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La grandezza di Mikaela Shiffrin
27 feb 2025
La sciatrice americana ha raggiunto il record impensabile delle 100 vittorie in Coppa del Mondo.
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16 min
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IMAGO / Bildbyran
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Esattamente due anni fa, classica cornice da Ingemar Stenmark. Mobilio bianco, barba fatta da poco ma non pochissimo, telecamera un po’ sbilenca, sotto la felpa (di un colore neutro) sembra che abbia una maglia termica, come se fosse appena rincasato da una sciata. Il più vincente sciatore mai esistito, ritiratosi a fine anni Ottanta, è in collegamento con Associated Press per congratularsi con Mikaela Shiffrin: di lì a pochi giorni avrebbe battuto il suo record di 86 vittorie in Coppa del Mondo di sci alpino. Era considerato un numero quasi inarrivabile, come gli assist all-time in NBA di John Stockton o i tempi di Florence Griffith-Joyner nell’atletica leggera, finché non è arrivata Shiffrin.

I RISULTATI
Con l’accento scandinavo che gli appassionati di sport invernali hanno imparato a riconoscere, Stenmark dice chiaramente che 86 è un numero che verrà presto dimenticato: «Penso che Shiffrin sarà la prima ad arrivare a cento vittorie». Cento vittorie in Coppa del Mondo, uno sproposito a cui Shiffrin è arrivata domenica scorsa grazie alla vittoria nello slalom a Sestriere. In tutte le discipline olimpiche invernali, solo due atleti hanno vinto di più. Sono due donne: Marit Bjørgen (fondista norvegese, 114) e Conny Kissling (freestyler svizzera, 106). Shiffrin può batterle entrambe: non ha ancora compiuto 30 anni.

Sono di qualche anno più vecchie di Shiffrin due sciatrici che, come l’americana, gareggiano in più specialità: Federica Brignone e Lara Gut-Behrami, campionesse incredibili. Arrivano a 80 vittorie in Coppa del Mondo sommate. A differenza di un suo quasi-coetaneo altrettanto fenomenale, Marco Odermatt (di due anni più giovane), Shiffrin è stata lanciata nel Circo Bianco giovanissima. L’11 marzo 2011, due giorni prima di compiere 16 anni, Shiffrin debuttava in Coppa del Mondo nel gigante di Spindleruv Mlyn, in Repubblica Ceca. Da lì non si è più fermata.

La stagione successiva sale per la prima volta sul podio (in slalom a Lienz), dal 2012/13 comincia un’inaudita striscia di stagioni consecutive con almeno tre vittorie in Coppa del Mondo ciascuna. È una streak aperta, come si dice. Fin da giovanissima dimostra di non sapere nemmeno cosa sia la pressione. Ha compiuto 18 anni da pochi giorni nel marzo 2013 e a Lenzerheide va in scena l’undicesimo e ultimo slalom della stagione. Nella classifica di specialità la giovanissima Shiffrin – che ancora di cristalli non ne aveva vinti – è praticamente a pari punti della veterana Tina Maze, all’apice della carriera, vincitrice della generale quell’anno. Dopo la prima manche Maze è in testa, Shiffrin quarta a oltre un secondo. Come va a finire l’avrete capito.

Scrivevamo del periodo di sei anni intercorso tra il primo podio e la prima vittoria in Coppa del Mondo per Federica Brignone. Ecco, a Shiffrin non è mai successa una fase del genere. Da quando la conosciamo non fa altro che vincere: e alcuni di questi successi nascondono un dominio ancora maggiore del semplice +1 alla casella vittorie.

Prendiamo per esempio la sua 16ª vittoria in Coppa del Mondo, slalom di Aspen, Colorado, novembre 2015. Nella prima manche rifila quasi un secondo e mezzo a tutte, un distacco enorme. Potrebbe gestire nella seconda, invece va di nuovo all’attacco: miglior tempo assoluto anche in seconda manche. Chiude con oltre tre secondi su tutte, tuttora il maggior distacco di sempre in uno slalom femminile. Giornata particolarmente fortunata? Il giorno dopo, stessa località stessa specialità, Shiffrin vince di nuovo di oltre due secondi e mezzo.

