
Mancavano trenta secondi alla fine, e invece Milan-Lazio è andata avanti per altri dieci minuti, quasi. A 94'30'', Nuno Tavares ha messo in area un cross disperato. Romagnoli ci è arrivato per primo, il suo piede è spuntato dietro a un mucchio di cinque giocatori, a pochi metri dalla porta di Maignan. Davanti a lui c’erano Pavlovic e Marusic, avvinghiati in un abbraccio che li costringeva entrambi di spalle rispetto alla posizione della palla. Il tiro di Romagnoli ha colpito il gomito di Pavlovic ed è uscito sul fondo.
Ed è qui che una normale partita di calcio è scivolata in qualcosa di diverso. Ma cosa? Teatro? Cinema? E soprattutto: è meglio o peggio del calcio giocato nei 94 minuti precedenti? Decidete voi.
L’arbitro Giuseppe Collu indica la rimessa dal fondo, poi il calcio d’angolo, poi ferma il gioco mentre Zaccagni già si stava sistemando i calzettoni vicino alla bandierina. I giocatori della Lazio cominciano ad avvicinarsi a lui. Guendouzi alza le mani come un prigioniero che non vuole farsi sparare, si tocca un polso per indicare il fallo di mano e poi si ingobbisce con le mani congiunte in preghiera. Marusic arrivato da lontano con le braccia spalancate come un padre che va a prendere il figlio piccolo al cancello di scuola. A quel punto si avvicinano anche i giocatori del Milan. Gabbia, inquadrato con la body-cam dell’arbitro, gesticola, rimprovera Collu come un guidatore appena sceso da un’auto tamponata - “chi tampona ha sempre torto”, dice la sua prossemica; Tomori è incredulo e infastidito, Pavlovic ha la fronte come un tappeto pieno di pieghe e fa finta di non capire di cosa si stesse parlando, come farebbe una persona sicura di essere colpevole.

A un certo punto c’è semplicemente troppa gente intorno a Collu, soprattutto considerando che tutto questo non serve a niente; che sono altre persone, da un’altra parte, sedute su delle sedie con le rotelle in una specie di container, a decidere cosa succede ora, se Collu deve rivedere l’azione al monitor oppure no. Noi abbiamo già riguardato il tocco di Pavlovic da ogni angolatura e più lo guardiamo più ci sembra difficile da giudicare. Il consulente sulle questioni arbitrali di DAZN Luca Marelli in questi casi svolge un ruolo rassicurante, fondamentale come quello di un prete capace di interpretare le sacre scritture. Per lui non è rigore. Eppure Collu viene richiamato al monitor.
La regia stretta non ci fa capire cosa succede, ma Collu si deve fermare prima di arrivare al monitor per tenere lontano delle persone. È vero, non ci avevamo mai pensato, ma questa cosa del VAR e dell’arbitro che riguarda l’azione può esistere solo in un contesto in cui l’arbitro può effettivamente arrivare davanti allo schermo e guardare con un attimo di calma l’azione. Che succede se giocatori e dirigenti fanno un casino tale che l’arbitro non può neanche riguardarla? Se un giorno vedremo anche in Serie A la polizia in campo - come ogni tanto succede in qualche paese sudamericano, ed è successo in Turchia pochi mesi fa per sedare una rissa tra Fenerbahce e Galatasaray, innescata da Mourinho che ha preso per il naso l’allenatore avversario, Okan Buruk - sarà per permettere all’arbitro di guardare il replay di un possibile rigore.
E mentre l’arbitro è già fermo con gli occhi chiusi e la mano tesa come il padre di Gregor Samsa, che non vuole vedere il figlio trasformato in un bacarozzo né permettergli di uscire dalla sua stanza, da dietro arriva un attore che sa come rubare la scena a tutti gli altri (si dice che i bambini e i cani siano in grado di offuscare persino i più esperti), ovviamente Max Allegri. Si infila nell’inquadratura e parla a Collu, scandendo bene una cosa senza senso da dire in quel momento - ammesso che sia vera la sua testimonianza post-partita.
