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Quando Marion Jones taglia per prima il traguardo dei 100 metri, in Italia è mattina. Sarà la sua quinta medaglia (e la terza d’oro) al termine delle Olimpiadi di Sydney 2000. Conservo di quei Giochi nell’altro emisfero una memoria vivida e luminosa, di grandeur e bei tempi andati: gli orari sballati, ogni tipo di sport in ogni momento del giorno, come un infinito buffet da villaggio turistico per cui per la prima volta avevo il mio braccialetto adulti.
Eppure, nonostante avessi seguito la progressione francamente incredibile di Marion Jones, il ricordo di quelle vittorie è inevitabilmente appannato, come se la giustizia sportiva fosse riuscita nella maledizione della damnatio memoriae, cancellando retroattivamente quella percezione di invincibilità e dominio assoluto.
Ogni caso eclatante di doping, come quello sul Clostebol per quanto riguarda Sinner o l’oscura spy story della staffetta italiana – per citare solo quelli coperti persino dalla tv generalista in questi giorni – sembra rimarcarne lo status unico: che sia un’accusa, un sospetto, una squalifica, o un accertamento di responsabilità, non si può parlare di doping senza un côté di contrizione e indignazione. Il solo accostamento di un atleta alle attenzioni dell’anti-doping è preceduto da balletti di maniavantismo o esercizi di virtue signalling, perché doparsi equivale a varcare un confine morale, e impone un tipo di condanna che non attribuiremmo mai a una violazione di altre regole, scritte o non scritte, proprie di una disciplina sportiva.
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