La stagione più dominante è la 2018/19: 21 podi di cui 17 vittorie. Vince tre classifiche di specialità (slalom, gigante e superG) su quattro, ma va vicina a vincere una gara anche in discesa libera. Allora come oggi, la discesa è la specialità che le piace meno: qualche mese fa ha rivelato di averci proprio rinunciato, perché si sente «un pollo senza testa» a quelle velocità. Ha comunque sette podi in Coppa del Mondo in discesa, di cui quattro vittorie.

Finora sono stati citati solo i suoi risultati in Coppa del Mondo perché quelli hanno fatto notizia di recente, ma ai Mondiali e alle Olimpiadi Shiffrin non è da meno. Ancora diciottenne, alle Olimpiadi di Sochi 2014, è oro in slalom. Per sette edizioni consecutive dei Mondiali, da Schladming 2013 a Saalbach 2025, vince almeno una medaglia d’oro per rassegna iridata.

LA STORIA
Dietro un’atleta così dominante c’è una storia particolare. Per semplificare, spesso nell’ambiente si dicono variazioni di “Shiffrin è stata costruita per questo”, oppure “eh certo che vince, è una macchina”. Ci si riferisce al fatto che, fin da bambina, Shiffrin è stata allenata dai genitori con metodi ritenuti troppo rigidi o inadatti all’età dell’atleta. Eppure già oltre dieci anni fa la madre Eileen, sciatrice non di altissimo livello, diceva: «La gente pensa che abbiamo un piano generale per produrre una campionessa del mondo. Non abbiamo alcun piano».

Per la sua precocità, Shiffrin è stata spesso definita una “Mozart dello sci”. Di nuovo la madre Eileen: «Mi fa sempre storcere il naso quella roba di Mozart. Mozart ha pianificato i suoi successi o ha massimizzato le opportunità che la sua vita gli ha offerto lavorando sodo?». Di certo in casa Shiffrin nei primi anni Duemila non c’era spazio per molto altro che non fosse lo sci, ma per volere di Mikaela stessa. «Ricordo che da bambina capitava che i miei genitori mi dicessero: “C’è tanta neve fresca, andiamo a fare due curve nella powder”. E io rispondevo di no, voglio stare in pista e allenarmi, sto facendo lavori specifici per lo slalom. Volevo migliorare in qualcosa giorno dopo giorno».

Alcuni degli aneddoti di Mikaela da bambina sono incredibili: quando i suoi allenatori le chiedevano cosa facesse per rilassarsi e staccare, lei rispondeva di guardare cassette con gare di Coppa del Mondo registrare per studiare nuove tattiche di gara. Un allenamento che facevano con la madre in cucina: usare i manici di scopa per simulare le porte dello slalom e fare in modo che Mikaela imparasse il complicato ritmo e il tempismo nei movimenti delle braccia per abbattere le porte.

Già in una Shiffrin giovanissima Tina Maze vide la possibilità di «competere per la Coppa del Mondo generale. Penso che il suo team stia facendo un gran lavoro nel costruirla come una sciatrice completa». Già parlando di Lara Colturi si era accennato a un tema simile, ovvero madri che allenando le figlie le fanno diventare tecnicamente perfette, quasi ossessivamente incapaci di sbagliare. Eileen Shiffrin ricorda che la domanda che tutti le fanno riguarda il come abbia fatto a far diventare sua figlia così forte: «Non c’è una risposta esatta. La gente dice che dovrei scrivere un libro. Mi viene da ridere, perché sapete cosa dovrei mettere nel libro? Che Mikaela è diventata brava perché ha dovuto spalare letame di mucca per settimane con me, quando un’estate stavamo zollando il prato».

Oltre al nativo Colorado, Shiffrin ha vissuto gran parte della propria gioventù in Vermont a causa del trasferimento del padre anestesista. A detta sua, questo trasferimento sulla costa est degli Stati Uniti l’ha molto aiutata: in Vermont la neve più ghiacciata è simile a quella che si trova in Europa. Un’altra precisa scelta dei genitori l’ha molto aiutata ad allenarsi al meglio: pochissimi giorni di gara rispetto ai pari età, moltissimi giorni d’allenamento in più. Il perché è presto detto: in gara al massimo fai due discese, in allenamento puoi arrivare a una ventina.

