
Negli anni ‘90 Fabio Paratici è un onesto jolly di centrocampo nelle categorie inferiori. «Cercavo di inserirmi dove gli altri mancavano, per sfruttare le poche partite in cui gli altri non giocavano mi adattavo. Per caratteristiche, somigliavo a Pessotto. Non segnavo mai, non avevo un'esultanza... Era talmente raro». Piacenza, Pavia, Marsala, Novara, Palermo e così via. Nel 2004 chiude col calcio giocato a Brindisi e nello stesso anno diventa il capo degli osservatori della Sampdoria, iniziando un percorso professionale ricco di successi e controversie.
Non si trovano molte informazioni su questo repentino passaggio di carriera. Anni dopo, intervistato da Szczesny per una tv polacca, dirà: «Non ero molto bravo, giocavo in Serie C massimo, sono finito in C2 e lì ho capito che da giocatore avevo dato. Ma la mia passione è il calcio e dovevo reinventarmi. Guardavo partite in tv e prendevo note sui quaderni, anche per vedere se certi elementi sarebbero cresciuti. Questo quando avevo 24-25 anni, a 31 ho smesso. Le mie vacanze erano andare a vedere i tornei Under 15, è una passione prima che un lavoro».
«Malato di lavoro», «100 percento devoto al calcio», «non ha altro al di fuori del calcio». Sono più o meno tutti di questo tipo le descrizioni sull’approccio al mestiere del direttore sportivo di Paratici, che in questi giorni è stato vicinissimo al Milan, che lo aveva scelto per provare ad aggiustare una situazione particolarmente complicata. Avrebbe dovuto fungere da “uomo di sport” all’interno di una dirigenza più sbilanciata verso l’aspetto manageriale ed economico.
Oggi però l'accordo verbale sembra vicino a saltare. La squalifica di Paratici scade il 20 luglio di quest'anno e sembra che il Milan non voglia correre rischi di deferimenti e neanche avere il mercato fermo fino a quella data. Per cui sarebbe intenzionata a ripensarci. Inoltre il 15 aprile è prevista la prima udienza per la parte civile del processo nato dall’inchiesta Prisma.
In ogni caso è interessante provare a ricostruire la carriera di Paratici, quello che è stato il direttore sportivo più influente degli ultimi 10 anni di calcio italiano, ma anche uno dei più controversi. Proprio come si addice a questo ruolo, che in Italia è spesso un ibrido tra lavoro meramente di campo e grande potere nelle stanze dei bottoni.
L’INCONTRO CON MAROTTA
Sugli anni da osservatore per la Sampdoria restano un paio di aneddoti ai limiti della leggenda: come quando andò in Polonia per vedere due calciatori nonostante una bufera e rimase bloccato per dieci giorni in albergo: «Andavo all’internet point dell’hotel e ci stavo 20 ore, quando è arrivato il conto alla Sampdoria, me l’hanno giustamente decurtato dallo stipendio». O di quando si è fatto portare da un tassista alla stazione degli autobus di un quartiere malfamato di Quito per incontrare i genitori di un calciatore, presentandosi in giacca e cravatta. O di quando stava per prendere Modric.
A Genova arriva anche l’incontro che gli cambia la vita, quello Giuseppe Marotta, che del club è il direttore generale. I due si trovano a pelle, iniziano un rapporto stile allievo e maestro che durerà per molti anni. Paratici è il braccio, Marotta la mente. Uno può far valere quella che chiama la sua «ossessione del conoscere»: gira ovunque, segue chiunque, conosce chiunque; l’altro invece si occupa di tutto il processo diplomatico: tratta coi presidenti, conosce le regole e il bon-ton del calciomercato, soprattutto sa far di conto.
