
Gaizka Mendieta fa parte del panorama dei miei ricordi come il Solero Shots, la boccia delle chewing gum, gli scarpini che si allacciano facendo passare i lacci sotto la suola. Incontrarlo significa bucare una parte della mia nostalgia e farci entrare il presente, in cui Mendieta ha da poco compiuto 51 anni e da tempo lavora per la televisione. Io sono uno dei giornalisti invitati all’ECA Club Connect, a Madrid, e lui è uno degli ospiti che sono chiamato a intervistare: tra le altre cose, perché ambassador della Liga e della UEFA, e opinionista per ITV Sport. Ci saranno persone ormai che lo conosceranno solo per queste ragioni e che magari nemmeno si immaginano il suo passato da calciatore.
Tra il suo passato e il suo presente per fortuna c’è un incredibile tunnel spazio-temporale ancora in attività che mi permette di cominciare l’intervista, un tunnel spazio-temporale che di nome fa Claudio Ranieri. Il tecnico romano è ancora alle prese con allenamenti di rifinitura, conferenze stampa e obiettivi di classifica da raggiungere, quasi 28 anni dopo che per la prima volta, a Valencia, fece decollare la carriera di questo centrocampista basco allora ventitreenne, che fino a quel momento non sembrava promettere granché.
La registrazione integrale dell'intervista. La versione testuale che trovate qui è stata tradotta, editata e rimaneggiata per esigenze di chiarezza.
«Io avevo sempre giocato come mediano difensivo. Quando sono arrivato al Valencia [dopo le giovanili al Castellon, nda], però, mi hanno spostato sulla fascia, credo perché tecnicamente non ero molto dotato per giocare in prima divisione, e perché fisicamente ero adatto per giocare da terzino. Héctor Núñez, con cui ho esordito, mi aveva già alzato a centrocampo, sempre sulla fascia, ma è con Ranieri che ho fatto il salto di qualità. Il suo modo di giocare si adattava molto bene alle mie caratteristiche: non giocavo più tanto sull’esterno, ma più centrale, in un centrocampo a tre, e avevo la libertà di spingermi in avanti, giocando molto in contropiede».
«Ranieri è stato un cambiamento non solo per me, ma anche per la squadra nel suo insieme. Venendo dall’Italia aveva idee e mentalità molto diverse. Per esempio lui era abituato a svolgere gli allenamenti il pomeriggio, mentre in Spagna ci allenavamo la mattina. Poi ci allenavamo molto, con un grande attenzione alla preparazione fisica, e questo in Spagna non era molto comune allora. Insomma, ci sono stati alcuni cambiamenti fisici, tattici e tecnici a cui sia lui che noi abbiamo dovuto abituarci. Alla fine, però, credo che quella combinazione abbia funzionato molto bene. La squadra, con Ranieri, era sempre molto solida fisicamente e tatticamente, ed era davvero difficile da affrontare».
«Mi sono trovato molto a mio agio in quel sistema, in cui avevo una certa libertà di inserirmi, di spostarmi su una fascia o sull’altra. C'erano sempre dei meccanismi tattici che coprivano le posizioni. Se finivo sulla sinistra, sapevo che dovevo rientrare nella mia posizione e il sistema si riequilibrava in un certo modo. In effetti, credo che con Ranieri siamo stati una delle prime squadre in Spagna – non so negli altri campionati, ma in Spagna credo di sì – a cambiare sistema durante la partita. Potevamo giocare con una linea di difesa a tre o con una linea a quattro, alternandole durante la partita».
Nelle prime tre stagioni con un minutaggio significativo tra i professionisti Mendieta aveva segnato complessivamente quattro gol; nelle successive due, con Ranieri, ne segna 21. È l’incipit della sua carriera, della sua affermazione ad alti livelli, a partire dal suo più grande rimpianto. Le due finali consecutive di Champions League raggiunte tra il 2000 e il 2001, ed entrambe perse, con il Valencia di Hector Cuper e la beffa ulteriore di essere premiato miglior centrocampista europeo dell’anno in tutti e due i casi.