Allegri ha raccontato di aver ricordato a Collu che l’ultima volta che aveva arbitrato il Milan era stato nella partita con la Cremonese (l’unica sconfitta stagionale, per ora, di Allegri) e che, quindi, gli ha detto «quando ci sei te succede sempre qualche casino per noi». Forse più che le parole ha pesato proprio quell’ingresso così azzeccato nello spazio privato dell’arbitro, quel rifiuto implicito del valore di tutto il meccanismo del VAR, lo sberleffo nei confronti di un momento che dovrebbe essere di riflessione intima, una cosa privata tra l’arbitro e i colleghi al VAR, in cui Allegri si è intromesso senza invito.
Un momento così speciale che la regia ci regala persino l’inquadratura con la body-cam dell’arbitro. In passato l’ho criticata, questa appendice dell’arbitro bionico, che ci offre una visuale ravvicinata fino alla nausea con la partita, che ci mostra qualcosa di osceno - come vuole l’etimologia della parola: qualcosa da tenere fuori dalla scena - e che a parte il mal di mare, e qualche risata quando qualcuno ci ha montato sopra la colonna sonora dei Prodigy (Smack my b**** up, che aveva un video girato con una soggettiva simile), non mi sembrava aggiungesse niente al racconto della partita. Be’, ritiro tutto. Grazie body-cam per averci regalato questo fantastico primo piano di Max Allegri.

Allegri è stato espulso, ma per cosa? Non si sapeva ancora in quel momento e magari l’arbitro, come poi è stato, avrebbe anche potuto non dare il rigore alla Lazio. Ma un arbitro che va al VAR è un cattivo presagio sufficiente affinché Max provi a fare qualcosa - tutto quello che può, in effetti, oltre a togliersi il cappotto al suo solito modo plateale da torero. Allegri esce dal campo ma, sempre per quella storia che un grande attore tiene i riflettori su di sé fino all’ultimo (si dice che i migliori in assoluto lo sappiano fare anche recitando di schiena), uscendo litiga con il secondo di Sarri, Marco Ianni, una faccia che non avevo mai visto prima in vita mia ma molto simile a facce che vedo dieci, cento volte al giorno in giro per Roma.
Allegri provoca la persona sbagliata, sibilla parole che fanno scattare immediatamente Ianni che gli afferra un braccio. Ianni (che in un vecchio Manchester United-Chelsea aveva litigato con Mourinho: collezionista di risse con allenatori celebri) ha tutta l’aria di uno su cui il senso di Allegri per il teatro non ha il minimo effetto e non vuole fargli passare impunita quell'insolenza. Intervengono persone a separarli ma a quel punto la questione ha preso proporzioni ancora più grandi. Guendouzi e Gabbia, intanto, continuano a discutere come una coppia di filosofi, come se stesse a loro, e solo a loro, dirimere quell’importantissimo problema morale; Pavlovic si mette di nuovo davanti a Collu, tra l’arbitro e il monitor, e forse spera che con tutto quel casino l’arbitro rinunci a guardare l’azione.
Collu gesticola e si agita, fa avanti e indietro lungo la linea laterale come se stesse spazzando delle foglie d'autunno dal marciapiede, per togliere di mezzo tutta quella gente, ma nessuno sembra più ricordare quale sia il suo posto. Ci mette tantissimo ad arrivare davanti allo schermo (Saelemaekers è l’ultimo a provare a influenzarlo e forse ci riesce perché si allunga la maglietta come a dire che prima del fallo di mano c’era stata una trattenuta: la soluzione che poi sceglierà Collu). Poi ci passa quasi due minuti interi a riguardare l’azione, girandosi ogni tanto per calmare qualcuno che gli vuole mettere fretta, mentre le due squadre sono schierate alle sue spalle sulla riga laterale.

Rivediamo ancora e ancora la stessa azione, ci perdiamo dentro quel movimento sempre più lento e scomposto in singoli pixel che scattano, e a forza di vederla io personalmente mi convinco sempre di più che in effetti sia fallo da rigore. So che non è così, ricordo cosa ho pensato la prima volta che l’ho vista - più o meno: "non è mai rigore questo, stanno a due centimetri di distanza!" - eppure più rallentano il video più mi sembra che Pavlovic allarghi il gomito apposta e si pieghi quasi verso il pallone, con la piena consapevolezza di quello che stava facendo. Forse, rallentate sufficientemente, guardate abbastanza da vicino, tutte le azioni umane diventano segno di colpevolezza. Milan-Lazio come Blow Up di Antonioni, guardando il tocco di gomito di Pavlovic e sgranandolo per bene, ecco che in area di rigore compare il cadavere di una ragazza.