Alla Sampdoria Paratici lavora su un doppio binario, da una parte è attivo nel ruolo di scopritore di talenti (sarà lui a portare Icardi alla Sampdoria, oltre a Poli, Krsticic, Obiang e Soriano, con la Primavera che vincerà lo scudetto nel 2008), dall’altra insieme a Marotta definisce le strategie di mercato della prima squadra. Così racconterà la loro relazione anni dopo: «Con Marotta penso fossimo una coppia ben assortita e complementare. Io mi occupavo della parte più tecnica, ma poi mi confrontavo con lui, perché è una persona esperta, che conosce il calcio e le trattative, e mi aiutava a fare meno errori possibili».
In questi anni alla Sampdoria, ma anche in quelli successivi alla Juventus, non sarà mai troppo chiaro chi è dei due a scegliere chi. Negli articoli di mercato è sempre Marotta e Paratici, Paratici e Marotta, Marotta il capo, ma Partici subito dietro, sempre presente come un’ombra. Lui, comunque, si prenderà i meriti sportivi dei loro successi: «Sì, il calciatore lo individuavo io». Anni dopo Salvatore Asmini, che teoricamente di quella Sampdoria è il direttore sportivo, sarà al contrario piuttosto freddo: «Paratici quando è arrivato non lo conosceva nessuno: ha lavorato sette anni. Poi per la maggior parte della stampa genovese è stato quello che ha preso i giocatori e “che ha cambiato il mondo”».
In ogni caso nella stagione 2009/10 con Cassano e Pazzini come coppia d’attacco e Delneri in panchina, la Sampdoria vive la miglior stagione della propria storia recente, arrivando fino al 4° posto che vale i preliminari di Champions League. Per Marotta e Paratici, ancora insieme, vale la chiamata dalla nuova Juventus di Andrea Agnelli, che sta cercando di risollevare il club dopo Calciopoli. La squadra arriva da un brutto 7° posto, col fallimento dei due acquisti più importanti della stagione, Diego e Felipe Melo.
I PRIMI SUCCESSI ALLA JUVENTUS
Uno direttore generale, l’altro direttore sportivo, appena arrivati alla Juventus fanno la rivoluzione. Per la panchina si portano dietro Delneri; dal mercato per il suo 4-4-2 arrivano Bonucci, Krasic, Jorge Martínez, Quagliarella, Aquilani, Pepe, Matri, Diego viene ceduto. La squadra però non ingrana, a gennaio per meno di mezzo milione di euro, Paratici va a prendere Barzagli al Wolfsburg. Sarà quello che Paratici definirà «il colpo di mercato di cui vado più orgoglioso». Il difensore lo racconterà così: «Non so come mai, ma il nostro direttore Paratici veniva a vedermi a Wolfsburg. Mi ha svoltato la vita e la carriera», una dichiarazione che in qualche modo conferma il metodo di Paratici: vedere tutto, conoscere il più possibile, esserci sempre.
Marotta e Paratici ancora non lo sanno, ma insieme hanno gettato le basi per il più lungo dominio nella storia della Serie A. Il mercato successivo viene considerato il loro primo capolavoro: Pirlo a parametro zero, Lichtsteiner a 10 milioni, Vucinic a 15 e Vidal per 12. Così Paratici sull’acquisto del cileno: «Con Marotta scoprimmo Vidal in una gara di Europa League tra Leverkusen e Villarreal. Eravamo andati a seguire Giuseppe Rossi, ma finimmo per innamorarci del cileno». Soprattutto insieme, forse o forse no, scelgono Antonio Conte, l’uomo giusto al momento giusto.
Arriva subito il primo Scudetto per Paratici, il primo di una lunga serie. Gli anni di Conte si contraddistinguono per un mercato responsabile, nonostante le lamentele dell’allenatore (e sarà proprio un mancato acquisto, quello di Cuadrado a farlo andare via). Bisogna riparare agli sprechi delle stagioni successive e gli arrivi sono centellinati e a costi contenuti. Eppure Paratici riesce a mettere a segno altri due grandi colpi che porteranno la Juventus nell’olimpo del calcio europeo: nell’estate del 2012 è lui a insistere per portare a Torino Paul Pogba, nonostante la Juventus non voglia spendere un euro per giocatori non pronti per la prima squadra. Paratici è però convinto che quel giovane centrocampista francese che non ha mai giocato tra i grandi può essere utile da subito, e ha ragione. L’estate successiva vende Matri al Milan per 11 milioni e compra Carlos Tevez per 9. Paratici la racconta come la trattativa più logorante della sua carriera, sempre parlando al plurale: «L'avevamo già contattato dopo il primo anno alla Juventus, anche se non ci eravamo qualificati per la Champions, ma non andò in porto. [...]Però siamo rimasti in contatto perché è sempre stato un mio chiodo fisso portare Tevez alla Juve».