«Una cosa che ho imparato dopo la fine della mia carriera è che vincere o non vincere un titolo cambia tutto. Cambia la storia del club, cambia la storia del giocatore. Si dice sempre che nessuno si ricorda del perdente, in quel caso però credo che le cose siano andate diversamente. Perché la gente si ricorda ancora del Valencia - “il Valencia delle due finali”. Forse proprio perché sono state due, ma la gente se lo ricorda. Ed è vero che ci sono delle volte in cui chiedi: chi ha perso la finale, non so, del 2014 o del 2013? E ci sono delle persone che non se lo ricordano. Ma la gente si ricorda del Valencia del 2000-2001. Ovviamente se lo sarebbe ricordato ancora di più se le avessimo vinte, ma dobbiamo dare il giusto merito a quello che abbiamo fatto, arrivando in finale per due volte di fila».
Le due finali di Champions League perse con il Valencia sono la sliding door più grande della storia di Mendieta, ma in Italia non è la prima che ci viene in mente. Nell’estate del 2001 Mendieta passa alla Lazio per quasi 48 milioni di euro, diventando il giocatore spagnolo più pagato di sempre e il sesto più pagato in assoluto. La società biancoceleste aveva pensato a lui per sostituire Pavel Nevded e Juan Sebastian Veron, e le cose vanno come sappiamo. A distanza di anni, secondo lui, cos’è che non ha funzionato?
«Credo sia un mistero per tutti ma, con la prospettiva che ti dà lo scorrere del tempo e dopo aver visto il calcio da diversi punti di vista, penso che sia stato un insieme di fattori. Prima di tutto, la pazienza. Non c'è stata pazienza nell'adattarmi a quel calcio, sia per la situazione del club, che in quella stagione ha avuto tre presidenti e tre allenatori [in realtà due allenatori, nda], sia per l’arrivo di molti nuovi giocatori, credo addirittura sette o otto. Tutti molto bravi, ma questi sono processi che richiedono tempo…»
«Per me la parola chiave è pazienza. Tempo, una cosa che nel calcio non puoi avere: non lo potevi avere allora, non lo puoi avere oggi e non lo potrai avere mai. In questo senso io non l’ho avuto. Sono arrivato a pre-campionato già cominciato e, nonostante fisicamente mi sentissi bene, ci ho messo un po’ ad adattarmi tatticamente. In un calcio molto diverso, come allora era quello italiano rispetto a quello spagnolo, non ho avuto questo tempo. Io avevo bisogno di giocare e i minuti non arrivavano. Giocavo mezz’ora, da sostituto, oppure giocavo titolare una partita e poi non giocavo. Questa è una chiave per capire i motivi per cui non sono riuscito ad adattarmi alla squadra… e anche la squadra a me, sia chiaro. Non perché io dovessi essere un giocatore importante, o perché la squadra dovesse girare intorno a me, ma perché erano arrivati diversi giocatori forti e avevamo bisogno di un periodo di adattamento come gruppo e anche a livello individuale. Quindi io arrivo ad agosto e già a ottobre, novembre la società mi chiede se volessi andare in prestito nel mercato invernale, e questo non riuscivo a capirlo per la mia mentalità».
A 3.24 uno dei bivi della sua esperienza alla Lazio: un incredibile tiro al volo da fuori area in Champions League, miracolosamente salvato dal portiere del PSV con l'aiuto del palo.