LA TECNICA
Lo sci alpino si fonda su gesti molto poco riproducibili. È un concetto che chi ha sciato afferra al volo: si tratta di scendere nel fiume di Eraclito in ogni singola curva. Tutto scorre in maniera estremamente veloce e con decine di variabili che mutano ogni minuto. Le condizioni della neve, quant’è segnata la singola curva, la visibilità, la rigidità dello scarpone, la lamina o la sciolina dello sci, la lunghezza dello sci, il suo raggio di curvatura: solo la ripetizione di movimenti migliaia e migliaia di volte dà all’atleta la fiducia necessaria per spingere al massimo.

Spesso si sente dire che “i materiali funzionano”, che “l’atleta è un tutt’uno coi suoi sci”, o che “la fa sembrare una cosa facile”: per quanto frasi fatte, si applicano benissimo alla sciata di Shiffrin. Secondo Ted Ligety, uno dei migliori gigantisti di sempre, la sciata di Mikaela di distingue per «la purezza e la serenità della forma. Alla massima velocità su una pista ghiacciata e ripida, la cosa più difficile al mondo è dare l’impressione di non essere sotto sforzo. Mikaela ci riesce».

Ciò che differenzia Shiffrin dalle colleghe dal punto di vista tecnico è un insieme di fattori intangibili («c’è una purezza nella sua dedizione che ti fa capire che avrà successo», ricorda Thomas Walsh, un amico e compagno di squadra fin dalla fanciullezza a Vail, Colorado) ed estremamente concreti: Shiffrin non si è quasi mai fatta male perché «evitare infortuni è almeno all’80% abilità» dice sempre Ted Ligety. «La cosa che Shiffrin ha quasi in eccesso è la pulizia tecnica. Riesce a non mettersi in situazioni pericolose e quando fa un errore, raramente, è così forte che riesce a uscire senza cadere male».

Effettivamente gli infortuni, in una carriera già così lunga, si contano sulle dita di una mano. Come nel caso di Brignone e al contrario di Sofia Goggia, inoltre, non sono mai stati infortuni particolarmente gravi. Saltò due mesi a causa del ginocchio dopo una caduta ad Are nel 2016, nel 2024 ha saltato sei settimane per problemi alla gamba sinistra in seguito ad una caduta a Cortina, in questa stagione è stata sfortunata perché una porta le ha perforato l’addome e la ferita ci ha messo più tempo del previsto a rimarginarsi.

La causa principale per cui ha saltato molte gare, tra le stagioni 2019/20 e 2020/21, è la morte del padre Jeff. Avviene improvvisamente e in circostanze poco chiare: forse è sul tetto di casa per aggiustarlo, cade e lascia un vuoto enorme nella vita di Mikaela. In queste due stagioni, vedendola sciare è chiaro che abbia la testa da un’altra parte. Perde addirittura la coppa della sua specialità, lo slalom (al momento l’ha vinta otto volte, e per tre stagioni è arrivata seconda): nella stagione 2020/21 le si avvicinano addirittura in due. Petra Vlhova e Katharina Liensberger danno vita ad una sfida a tre di altissimo livello: quell’anno in tutte le gare di slalom finiscono sul podio almeno due tra Shiffrin, Vlhova e Liensberger e la sfida per la coppa di specialità viene vinta a quasi 700 punti dall’austriaca, con le altre due vicinissime.

Come ha detto Paula Moltzan, storica compagna di squadra di Shiffrin e sul podio con lei nel giorno della centesima vittoria a Sestiere, «è uno sport brutale, fatto di enormi delusioni e infortuni terribili». In qualche modo, similmente a ciò che accade nel ciclismo a Tadej Pogačar e a pochissime altre persone nei propri sport, Shiffrin per i più svariati motivi riesce ad issarsi a un livello intoccabile per tutte le altre. Non si fa mai male, non inforca quasi mai, ha una percentuale di vittorie rispetto ai podi in carriera più alta di Stenmark, Vonn, Tomba, Hirscher, Hermann Maier. È inevitabile, insomma.

Si potrebbe andare avanti all’infinito a scrivere della sua storia o di cosa renda Shiffrin una spanna sopra le altre. C’è un argomento, però, che mi sembra più interessante indagare una volta conosciuti i caratteri principali, e cioè: cosa ci dice lei – il modo in cui scia, il (non) personaggio che è, la quantità di vittorie – sul mondo dello sci alpino in generale?