L’AFFARE CRISTIANO RONALDO
La finale di Champions del 2015 contro il Barcellona cambia le strategie finanziarie della Juventus. Gli introiti del nuovo stadio, i soldi che arrivano con le vittorie in Europa: ora si può spendere. Il primo acquisto importante è Paulo Dybala, che arriva ancora prima di scendere in campo a Berlino. Ambito da molte squadre, è una chiamata di Paratici a convincere l’argentino: «Lì ho parlato con Fabio, che mi disse che avrebbero voluto fare tutto il possibile per portarmi alla Juve. Quando ho chiuso la chiamata sono andato ad abbracciare mia mamma dicendole che volevo andare lì e non volevo nessun altro posto». Questo è un altro aspetto che torna spesso nelle trattative di Paratici: la sua capacità di convincere calciatori, procuratori, agenti, spianare la strada al lavoro di chiusura di Marotta.
Il sogno è vincere la Champions e la Juventus fa di tutto per arrivarci. Paratici si ritrova all’improvviso con grande «libertà di sperimentare», come dirà lui. Dalle trattative logoranti per Tevez a 9 milioni, si passa a pagare 90 milioni la clausola rescissoria di Higuain. Così parlerà Federico Cherubini di questo passaggio, in un’intercettazione raccolta mentre è al telefono con Stefano Bertola: «Siamo stati arroganti sul mercato, perché il Fabio di 5 anni prima non prende Higuain a 90, prende Gabriel Jesus a 10, e lo fa diventare uno da 90». Se nelle prime stagioni a Torino gli acquisti importanti sono stati quasi tutti azzeccati e massimizzati, a questo punto qualcosa si rompe.
È anche difficile stare dietro a tutti gli affari di mercato di quegli anni in entrata e in uscita, e ai soldi spesi. Il colpo che cambia tutto è però certamente quello di Cristiano Ronaldo. «Un'idea folle» come la chiama Paratici, che però - paradossalmente - non deve fare molto per convincere il portoghese. È infatti Ronaldo a scegliere la Juventus, colpito dalle attenzioni ricevute dopo il famoso gol in rovesciata. Paratici lo scopre tramite l’agente del calciatore (Jorge Mendes, con cui sta trattando anche Cancelo) e ha il compito di rendere possibile questo sogno. È in questo momento che si consuma la rottura con Marotta, che al contrario frena, giudicando avventato l’investimento. Alla fine a vincere è la fazione Paratici, che viene premiato da Agnelli con il posto d’onore accanto a Cristiano Ronaldo il giorno della presentazione. Il posto che, di solito, spetta a Marotta.
Pochi mesi dopo, a mercato chiuso, Marotta lascia la Juventus. Negli anni proverà a sostenere che il suo addio è solo la naturale conclusione di un ciclo, ma è evidente come sia stato l’acquisto di Ronaldo ad allontanarlo, cambiando i rapporti di potere tra lui e Paratici. Da quel momento diventa infatti Paratici la principale figura per quanto riguarda il mercato della Juventus. In questo ruolo durerà due anni e mezzo, che però sembrano molti di più. Sotto la sua gestione il mercato diventa sempre più rapsodico e bulimico. La Juventus compra e vende calciatori come figurine, spende tantissimi soldi tra acquisti e stipendi, per cercare di stare al passo coi migliori club d’Europa, dei quali però non ha le stesse entrate.