«Io volevo rimanere alla Lazio, giocare nella Lazio e vincere con la Lazio: è per questo che mi ero trasferito lì. Ero arrivato ad agosto come l’acquisto più costoso nella storia del calcio in quel momento [in realtà il sesto, nda], e dopo solo tre mesi, senza nemmeno aver avuto il tempo di ambientarmi o giocare con continuità, mi stavano dicendo di andare in prestito. Non lo capivo. Col tempo, però, ho capito che quella stabilità non sarebbe mai arrivata in quella squadra. Anche dopo, infatti, ho continuato a non giocare con regolarità. Cambiavano gli allenatori ma io non giocavo. Mi allenavo bene ma niente cambiava. Allora ho deciso che in estate me ne sarei dovuto andare, perché lì nessuno avrebbe mai puntato su di me. Non c’era fiducia in me come giocatore».
Dopo la Lazio, la carriera di Mendieta prende una piega che è difficile da leggere con gli occhi di oggi. Gioca un anno in un Barcellona crepuscolare che finisce il campionato addirittura sesto (cosa diremmo oggi se quattro delle prime cinque posizioni, in Spagna, fossero occupate da Real Sociedad, Deportivo La Coruña, Celta Vigo e Valencia?); poi decide di passare l’ultima parte della sua carriera in Premier League - in una Premier League che ancora deve conoscere gli Invincibles di Arsene Wenger, la seconda grande fase del Manchester United di Alex Ferguson, il miracolo del Leicester, il dominio del Manchester City - lui che, pur essendo basco ed essendo nato a Bilbao, non ha mai vestito la maglia né della Real Sociedad né dell’Athletic.
«Nella mia carriera ho sempre sognato di giocare nei campionati più importanti. Avevo giocato in Spagna, in Italia, ma non avevo mai giocato in Inghilterra. Effettivamente, però, essendo basco, mi sarebbe anche piaciuto giocare nell'Athletic. Ho avuto l'occasione di andare alla Real Sociedad quando ero al Valencia, che però si rifiutò di vendermi o anche solo di mandarmi in prestito. Quando alla Lazio mi dissero che in inverno sarei potuto andare via, io avrei accettato solo una cessione definitiva e non un prestito. E l’unica possibilità in questo senso era di andare all’Athletic. In quel periodo il suo direttore sportivo era Andoni Zubizarreta, che era stato mio compagno di squadra a Valencia. Mi chiama e mi dice: "Ci sono possibilità? Verresti?”. E io rispondo: "Sì, vengo anche domani se è necessario”. Arriviamo a un accordo, la Lazio mi dice che va bene, e io penso che è tutto fatto, ma poi non se ne fa più niente. Allora richiamo Andoni per chiedergli cosa stesse succedendo e lui mi risponde che la Lazio stava facendo resistenza, per motivi che non mi hanno mai chiarito».
«Finita la stagione 2002/03, avevo alcune offerte per tornare in Spagna ma, avendo giocato al Barça e al Valencia, non sarei tornato in un club che non fosse stato l'Athletic e che non avesse la possibilità di lottare per qualcosa di importante. Avevo un'offerta dall'Italia, ma dopo quell’anno non me la sentivo di rischiare di avere un’altra stagione negativa. Così abbiamo guardato verso l'Inghilterra, e arrivò il Middlesbrough, tra le altre squadre. Volevo andare in un posto dove potessi avere la giusta continuità e quella fiducia che mi avrebbe riportato a un buon livello. E, di tutto ciò che mi è arrivato in quel momento, ho capito che il Middlesbrough, sorprendentemente, era l'offerta migliore per me in quel momento. Certo, non tutti capirono com’ero finito al Middlesbrough dopo il Valencia, il Barça e la Lazio…».
Mi viene spontaneo definirla una carriera “di culto”. «Sì, esatto», mi risponde «In Inghilterra hanno fatto anche degli articoli a questo riguardo… Io volevo recuperare la mia carriera, l'entusiasmo e il livello di calcio che volevo dare. E alla fine ci sono riuscito. [Al Middlesbrough] Sono tornato a divertirmi molto con il calcio. Allora il calcio inglese non era tattico come oggi - adesso il calcio si assomiglia molto in tutti i Paesi - e per un giocatore offensivo era fantastico. Abbiamo vinto la Carling Cup al primo anno, giocato la finale di Europa League al terzo. Io scherzo sempre dicendo che, dopo aver giocato con il Barça e con la Lazio, ho vinto più titoli e giocato più finali con il Middlesbrough».