L'IMPRONTA SULLO SCI ALPINO
Pur vincendo così tanto, per esempio, Shriffin è molto amata dalle colleghe. Tutte: compagne di squadra e avversarie, della generazione degli anni Ottanta che l’ha vista arrivare e della generazione Z che sta provando a buttarla giù dal piedistallo. Shiffrin si è guadagnata il rispetto di tutte grazie ad una spontaneità riservata e tutt’altro che appariscente (per toccare con mano la sua umanità date un’occhiata al suo canale YouTube), ma anche grazie ad ore passate ad allenarsi lontano dai radar, pentirsi sinceramente quando sbaglia o delude le aspettative, parlare di lavoro duro e allenamenti e proporre iniziative benefiche. Sono tutte cose che, in un mondo conservatore che guarda con paternalismo chiunque provi a fare qualcosa di diverso come lo sci alpino, piacciono molto.

Non è un caso che personaggi appariscenti, mediaticamente sempre sulla cresta dell’onda, come Sofia Goggia o Lucas Pinheiro Braathen risultino al contempo simpaticissimi e insopportabili, a seconda della persona a cui chiedi. Shiffrin gode invece di quella che potremmo chiamare “annoiata reverenza per i GOAT”: se ne parla così bene e da così tanto tempo che ormai nella mente di chi segue lo sci sono finiti i superlativi.

Una rivista specializzata come Race Ski Magazine solo nella sua versione online ha scritto “Shiffrin” in oltre 1.150 articoli negli ultimi 13 anni. Trovare qualcosa di nuovo di cui parlare è difficile, nel caso di Shiffrin: è un tema complesso che meriterebbe un articolo a parte, ma credo che la ridondanza dei temi e dei personaggi nello sci contribuisca a renderlo un prodotto meno competitivo rispetto ad altri sport non-invernali.

Un argomento che viene spesso citato per screditare Shiffrin è che l’americana sia riuscita a vincere così tanto perché non gareggia contro nessuno. A parte l’insopportabile ossessione di voler sminuire continuamente i risultati di una sportiva donna in quanto tali, è un dato di fatto che Shiffrin abbia gareggiato contro alcune delle sciatrici più forti di sempre. È vero che una generazione fortissima di atlete si è ritirata proprio quando stava muovendo i primi passi lei nel Circo Bianco (Marlies Schild, Janica Kostelic, Anja Paerson, Maria Hoefl-Riesch), ma è evidente che tutta un’altra generazione di atlete abbia vinto meno di quanto avrebbe meritato perché continuamente surclassate da lei. È il caso di tante atlete nate a fine anni Ottanta o inizio Novanta: le già citate Liensberger e Vlhova, ma anche Tessa Worley, Viktoria Rebensburg, Sara Hector, Lara Gut-Behrami.

Tanto in altri sport quanto nello sci alpino, è quasi impossibile paragonare sciatrici di epoche diverse, e che magari competono o hanno gareggiato in specialità diverse. Per questo una via di fuga che viene spesso utilizzata è la via dei numeri: c’è una statistica perfetta per sostenere quasi qualsiasi tesi, negli sport invernali. Questo pezzo stesso è iniziato con dei numeri (conteggio di vittorie, quanto-ha-vinto-rispetto-a) e uno dei primi articoli celebrativi della centesima vittoria di Shiffrin sul sito della Federazione internazionale (FIS) era appunto un lunghissimo recap statistico. L’utilizzo dei numeri va benissimo se messi nel giusto contesto, anche se a volte i record sono talmente tanti che chi li deve commentare finisce fuori pista.

Sono talmente importanti, le statistiche negli sport invernali, che Shiffrin stessa ha dimostrato di prestarci molta attenzione. Diversi anni fa disse, per esempio, di avere come obiettivo quello di vincere in tutte le discipline in una singola stagione, oppure tutte le medaglie d’oro olimpiche in una sola edizione, aggiungendo sempre variazioni di “perché non c’è ancora riuscito nessuno”. La ricerca di record – una tendenza molto americana ma in questo caso derivante anche dalla permeante presenza delle statistiche nei ragionamenti sugli sport invernali – è stata anche deleteria per Shiffrin. Alle Olimpiadi di Pechino 2022 ha voluto gareggiare in tutte e sei le discipline a cui le era possibile partecipare, le quattro classiche più combinata (una manche di discesa e una di slalom) e gigante parallelo a squadre miste. Considerati i giorni di prova che richiedono le discipline veloci, le due manche delle tecniche, uno sforzo ai limiti delle possibilità umane. In quella che è forse l’unica grossa delusione della sua carriera, Shiffrin tornò a casa da Pechino con zero medaglie. A caldo disse di sentirsi «una barzelletta».

