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Il rapporto speciale che unisce rap e sport da combattimento
04 apr 2025
Intervista a Emis Killa e al fighter Francesco Mazzeo.
(articolo)
13 min
(copertina)
Foto di Davide Gesmundo
(copertina) Foto di Davide Gesmundo
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Quando entra nella palestra MGM BoxeIsland di Milano, Francesco Mazzeo, fighter di MMA, mi saluta con una vigorosa stretta di mano, coerente con la sua stazza. Parliamo di un peso massimo leggero di ventisette anni, da un metro e novanta di altezza - credo che quel pomeriggio fosse sui cento chili.

Capelli rasati, baffi e pizzetto, collo taurino e spalle da nuotatore, Mazzeo indossa una giacca di jeans sopra una canottiera da cui si intravede il petto tatuato - spicca la scritta “No Mercy”, nessuna pietà. Intorno all’orecchio destro, sempre in inglese, eccone un’altra: “Dio odia i codardi”, mentre sul collo si legge: “Apocalisse 21:8”, passo di un brano della Bibbia che racconta la fine che fanno i bugiardi, gli omicidi, gli abominevoli e altri simili, immersi in uno stagno ardente di fuoco e di zolfo.

Francesco Mazzeo immortalato da Davide Gesmundo.

Il fighter italiano ha cominciato la sua carriera da professionista con quattro vittorie, conquistate prima del limite tra primo e secondo round. Tre di queste arrivano in Cage Warriors, la promotion più importante d’Europa, tra Roma e Londra. Mazzeo stupisce per esplosività e potenza, le sue mani sono una sentenza. Così viene chiamato al Dana White’s Contender Series, organizzazione che funziona come anticamera di UFC e, non a caso, prende il nome del suo presidente: White assiste ai match e offre un contratto ai vincitori.

L’attesa dell’incontro è snervante: a Mazzeo saltano due avversari, la sfida viene rinviata, il taglio del peso lasciato a metà, e la sua partecipazione inizia ad essere in bilico; in più, il fighter italiano ha problemi con il visto americano, che tarda ad arrivare. Finalmente le tessere del puzzle si incastrano, l’incontro va in scena, ma Mazzeo perde per sottomissione al secondo round. Ho in mente di chiedergli come ha preso quella sconfitta, se gli è servita o se lo ha abbattuto più di quanto si aspettasse.

Il KO con cui Mazzeo ha conquistato la chance al DWCS.

Ci siamo dati appuntamento per girare un’intervista sulle connessioni tra fighting e musica rap, ed ecco perché, mentre i tecnici allestiscono il ring come set, stiamo aspettando Emis Killa - nome d’arte del trentacinquenne Emiliano Rudolf Giambelli. È uno degli artisti più riconoscibili del genere in Italia, sulla cresta dell’onda da una quindicina d’anni. Ha pubblicato sei album, tutti vincitori di almeno un disco di platino, e al concerto che ne ha celebrato la carriera si sono presentate più di 25mila persone.

UN'INTESA PERFETTA
Emis Killa e Mazzeo si conoscono da anni, sia per motivi personali che lavorativi. Mentre attendiamo l’arrivo del rapper, il fighter mi prende da parte e mi spiega, premettendo che non ha grande considerazione dei giornalisti: «Vorrei far passare un messaggio positivo, sono stufo dei soliti pregiudizi sugli sport da combattimento. Le MMA sono difficili da capire, sembrano uno spettacolo brutale, ma oltre l’apparenza ci sono valori, significati, messaggi potenti. Per favore, dammi modo di esprimermi e di trasmettere questi concetti, ci tengo molto». Guardandolo negli occhi, si capisce che è un uomo in missione, come direbbero gli americani.

In quel momento arriva Emis Killa: vestito sportivo, tutto di nero, capelli biondi, collana d’oro splendente con un ciondolo a forma di chiave incastonato di brillanti - così come gli orecchini, grillz ai denti (si tratta di gioielli dentali rimovibili), occhiali da vista firmati. Sul viso ha due tatuaggi: il numero diciassette, impresso anche sulla pelle del collega Jake La Furia in onore dell’album realizzato insieme, e la scritta “Chosen”, prescelto.