Due finali di Champions League con il Valencia, un’altra di Europa League con il Middlesbrough, i rimpianti con la Lazio: non è retorica dire che quella di Mendieta è una storia di altri tempi - tempi che non esistono più e che, al di là di come la si pensi, potrebbero non tornare. Oggi sembra che la storia non lasci scampo alle squadre anche solo di medio livello, che la gerarchia da seguire per arrivare in alto sia molto più solida e visibile. Inesorabile. Sono discorsi che oggi emanano una certa pericolosità e che per lo più vengono accuratamente schivati, tra chi si abbandona alla nostalgia per rifiutare il presente, e chi, proprio per questo, non vuole prenderli sul serio. Mi sembra quindi interessante chiederlo a Mendieta, che alla fine ci è passato: è davvero così? La sua storia potrebbe ripetersi oggi o il calcio europeo è diventato troppo castale?
«Sì, credo che sia più difficile che possa ripetersi oggi. Ancora di più con il nuovo formato della Champions League: credo sia molto bello e eccitante, e che da un lato renda le cose più difficili per le grandi, ma allo stesso tempo non penso che favorisca le più piccole. Credo che sia una questione legata a come sta evolvendo il calcio, a come sta cambiando. C’entra anche il fatto che i club comprano giocatori sempre più giovani, con la conseguenza di indebolire le squadre più piccole rendendogli sempre più difficile la competizione a quel livello».
È un discorso che Mendieta collega anche alla formazione dei giocatori, in un calcio che definisce più tattico e meno di talento rispetto a prima. «Se togli il talento dalla squadra piccola, il livello tattico può essere anche simile, ma in una competizione lunga è molto difficile che possa essere costante».
«Mi manca il calcio “di talento” degli anni 2000. Oggi l’aspetto tattico - che è molto bello e mi piace - mi sembra che quasi venga anteposto al talento. Gli allenatori hanno molta influenza, i giocatori in campo decidono sempre meno. Ci sono ancora giocatori che decidono, ma sempre meno. Tutto va più verso il fisico, verso il tattico, piuttosto che verso il talento. Questo è anche un tema sociale, e ci vorrebbe un discorso molto lungo per affrontarlo, ma oggi sono tutte accademie, e nelle accademie cosa si impara? Si imparano i sistemi: 4-4-2 e così via. Ai miei tempi le accademie erano per chi se lo poteva permettere e non aveva accesso a un calcio… come dire? Popolare. Quel calcio in cui io sono cresciuto, quello che la mia generazione ha vissuto, dove c'era tanto talento, ovvero tanti bravi giocatori in molte squadre diverse, e non necessariamente le grandi squadre, sta scomparendo».
A proposito di nostalgia e tempi andati, Gaizka Mendieta fa parte dell'immaginario collettivo della generazione dei cresciuti tra gli anni '90 e i 2000 anche per la sua partecipazione al leggendario spot della Nike: "The Secret Tournament", diretto da Terry Gilliam. «Lo abbiamo girato in uno studio a cinque minuti dalla mia casa di allora, vicino Formello», mi dice Mendieta. «Quando entravi nello studio c'erano due set: uno era la nave vista da dietro, l'altro era la famosa gabbia, e poi c'erano altri scenari per girare scene specifiche. La gabbia era spettacolare. Entravi lì dentro e c’erano Ronaldinho, Totti, Ferdinand, Verón, Figo, Roberto Carlos... Sulla destra c’eravamo io, il Piojo López e Crespo. Era qualcosa di incredibile. All'inizio le partite iniziavano lentamente, poi si animavano sempre di più».
