
Qatar 2022 si porta dietro questioni problematiche. In questo articolo abbiamo raccolto inchieste e report che riguardano le morti e le sofferenze ad esso connesse.
Al centro della scena, zenith di una costruzione piramidale e gericaultiana, la Coppa del Mondo riluce tra le sue mani. Cavalca spalle che lo trasportano oltre la rete tagliata, è circondato da centinaia di persone, macchine fotografiche, maglie a strisce bianche e celesti. Molte di quelle maglie portano il suo numero. Molte di quelle maglie portano il suo nome. Come se i due elementi fossero inscindibili. Il fatto è che per certi versi lo sono davvero. Da sempre? Per l’eternità.
L’uomo con i baffi che è stato immortalato in una foto tremendamente simile a questa, trentasei anni fa, in Messico, l’uomo che porta sulle sue spalle Diego Armando Maradona mentre stringe la Coppa del Mondo, l’ultima che l’Argentina aveva conquistato prima di ieri sera, aveva deciso di volare da Buenos Aires a Città del Messico il giorno successivo alla vittoria nella semifinale con il Belgio. Si era imbucato allo stadio, pagando una mazzetta all’inserviente. Al fischio finale si era riversato in campo come un personaggio di un racconto di Mario Benedetti: Maradona gli era sbattuto contro, e Roberto Cejas, così si chiamava, aveva sentito l’esigenza di erigerlo.
L’uomo che porta in trionfo Lionel Messi, al contrario, non è per niente un imbucato. Sergio Agüero è stato parte di quest’Argentina, di questo gruppo: poco più di un anno fa ha dovuto abbandonare il calcio per problemi di salute; si è messo a fare il twitcher e in una diretta di qualche giorno fa ha chiesto a Messi dove si trovasse. Leo gli aveva risposto: «Nella nostra stanza». Messi e Agüero avevano sempre condiviso la stanza, in ogni ritiro, per ogni convocazione, per ogni torneo negli ultimi diciassette anni. Quella era la loro stanza, anche se Messi ci dormiva da solo.
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