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Da dove nascono i cali del Napoli nel secondo tempo?
03 apr 2025
È una questione fisica o mentale?
(articolo)
13 min
(copertina)
Foto IMAGO / Action Plus
(copertina) Foto IMAGO / Action Plus
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Antonio Conte non digerisce la sconfitta, come molti altri allenatori ma forse ancora meno di loro. La voce diventa caustica, lo sguardo basso e vitreo, le braccia conserte. Tutti sono competitivi a certi livelli, ma in una brutta giornata nessuno può finire scottato quanto Conte.

«Oggi abbiamo fatto dottor Jekyll e mister Hyde» dice con in bocca una frustrazione che buca lo schermo. Il Napoli ha appena perso a Como una partita francamente inspiegabile, in cui è sembrato fare di tutto per autosabotarsi. «Nel secondo tempo abbiamo fatto l’opposto di quello che ci eravamo detti. I buoni propositi li abbiamo lasciati nello spogliatoio».

Il gol vittoria di Assane Diao è arrivato al 76'. Una riconquista alta del Como ha sorpreso la difesa azzurra e a quel punto il filtrante d’esterno con cui Nico Paz ha tagliato la corsa di Rrahmani è arrivato sui piedi di un precisissimo Diao, che non ci ha pensato due volte a incrociare all’angolo basso alla destra di Meret.

Quella di Como era una sconfitta particolarmente dolorosa, e non solo perché permetteva all’Inter il sorpasso in vetta a pochi giorni dallo scontro diretto del Maradona. Una settimana prima un Napoli claudicante e zeppo di infortuni era stato rimontato all’Olimpico, contro la Lazio, con un gol di Boulaye Dia all’86'. Nello stesso stadio, e nella stessa porta, a inizio febbraio era arrivato il gol di Angelino al 92', con un tiro micidiale che nel frattempo è diventato una signature move del terzino giallorosso.

Sono due mesi che il Napoli subisce un crollo verticale nelle prestazioni tra primo e secondo tempo. A impatti sulla partita intensi, coronati da un gioco efficace e frizzante, come nelle uscite con Fiorentina e Milan, seguono gambe imballate, nervosismo e paura nei minuti finali.

I tifosi del Napoli hanno imparato a convivere con questo aspetto, ma le loro coronarie hanno retto a stento all’ultimo tiro di Luka Jovic domenica sera. In una partita controllata e messa in cassaforte, almeno teoricamente, già al 19', contro un Milan che viveva come un dramma ogni attacco azzurro, il Napoli ha trovato il modo di non scendere in campo nella ripresa.

Nel secondo tempo il Milan ha creato 2.2 xG da 12 tiri, di cui 4 in porta, contro gli 0.22 del Napoli, che non ha mai calciato nello specchio. Ha segnato il gol dell’1-2 con Jovic, e anche escludendo il boost statistico del rigore sbagliato da Gimenez, è impossibile non notare come i rossoneri abbiano fatto la partita, creando più volte i presupposti per il pareggio. Tra il primo e il secondo tempo il baricentro del Napoli si è abbassato di ben 10 metri (48.18 metri contro 38.33), e gli azzurri non sono mai riusciti ad alzare i ritmi della pressione.

Nella partita casalinga con la Fiorentina, vinta 2-1, il copione pareva scritto. Il Napoli ha attaccato dal 1’, sbloccando la partita con un gol al 26’ di Lukaku e chiudendola, almeno sulla carta, con il raddoppio di Giacomo Raspadori, l’unico vero uomo in più della stagione. Come sempre, negli ultimi minuti gli azzurri hanno abbassato il baricentro: secondo la Lega Serie A di 9 metri (59.26 nel 1T contro i 50.6 nel 2T). Il primo cambio, effettuato da Conte quando la Fiorentina aveva già accorciato, è stato Olivera per Politano. Al minuto 82. Poi due cambi ruolo-per-ruolo (Billing per McTominay e Simeone per Raspadori) e infine un altro difensore centrale, Juan Jesus, per un terzino, Spinazzola.

Il tiro scarabocchiato in curva di Cher Ndour ha, ancora una volta, reso il fischio finale un supplizio interminabile, un girone dell’inferno in cui i tifosi del Napoli stavano cadendo una volta per tutte. La squadra sembra aver perso un pizzico di quella straordinaria intensità mentale che la rendeva così disciplinata a novembre, a tratti "marziale".

Da dove nascono cali simili? Si ripete che il Napoli senza coppe ha più energie delle avversarie, e allora perché è sempre la prima squadra a sembrare stanca in campo? Davvero il Napoli, per usare le parole di Conte, ha due facce? È una questione mentale, fisica, o c’è dell’altro?

Nella partita contro il Milan, Conte ha parlato di una squadra in condizioni fisiche precarie, e non è difficile credergli. Neres e Anguissa erano appena rientrati da problemi muscolari piuttosto noiosi, lo stesso Olivera non giocava dal primo minuto da gennaio.

Eppure la gestione del risultato si è rivelata un problema endemico nella stagione Napoli, un fattore che potrebbe alla lunga costare lo Scudetto, visti i punti persi fin qui. Da cosa dipende questa difficoltà?