Mi rendo conto che c’è sempre un pizzico di determinismo in questi discorsi, e che in questo modo si corra il rischio di far passare per naturale - una conseguenza dei suoi tempi - una storia unica come quella di Mendieta. Un giocatore basco che ha deciso di chiudere la carriera in Inghilterra - perché gli piaceva l’Inghilterra e per nient’altro - e che in Inghilterra ci è rimasto anche dopo, perché gli sembrava il posto ideale per esplorare le sue passioni: il calcio, ovviamente, ma anche la musica.
«Sono rimasto perché mi è sempre piaciuta l'Inghilterra, e poi ho cominciato a lavorare per Sky Sports, l’emittente che allora deteneva i diritti della Liga. Il DJ, in realtà, avevo iniziato a farlo già in Spagna, con alcuni amici. Ho sempre avuto passione per la musica e ogni volta che andavo a giocare fuori dalla Spagna, o quando mi sono trasferito in Italia, e ancora di più in Inghilterra, coltivavo la passione per collezionare vinili. Insomma, quando viaggiavo cercavo sempre i negozi di vinili per comprare qualche disco. E oggi continuo a farlo: quando vado in una città, cerco dei negozi di dischi. Comprarli su internet non ha lo stesso fascino romantico che cercare e scoprire nuovi dischi dal vivo…».
«Ho comprato vari dischi fantastici anche a Roma, quando ero alla Lazio. Alcuni dei Velvet Underground, dei Doors e dei Pink Floyd. Mi ricordo c’era un negozio, non so se esiste ancora, mi pare si chiamasse Pink Moon [esiste ancora, nda]. Ricordo che sono andato, e gli chiesi di quel nome, e lui mi rispose che era legato proprio ai Pink Floyd. Ho trovato molti dischi pirata, bootleg, in Italia ce n’erano sempre molti…»
«Quando mi sono ritirato avevo degli amici che, già durante la mia carriera da calciatore, avevano negozi di dischi o che erano DJ. E uno di questi, a Valencia, a un certo punto mi ha detto: perché non vieni a suonare con me? Perché quando io ero a Valencia lui suonava e io lo andavo a vedere. Non suonavo ma a volte stavo con lui in cabina, mi spiegava e non avrei mai pensato che un giorno lo avrei fatto anche io. Era il 2009 o il 2010, e ho imparato così.
«Il mio “debutto” con la musica è stato al FIB, un festival a Benicassim [piccola cittadina a nord di Valencia, nda], al quale mi sento molto attaccato da un punto di vista emotivo perché ci andavo già dalle sue prime edizioni, nel 1998, nonostante fossi ancora un calciatore. Ed è stato un caso che abbia iniziato a suonare proprio lì. Ho iniziato con una canzone, insieme a un gruppo [i Los Planetas, che lo citano in una loro canzone chiamata “Un buen dia”, nda]. E così ho iniziato a suonare: a festival, club, eventi privati. Adesso meno, ma ancora suono ogni tanto».
«La musica mi distrae. Non solo la musica, ma anche leggere, la cultura in generale: mi ha sempre aiutato a distrarmi dal calcio. Cioè: quando giocavo mi aiutava a staccare dal calcio, ora mi aiuta a staccare da altre cose. Credo che sia importante nella vita essere capaci di staccarsi da certe cose e connetterci con altre. Qualunque siano le passioni».
«Per me quella passione è la musica. Certo, fare il DJ è un lavoro - perché alla fine è un lavoro che devo preparare e mi porta via molto tempo. Quella è la parte meno divertente del fare il DJ... ma poi, naturalmente, una volta che salgo sul palco mi diverto tantissimo. Mi piace vedere la gente che si diverte con quello che suono. Ovviamente non sono un musicista ma faccio da tramite tra la musica e la gente che balla e salta. Questa cosa mi riempie molto, mi rende felice. In un certo senso, mi connette con il mio passato nel calcio. Perché anche se mi presento come DJ, la gente poi mi vede come Mendieta, il calciatore che fa il DJ. E questo mi piace».