la pressione e avanzare alle sue spalle.

Una famosa foto dei campi di allenamento del Bayern Monaco ai tempi di Guardiola.
La ricerca della diagonalità si può riconoscere in altre circostanze abbastanza diffuse nel calcio di oggi, e per certi versi ancora più sottili: immaginiamo il classico campo geometricamente suddiviso secondo un approccio posizionale, che privilegia la ricerca dei famigerati mezzi spazi, cioè con i cinque corridoi verticali lungo tutto il campo, e qualche interruzione orizzontale per una distribuzione “razionale” delle posizioni, in modo tale da non avere quasi mai più di tre giocatori sulla stessa linea orizzontale e/o due sulla stessa linea verticale.
In questa prospettiva, la diagonalità diventa un modo per passare da un corridoio all’altro sfruttando l’orientamento del corpo “aperto” del ricevente, così che lo stesso possa ricevere sul piede più lontano e guardare avanti. Una concezione, insomma, che ha tanto a che fare sia con una preferenza spaziale ben precisa, cioè l’occupazione di determinati spazi, sia con il modo in cui sarebbe preferibile che le azioni progrediscano; cercando, cioè, di trovare l’uomo libero che possa accelerare lo sviluppo orientandosi in un certo modo
In ogni caso la diagonalità rimane un comune denominatore, sicuramente tra squadre che provano ad attuare il gioco di posizione in tutte le sue varie forme, ma le ragioni e i modi per e con cui viene ricercata possono essere sostanzialmente diversi.
Oggi, però, la diagonalità sta vivendo una sua (rinnovata?) popolarità, anche tra chi invece si pone persino in contrasto con gli esempi di cui sopra. In quello che viene chiamato approccio relazionale o funzionale, i corpi della squadra che attacca si propongono spesso lungo immaginarie linee diagonali che possano consentire al pallone di tornare dentro dopo essere stato alla periferia del campo, quelle fasce laterali lungo le quali si agglomerano senza soluzione di continuità e discriminazioni di ruolo i giocatori, per associarsi tra loro. Questo avviene in un modo orientato prevalentemente al pallone, cioè senza dare troppo peso allo scaglionamento delle possibili soluzioni di passaggio dirette (molto diverso rispetto all’esigenza di non sovrapporre le linee nel calcio di posizione).
Trovo che le premesse di questa diversa declinazione di diagonalità siano affascinanti e valga la pena di approfondirle. Negli esempi precedenti, possiamo trovare sempre una sorta di razionalità spaziale o posizionale alla base, come Tuchel che chiede di entrare nel blocco dagli esterni, i palloni giocati «da un corridoio all’altro», i giochi di attrazione dezerbiani per liberare spazio in profondità, e così via. Oppure si tratta di casi di diagonalità indotta in maniera abbastanza codificata, come nel caso delle giocate sulla punta delle squadre di Conte. Nell’intervista iniziale, Tuchel parlava anche dell’importanza di giocare il pallone in diagonale per trovare degli spazi all’interno del blocco, anche se ammetteva di non aver ancora controllato bene se quegli spazi fossero davvero disponibili.
Quest'ultima precisazione sembra un dettaglio ma non lo è. La percezione di quanto “spazio” ci sia, e dunque di quando sia opportuno tentare un tipo di giocata e quando no, è una cosa che differenzia sostanzialmente i diversi approcci ai problemi di gioco. Se oggi pensiamo a squadre che cercano di fare un calcio di possesso, abbiamo ben in mente un’immagine canonica e alcuni concetti chiave, ormai cristallizzati nel discorso: occupazione razionale degli spazi, terzo uomo per trovare l’uomo libero, eccetera. Essendo il calcio un gioco dialettico - in cui, cioè, vi è un adattamento costante tra mosse e contromosse - è naturale che questo tipo di sviluppi abbia trovato generalmente delle risposte difensive simili (ne ho parlato in modo approfondito qui con Antonio Gagliardi).
Così, le squadre che hanno come criterio quello del riciclo del possesso finché non appare l’uomo libero possono ritrovarsi a soffrire di sindrome della circolazione periferica, come quando Tuchel stesso dice che sarebbe stato meglio giocare più dentro il blocco e meno attorno ad esso. In questo contesto, il concetto di diagonalità si ritrova collateralmente a scendere nelle “gerarchie” dei principi, rispetto alla necessità di controllo del possesso, anche se si tratta di un controllo propedeutico a creare altre opportunità offensive prendendo l’avversario per sfinimento.
In questo senso la diagonalità orientata al pallone, che potremmo definire diagonalità relazionale, dà delle opportunità di progressione dell’azione radicalmente diverse. Certe dinamiche potrebbero aiutare a offrire soluzioni più ambiziose – anche più rischiose, certo – al problema di attaccare un blocco difensivo basso e compatto, e anche alla sempre crescente attitudine di rafforzare la marcatura sull’uomo nello spazio per evitare ricezioni comode “tra le linee”, ormai sempre più rare.
Perché questo sia possibile, però, è anche necessaria una diversa prospettiva rispetto alla concezione di rischio della giocata e alla percezione degli spazi a disposizione: se il riferimento sono in primo luogo gli spazi che concede l’avversario, perché ritenuta una situazione più conveniente per la progressione, è ragionevole che allora vi saranno molte meno progressioni diagonali, e in generale giocate associative funzionali nella zona centrale a ridosso dell’area, se l’avversario “morde” sui riferimenti e sta compatto. Banalmente: serve più spazio affinché quella giocata sia ritenuta fattibile.
Se, invece, il riferimento non sono più gli spazi tra le linee o «tra i corpi» per dirla alla Spalletti, ma principalmente la ricerca di dinamiche di interazione multiforme, persino controintuitive, intorno al pallone, allora l’avversario smette di essere un oggetto da manipolare indirettamente (muovere la palla per muovere l’avversario) e ritorna più su una dimensione di confronto diretto, di accettazione della “scazzottata”: gioco il pallone addosso ai miei compagni anche se hanno l’uomo addosso, anche se non c’è un terzo uomo libero alle spalle della pressione; mi propongo in avanti anche se quella zona è già occupata dal mio compagno o se non “porto via” nessun uomo, semplicemente perché sento la giocata, percepisco la possibilità di un uno-due, di un velo, di una progressione non convenzionale.