Ci accomodiamo sulle sedie posizionate sopra al ring, e parto con le domande. Il primo a rompere il ghiaccio è Mazzeo: «Ho cominciato con le MMA da adolescente, per svoltare da una situazione complicata. Sono cresciuto con il diavolo in casa: mio padre ci ha abbandonati quando io e mia sorella eravamo piccoli, e mia madre si è fidanzata con l’uomo sbagliato. Così ci siamo dovuti spostare spesso, per scappare da lui, finché la questione si è risolta. In quegli anni ho sofferto tantissimo la solitudine, però non mi sono mai abbattuto. Avevo una ragione di vita, che ho tuttora: rendere mia madre orgogliosa, e vederla felice. Le MMA sono il dono con cui ci riuscirò. Nel frattempo, ho imparato che bisogna farsi amici i propri demoni, perché se ci combatti, perdi di sicuro. Sopportare la fatica, ingoiare i bocconi amari serve a goderti quello che ti aspetta, che ti devi prendere con le tue forze. Insomma, per vivere veramente, prima devi morire un po’».

Chiedo anche a Emis Killa del suo rapporto con lo sport: «A undici anni ho cominciato kickboxing, poi sono passato alla boxe, oggi mi alleno con i pesi. Il calcio è stato una parentesi della mia vita lavorativa [ha condotto Goal Deejay su Sky e ideato l’inno dei Mondiali 2014, sempre per la pay tv, ndr] e di amicizia, aggregazione - mi piace il tifo, ma non ci ho mai giocato, ero più attratto dagli sport da combattimento».

A UN PASSO DAL RING
Emis è arrivato addirittura vicino all’esordio da dilettante, nel K1 (disciplina in cui si utilizzano pugni, calci e ginocchiate): «Mi è stato proposto nel 2014 in Romania, lontano dai riflettori: non volevo farlo da personaggio pubblico, ma giusto per togliermi uno sfizio. Manager e discografici però erano contrari, per evitare lividi o infortuni che avrebbero interferito con la mia carriera - era il periodo in cui lavoravo in televisione, facevo shooting tutti i giorni, eccetera - quindi ho preferito evitare, anche se mi sarebbe piaciuto molto. Tra l’altro, già all’epoca la gente mi diceva: “Dai, combatti contro Fedez”, che era l’unico artista che si allenava di pugilato. Sono rimaste suggestioni perché ero troppo concentrato sulla musica. Per come sono fatto, e anche per il rispetto che ho per il fighting, se dovessi prepararmi a un incontro lascerei stare il resto per mesi».

«Per fare l’agonista mettere lo sport al primo posto, non puoi farlo a metà, ma in realtà è un concetto che vale in qualsiasi ambito», puntualizza Mazzeo. «Assolutamente», aggiunge Emis, e continua: «Ti dirò di più: il mio nuovo disco sta tardando a uscire perché negli ultimi anni mi sto allenando tanto con i pesi. La disciplina che ho nella palestra mi ha tolto energia per la musica - in alcune fasi dell’anno, seguo pure una dieta rigida per definire il mio corpo, l’ho presa sul serio. A volte, la sera mi sento la febbre da quanto mi sono allenato. Ho dovuto invertire le priorità, e rendere la musica di nuovo protagonista».

Foto di Davide Gesmundo

«Quando sono entrato in palestra per la prima volta, ero la persona più insicura del mondo», dice Mazzeo «Ma d’altronde, se non hai dubbi su te stesso, non hai margini di crescita. Le MMA mi hanno dato un’identità, uno scopo, e da quel momento ho basato la mia vita sullo sport, senza distrazioni».

«Tra l’altro, i rapper più forti e longevi sono quelli insicuri», aggiunge Emis «L’insicurezza fa parte del percorso dell’artista fino a quando appende il microfono al chiodo - o quantomeno dell’artista saggio. Il segreto di durare nella musica, e non solo, sta nel sapersi mettere in discussione. Io dopo vent’anni di carriera faccio ancora ascoltare i provini delle canzoni al mio team con la stessa umiltà e titubanza di sempre, chiedendo se secondo loro, persone di cui mi fido e che stimo, ho fatto qualcosa di valido o meno. Senza spocchia. Capita invece di andare in studio con un emergente che ti dice: “Ascolta che roba, ho fatto la hit”, e io rispondo: “Calma, sarà il pubblico a giudicarlo”».

Probabilmente il pezzo più famoso di Emis Killa.