Alla fine c’è il momento più teatrale di tutti, il colpo di genio introdotto in questa stagione per riempire il vuoto della revisione al monitor e soddisfare l’attesa che si crea in quei secondi. Collu cammina verso la metà campo, tiene tutti lontani, fa il gesto del rettangolo con le dita e inizia con la solita formula ridondante: «A seguito di revisione...». Penso che se ci fossero ai suoi lati due chierichetti con l'incenso fumante non sarebbero fuori luogo. La voce di Collu rimbomba come un giudizio divino. Potrebbe dire solo: «Non è rigore»; oppure: «È fallo per il Milan», ma così non ci sarebbe gusto. Per questo, Collu, dice prima che «il calciatore numero 31» - ulteriore tocco di raffinatezza burocratica, non usare i nomi dei giocatori - «ha il braccio fuori sagoma», facendo esultare i giocatori della Lazio; e solo dopo alza la voce dicendo: «MA PRIMA riceve un fallo…» facendo esplodere lo stadio.
Per inciso: è una decisione incredibilmente cervellotica, quella di fischiare fallo a Marusic per non fischiare rigore a Pavlovic. Sembra che gli arbitri italiani non possano rinunciare alla possibilità di fischiare un fallo, come se se sotto sotto ci fosse sempre un fallo da fischiare, tutto fosse fallo, e anche quando non è fallo è solo perché c'è stato un altro fallo prima. Persino Luca Marelli è stupefatto, trova che sia una soluzione barocca e non aderente alla realtà in cui Pavlovic e Marusic si trattengono a vicenda. La Lazio a fine partita entrerà in silenzio stampa, affidandosi a un tweet che, dopo tutto questo casino, sembra ironico: "Questa sera le immagini parlano per noi". Beh, le immagini, come abbiamo appena constatato, possono dire tutto e il contrario di tutto.
Vediamo i replay delle reazioni dei giocatori di Milan e Lazio durante l'annuncoio di Collu. Isaksen prima ride e applaude masticando la gomma, poi si ghiaccia e si porta le mani alla bocca come uno che riceve una brutta notizia al telefono; Tomori prima sorride sarcasticamente, poi sembra sinceramente non capire - forse per via di quel linguaggio farraginoso, del braccio fuori dalla sagoma - poi esulta sputando fumo dalle narici come un drago dei cartoni animati. I giocatori del Milan e tutto San Siro esulta come per il gol di Leao. Anzi, Gabbia esulta molto di più: si mette a correre verso la porta, colpisce la palla che Castellanos teneva in mano da prima, pronto per battere il rigore, per provocarlo, ma poco, continuando a correre e indicandosi le tempie per dire ai compagni di restare concentrati. I giocatori della Lazio continuano a protestare, Sarri è sbalordito come un generale davanti a un campo di macerie, mentre un ufficiale con l'auricolare prova a spiegargli cosa è appena successo.

Collu improvvisamente sembra rilassato. Corre verso l’area di rigore, toglie la palla a Castellanos, che forse se la sarebbe portata a casa, e con brevi gesti della mano aspetta che ritorni definitivamente l’ordine in campo. Ci mette un altro minuto per far riprendere il gioco. Prima di questa sera non avrei riconosciuto Collu neanche se me lo fossi ritrovato seduto vicino in un volo intercontinentale, adesso ho l’impressione che non dimenticherò mai più la sua faccia, né il suo bicipite importante.
In tutto, dal tiro di Romagnoli deviato dal gomito di Pavlovic, a Maignan che calcia lungo, sono passati 7 minuti e 35 secondi. Se ne giocheranno altri due, senza che succeda niente di minimamente rilevante. Niente di paragonabile a quei sette minuti e mezzo in cui Milan-Lazio si è trasformata in un pezzo di teatro.