Un altro tema che Shiffrin porta alla luce: quello delle relazioni tra compagne di squadra. Quando Shiffrin muove i primi passi in Coppa del Mondo, dentro Team USA c’è una e una sola leader: Lindsey Vonn. Per mille motivi impossibili da analizzare qui, Vonn diventa ben presto il volto del movimento americano (dove lo sci alpino è seguito solo se atleti locali vincono a iosa), del movimento femminile (del quale, vale la pena ripeterlo, è stata la più vincente di sempre prima di Shiffrin) e dello sci in generale. Nella stagione 2007/08, addirittura, vincono la generale di Coppa del Mondo due americani: Bode Miller tra gli uomini e Lindsey Vonn tra le donne (come successe già nel 1982/83 con Phil Mahre e Tamara McKinney). Shiffrin, insomma, cresce in un contesto del tutto privo di pressioni: a vincere, e a tenere alta l’attenzione di una nazione intera, ci pensava già Vonn.

Il rapporto tra le due non è sempre stato idilliaco. Un po’ come accade tra Goggia e Brignone, c’è rispetto ma non grande affinità emotiva. L’ultimo capitolo Shiffrin-Vonn è stato il disastro di comunicazione occorso durante i Mondiali di Saalbach 2025: rientrata dal ritiro durato cinque anni e dopo gli entusiasmi e le grandi prestazioni iniziali, Vonn è calata di forma. Nonostante ciò, ha dichiarato pubblicamente che per la combinata a squadre (un format nuovo in cui una nazione schiera coppie di atlete, una per lo slalom e l’altra per la discesa) avrebbe desiderato avere come compagna di squadra la slalomista più forte, cioè Shiffrin. Eppure, almeno due velociste americane sono andate più forte di Vonn in questa stagione, cioè Breezy Johnson e Lauren Macuga.

Shiffrin si è trovata in una posizione scomoda: accettando la proposta di Vonn avrebbe formato il mediatico dream team ma ridotto sensibilmente le possibilità di medaglia, rifiutandola ostentatamente avrebbe creato scalpore. Per un po’ non ha detto nulla, poi su Instagram ha scritto che «i nostri allenatori ci hanno informato del fatto che io e Breezy saremo una delle coppie per l’evento». Com’è andata a finire? Shiffrin-Johnson medaglia d’oro, Vonn e la giovane AJ Hurt sono arrivate a quasi tre secondi.

Mikaela Shiffrin è un argomento talmente grande che è impossibile esaurirlo qui. Non abbiamo citato, per esempio, due fatti importanti nella mediatizzazione dell’atleta: è partner di uno sciatore non vincente quanto lei ma comunque molto vincente (Aleksander Aamodt Kilde) ed è sponsorizzata, da anni e con grandi investimenti, da Barilla, come Roger Federer e pochissimi altri atleti nel mondo.

Mettere un punto non ha senso: deve ancora compiere 30 anni e verosimilmente non si ritirerà a breve. Anche su questo circolano pareri discordanti, per la verità, ma nel frattempo non va data per scontata la grandezza di Shiffrin e l’invito è godersi ogni sua manche, come se stessimo assistendo a una forma d’arte.

Tornerà a gareggiare tra una decina di giorni ad Are, in Svezia, e poi in Idaho per le Finals. Ha soddisfatto, da anni e pienamente, ogni dubbio che potevamo avere su di lei. Non deve più dimostrare nulla a nessuno. In un senso strettamente sportivo è diventata più grande dello sci alpino stesso, come se fosse riuscita a trovare un glitch nel sistema. Osservarla avviarsi sul viale del tramonto rivelerà altre cose interessanti su di lei, sullo sci alpino in generale e su di noi, testimoni di eventi impensabili prima di Shiffrin.

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