DUE MONDI AFFINI
Rap e fighting hanno tanti aspetti in comune, tra cui codici ed estetica. Mi viene in mente un walkout di Mazzeo in Cage Warriors a petto nudo e con il passamontagna - accessorio tra l’altro parecchio utilizzato nel rap - in una scena che aveva bucato lo schermo, e che a modo suo è stata hip hop. E proprio Mazzeo si augura che queste due realtà possano condividere anche il percorso di emancipazione: «In Italia c’è ancora un grosso pregiudizio sugli sport da combattimento, però pure il rap anni fa era visto male, non era capito, finché ha saputo affermarsi come cultura e adesso vale anche tanti soldi. Spero che il fighting possa fare un exploit simile».

In America, hip hop e boxe vanno a braccetto da sempre; ad esempio, Mike Tyson e Tupac erano grandi amici.

«Confermo, il rap era considerato da sfigati», aggiunge Emis. Qua però intervengo, dicendo che un conto è considerare qualcosa fuori moda, un altro è pensare che sia appannaggio di violenti, con una componente quindi di stigma sociale, come nel caso degli sport da combattimento - ed è peggio, è una strada ancora più in salita. «Gli sport da combattimento hanno creato uno spazio con regole e condizioni di parità per sfogare istinti primordiali che sono umani e che abbiamo sempre avuto, elevandoli», dice Mazzeo. «Andrebbe semplicemente ammesso con serenità che un’inclinazione al contatto fisico fa parte della nostra natura, è stata ammansita e smorzata perché incompatibile con la società attuale, ma resiste. Non vedo niente di male nel darle un risvolto positivo, dedicandole discipline sportive».

«Con il tuo avversario, ad esempio, si instaura un rapporto unico», continua Mazzeo. «La gente pensa che ci odiamo, e a volte magari c’è davvero un’antipatia personale, ma nella maggior parte dei casi ci sono solo rispetto e gratitudine. Sì, perché in gabbia o nel ring si entra in due, quindi l’avversario è quello che ti dà modo di esprimerti - e più ti dà filo da torcere, più darete spettacolo al pubblico. E poi, combattere è forse l’esperienza intima per definizione, ti lega per la vita: là dentro ci si gioca tutto, mente e corpo. Se vinci, sei un re, se perdi, sei nudo».

«Sono concetti che rivedo molto nel freestyle [l’improvvisazione in rima, in cui il rapper si è laureato campione a inizio carriera, ndr]» interviene Emis, «altro esempio di competizione positiva in cui spesso il tuo avversario ti spinge a dare il meglio». «Nei palazzetti, poi, non c’è mai un disordine», riprende Mazzeo, «ovvio, il pubblico non è quello che va alla prima della Scala, rispecchia l’estrazione sociale di tanti fighter, però ci sono bambini, ragazzini, mamme, fidanzate. Mentre in altri sport apparentemente puliti, risse e scontri tra i tifosi sono quasi la normalità». «Anche perché a fine match voi fighter vi date la mano e vi abbracciate, date l’esempio, quindi per il pubblico non ha senso scatenarsi, si capisce che è una rivalità che finisce lì», conclude Emis.

TRA ITALIA E STATI UNITI
E quindi, cosa manca al fighting italiano per una definitiva emancipazione? «Un atleta che sia vincente, un campione, ma anche un personaggio mediatico», risponde Mazzeo. «Servirebbe un “effetto McGregor”, qualcuno che faccia innamorare le persone», aggiunge Emis, che prosegue: «Un altro aspetto che mi affascina degli sport da combattimento, è che ogni match è un puzzle da risolvere, una partita a scacchi, c’è tanto studio, strategia e tattica. La componente mentale che c’è dietro mi fa impazzire, è affascinante vedere come si combina a quella fisica». «Il combattimento sportivo è una forma d’arte», interviene Mazzeo «e ci si prepara sempre più in modo scientifico, misurando le performance, analizzandole, preparando un piano d’azione. Agli albori delle MMA, i pionieri non avevano questi strumenti e facevano affidamento sul temperamento, la forza dura e pura, la resistenza. Nel tempo l’approccio è cambiato, siamo atleti sempre più sofisticati».