GLI ULTIMI ANNI ALLA JUVENTUS
In quello che è il primo mercato estivo a gestione Paratici arrivano parametro zero, ma con stipendi e commissioni altissime, Rabiot e Ramsey; Danilo al posto di Cancelo più soldi, Romero, Demiral, lo scambio Luca Pellegrini-Spinazzola, e poi De Ligt dall’Ajax per 85 milioni di euro. Qualche mese dopo, alla premiazione come Piacentino Benemerito 2019 Paratici rivendica l’acquisto dell’olandese: «De Ligt è un mostro. Un mo-stro! È il migliore investimento su un giovane che abbiamo mai fatto. Mi ha fatto sorridere sentire che qualcuno aveva dei dubbi su di lui. Io sono sempre stato convinto delle sue qualità, ma chi mi ha dato conferma di tutto sono stati i compagni che mi hanno detto: direttore, è un fenomeno. Perché lo è. [...]Segnerà un'epoca, sarà il più forte difensore dei prossimi dieci anni».
Succede anche un episodio curioso: Paratici è in un locale di Milano, scrive degli appunti su un foglietto che poi strappa e lascia lì. Qualcuno lo recupera, lo riassembla e lo consegna ai giornali. Esce fuori una lista di nomi e cifre che sembra suggerire il mercato della Juventus (poi si scoprirà che sono solo “appunti” prima di un incontro col Genoa). Zaniolo, Savic (probabilmente Savic dell'Atletico), Chiesa, Sandro e Romero sono i nomi principali con relative cifre, poi ci sono i nomi di alcuni giovani talenti: Demiral, Sagnan, Zurkowski, Szoboszlai, Zennaro. C’è anche quello di Pjanic in alto a destra.
Proprio la cessione di Pjanic segna il declino della gestione Paratici. Siamo in piena pandemia, il campionato è ripreso nell’incertezza generale. I mancati introiti della vendita dei biglietti stanno mettendo in ginocchio i club, così come la contrazione dei guadagni pubblicitari. Non è ancora chiaro cosa deciderà di fare la Uefa a riguardo, soprattutto per quanto riguarda il fair play finanziario. Il 29 giugno, appena in tempo per la chiusura del bilancio, Juventus e Barcellona mettono in piedi uno scambio dai contorni piuttosto grigi: Pjanic va in Spagna per 60 milioni di euro, Arthur arriva in Italia per 72 milioni di euro più 10 di bonus.
IL TOTTENHAM E LA SQUALIFICA
Nel maggio 2021 Paratici lascia la Juventus, non rinnovando il suo contratto. L’ultima vicenda che lo riguarda è allora quella di Luis Suarez. Era stato lo stesso centravanti a proporsi a Paratici con un messaggio, un affare però impossibile in mancanza della cittadinanza comunitaria. A quel punto era stato organizzato l’esame di italiano per ottenere la cittadinanza italiana, una storia che probabilmente ricordate. Quando sarà interrogato dal PM Agnelli scaricherà tutto su Paratici: «La vicenda relativa a Luis Suarez è stata gestita interamente da Paratici» (la Juventus sarà prosciolta).
In ogni caso quello di Paratici sembra un addio sereno, dopo 11 anni e 19 trofei vinti. Certo, le ultime stagioni sono state turbolente sul piano del mercato e dei risultati, ma ancora non sappiamo quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Nel febbraio 2021, infatti, la Consob inizia a spulciare tra i conti della Juventus. Parte l’inchiesta denominata Prisma che agisce su più fronti, uno dei quali riguarda le “plusvalenze fittizie” coinvolgendo direttamente Paratici.
Negli uffici della società viene trovato il «Libro Nero di FP», dove F sta per Fabio e P sta per Paratici. È un foglio scritto da Cherubini (all’epoca «immediato collaboratore» di Paratici e poi suo successore) dal quale si evince «che Fabio Paratici avesse costantemente operato attraverso un sistema di plusvalenze artificiali». Questa pratica è un meccanismo contabile “pezza”: da una parte la cessione di un calciatore produce una plusvalenza nell’immediato, dall’altra l’acquisizione di un altro calciatore di pari o più alto valore produce un ammortamento da suddividere su più anni. Il beneficio immediato è dunque seguito da effetti negativi negli esercizi successivi. Un peso che la Juventus si sta portando dietro ancora oggi, e che nelle ultime sessioni di mercato l’ha portata a cercare di abbassare il monte ingaggi salito vertiginosamente proprio con Paratici e a sistemare i bilanci con alcune cessioni dolorose.
Il 20 gennaio 2023 la Corte Federale d'Appello della FIGC riconosce Paratici colpevole per quanto riguarda le plusvalenze fittizie inibendolo per 30 mesi dalla possibilità di svolgere attività in ambito federale. Intanto però appena dopo aver lasciato la Juventus, Paratici è stato scelto come nuovo Managing Director Football del Tottenham. A sceglierlo è stato direttamente il presidente Daniel Levy, dopo alcune sessioni di mercato disastrose sotto la sua gestione. Appena arrivato Paratici deve rimettere completamente mano alla squadra. La sua prima mossa è la scelta di Nuno Espirito Santo per la panchina dopo il burrascoso licenziamento di Mourinho. Dal mercato arrivano Sarr, Emerson Royal, Gil, Romero e Gollini.
Essendo appena arrivato, non è chiaro quanto di questo mercato sia merito (o colpa) sua. Sembra che dietro ci sia la mano di Jorge Mendes. All’inizio infatti l’allenatore doveva essere Gattuso (molto vicino all’agente portoghese), prima dell’uscita sui social di alcune frasi vagamente razziste e omofobe dell’ex centrocampista del Milan che costringono il Tottenham a fare un passo indietro. Poi sembra toccare a Paulo Fonseca, ma - come racconterà poi l’allenatore portoghese - sembra che Paratici volesse un allenatore più attento alla fase difensiva. Fatto sta che la gestione Nuno Espirito Santo è un fallimento, e il tecnico viene esonerato quasi subito (anche se oggi il suo Nottingham Forest è una delle migliori squadre della Premier).
Al suo posto arriva Antonio Conte, e questa sì che può essere considerata senza dubbio una scelta di Paratici, così come l’arrivo a gennaio di Bentancur e Kulusevski dalla Juventus, due calciatori su cui aveva puntato con decisione quando era il direttore sportivo dei bianconeri. Ma al Tottenham il suo lavoro è anche molto più gestionale. Paratici rivoluziona l’intera area sportiva del club, che fino a quel momento era molto amatoriale. Assume Gretar Steinsson come Performance Director, Andy Scoulding come esperto del mercato inglese, Simon Davies come responsabile delle metodologie di allenamento e Leonardo Gabbanini come capo degli osservatori.
La sua ambizione è quella di cambiare la mentalità del Tottenham, un club famoso per i suoi insuccessi, dentro e fuori dal campo. Il 29 marzo 2023, però, la Fifa decide di “estendere a livello mondiale la sanzione inflitta dalla Corte d'Appello della FIGC”. Questo vuol dire che Paratici non è inibito solo dal lavorare in Italia, ma in tutto il mondo. Una decisione che lo costringe a dimettersi dal Tottenham, visto che la squalifica "gli impedisce di adempiere ai suoi doveri di amministratore delegato".
È il suo ultimo atto. Dopo Paratici scompare, chissà dove. Non ha mai ancora raccontato cosa abbia fatto, se ha continuato a girare ovunque, vedere tutto, sentire tutti, o se è riuscito a prendersi un po' di tempo lontano dal calcio. Il suo ritorno sembrava dovesse essere al Milan, una nuova impresa di quelle piuttosto difficili. Se non sarà a Milanello, è difficile pensare che dovremo aspettare poi molto per rivederlo comparire dietro qualche grande colpo di calciomercato.