Il fighter italiano spiega: «Me ne sono accorto andando in America, ci ho vissuto per un bel periodo perché mi hanno scelto per un programma di allenamento d’élite per talenti emergenti. Ho superato la selezione e sono volato a San Diego, in California. In America entri in palestra e ti alleni con i migliori atleti di college, con fighter che combattono nelle promotion più importanti, c’è proprio una differenza di numeri e qualità. Me ne accorgevo appena li toccavo: entravamo in clinch e lì in pochi secondi senti proprio la pasta muscolare, la coordinazione, l’esplosività, quanto sono formati e forgiati dall’allenamento - tanti cominciano da bambini. Qui da noi, a scuola ti fanno giocare a palla prigioniera - e nonostante ciò, ci sono tanti fighter italiani fortissimi [e team capaci, ad esempio Mazzeo si allena all’Aurora MMA di Roma, ndr], ma fare esperienze all’estero è un passaggio fondamentale».

Nelle MMA e non solo, molti atleti raggiungono l’apice, conquistano vette sognate per anni, e poi tracollano. Perciò chiedo a Emis quale sia il segreto di una carriera longeva: «Sono una persona competitiva, è questo lo spirito che mi motiva ancora dopo anni di risultati e di soddisfazioni - oltre alla passione, che deve esserci, se no finisce tutto. Competizione nel senso sano del termine: non ho invidie né frustrazioni, sono sereno - anche grazie allo status che mi sono guadagnato sul campo. Credo che farò dischi ancora per una decina d’anni, poi voglio godermi la vita e quello per cui ho lavorato. Ma sarò un artista per sempre».

Foto di Davide Gesmundo

Non è neanche facile restare con i piedi per terra, senza montarsi la testa una volta raggiunto il successo: «Emis Killa è il costume di scena, con cui enfatizzo alcuni lati della mia personalità, ed essendo tale devi imparare a toglierlo quando si spegne la telecamera o scendi dal palco», mi dice Emis. «A quel punto, resta l’uomo, e io voglio avere stima di chi sono. Una stima che non ti danno soldi, fama, fan, ma che ti costruisci in base a come ti comporti, alle scelte che fai, alle persone che ti scegli. A letto non ti porti le collane d’oro, ma ciò che impari realizzandoti».«L’obiettivo nella vita dev’essere raggiungere i propri obiettivi senza dimenticarsi i valori da cui si è partiti. Apprezzo Emis proprio perché è rimasto vero e sincero», chiude Mazzeo.

Gli chiedo come hanno affrontato sconfitte e periodi bui. «Perdere al Contender Series è stato doloroso, avrei voluto giocarmi meglio l’opportunità ma il periodo precedente all’incontro è stato complicato», risponde Mazzeo. «Penso che la vera sconfitta sia quando non impari dai tuoi errori, mentre a me questa battuta d’arresto ha insegnato tanto. Ho realizzato cosa devo aggiustare e ci sto lavorando. Sono sereno e ho fiducia nel futuro. Tornerò in gabbia entro l’estate e, se vinco prima del limite, potrei avere un’altra chance interessante…».

Emis riflette, è la risposta che esce meno spontanea dalla sua bocca, probabilmente perché sentita: «Dalle difficoltà - e ne ho avute tante - ho capito che la vita è davvero imprevedibile. È incredibile come a volte ci si senta al muro, senza vie d’uscita, e invece poi si riparta all’improvviso. Il tempo è galantuomo, serve pazienza, oltre a metterci del proprio. Di me ho imparato che se sto male, buttarmi giù, tormentarmi o chiudermi in casa non mi aiuta, meglio piuttosto alzarsi dal letto, allenarsi, andare in studio, anche se controvoglia. Così la giostra riparte. Le amicizie in questi casi giocano un ruolo fondamentale». Gli chiedo quanto può essere terapeutica la musica: «Per me, poco. Trovo lo sia il lavoro in generale, il fatto di tenersi impegnati. Fare musica significa prendersi un momento per sé, ascoltarsi, sfogarsi, e quando stai male non è semplice. Ho scritto canzoni in momenti difficili, e oggi non riesco più ad ascoltarle, perché riemerge la sofferenza».

Ci salutiamo, l’intervista è finita. Emis scappa via, preso da altri impegni, Mazzeo resta per un breve allenamento. Quando lascio la palestra e mi avvio verso la macchina, penso a dove possa portare questa sinergia tra rap e fighting, e quanto invece la fatica degli sport da combattimento nell’affermarsi in Italia sia una questione culturale difficilmente superabile. Chi lo sa, spero che il legame tra due mondi affini alla fine giochi un ruolo.

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