I LIMITI DELLA TRINCEA

Contro il Milan, negli ultimi concitati minuti, diventati un film di Ti West e non più una semplice partita di calcio, Conte ha dovuto redarguire Mazzocchi, subentrato a Politano sulla fascia destra. «La linea è a cinque, non a sei! Siamo 5-4-1» ha urlato l’allenatore dalla panchina.

Come gli capita fin da inizio anno, dopo il vantaggio il Napoli si era fatto schiacciare dietro la linea del pallone, fidandosi di un gol di scarto. Questa volta, però, gli azzurri stavano davvero esagerando. Mazzocchi era entrato come esterno di centrocampo del 5-4-1: Conte aveva dovuto cambiare sistema di gioco a causa dell’infortunio di Lobotka e, contemporaneamente, dell’indisponibilità di un centrocampista di ruolo da inserire.

Temendo le combinazioni tra Theo Hernandez e Leao, però, Mazzocchi si schiacciava sulla linea dei difensori, e il Napoli si disponeva nella pratica con una difesa a 6, composta da: Mazzocchi, Di Lorenzo, Rrahmani, Buongiorno, Juan Jesus e Olivera. E così il Napoli ha abbassato il baricentro addirittura sotto i 40 metri. È la fotografia di una squadra che si sente più tranquilla quando è in trincea, dentro al caos dell’area di rigore. Con l’inserimento di un marcatore puro come Buongiorno, quest’anno il Napoli sceglie di chiudersi volontariamente. Tuttavia questa zona di comfor nelle ultime giornate è sembrata per lo più illusoria.

Il Napoli ha calciato 3 volte nella ripresa, ha effettuato 6 tocchi nell’area avversaria – contro i 20 del Milan – e con il passare dei minuti ha smesso di risalire il campo: su 240 passaggi tentati, solo 50 hanno visto la luce nell’ultimo terzo di campo. Meret lanciava lungo senza idee, e il Milan si è preso il campo.

Contro Roma e Lazio le cose non sono andate molto diversamente. Anche contro i giallorossi, per esempio, l’uscita di un attaccante per un difensore – in quel caso David Neres per, ancora una volta, Mazzocchi – ha ridotto la pericolosità offensiva della squadra. È un atteggiamento prudente fino all’ortodossia, quello di Conte: appena il tecnico percepisce che la sua squadra sta perdendo il controllo degli eventi, sceglie di correre ai ripari inserendo un difensore e non osando mai troppo.

Nel secondo tempo della partita con gli azzurri la Roma ha progressivamente infoltito l’attacco, costruendo poco secondo le statistiche – 0.27 xG con 6 tiri – ma trovando nella chiusura del Napoli un alleato prezioso. Dall’intervallo in avanti la squadra di Conte ha perso addirittura 13 metri di baricentro, stazionando intorno alla propria trequarti, e non è più riuscita a calciare verso la porta di Svilar.

Con la Lazio la partita è stata tutto sommato equilibrata, ma anche in quel caso i tocchi nell’ultimo terzo sono stati spropositati: 62 per la Lazio, appena 24 per il Napoli. «Siamo stati beffati di nuovo, ma a questa squadra non posso chiedere di più» aveva commentato Conte. Nelle ore dopo la partita si parlò dell’ingresso di Rafa Marin per Mazzocchi, un difensore centrale per un terzino, e il conseguente spostamento di Politano come quinto di sinistra.

Da quel lato, Dia ha trovato lo spazio per convergere e tirare col mancino verso la porta, con Politano che lo fissava immobile, non essendo abituato a ripiegare su una fascia dove non ha mai messo piede.

Nel calcio contemporaneo la difesa posizionale appare ogni anno più rischiosa. È un concetto ancora “controculturale” nel nostro paese, ma la diffusa qualità tecnica e il meticoloso studio dei movimenti da fare permettono ai giocatori di avere strumenti essenziali per scardinare le difese chiuse.

È vero, durante la stagione ci sono stati dei momenti in cui la difesa bassa del Napoli si è rivelata solida. Ma è una strategia difensiva che richiede un dispendio mentale elevato, un’intensità e una concentrazione fuori scala per il Napoli stesso. È legittimo notare che i migliori risultati della stagione dei partenopei – le vittorie contro Atalanta e Juventus, il pareggio con l’Inter – sono arrivate attraverso il pressing alto e la riaggressione, con la squadra di Conte rifugiata in difesa solo quando costretta.

Il secondo tempo contro i bianconeri, in particolare, è stato dominante. Dal 45’ al 69’ – minuto del gol del 2-1 firmato da Lukaku – il Napoli ha toccato l’83% di possesso palla, un numero sconcertante se rapportato, ad esempio, al 40% del secondo tempo con la Roma.

UNA SQUADRA CON LIMITI CHIARI

Conte ha costruito una carriera sull’abilità militare delle sue squadre, sulla concentrazione irreprensibile negli ultimi metri – sia in attacco che in difesa. A Napoli ha trovato, e voluto, una rosa solida e dall’impronta fisica eccezionale, ma anche povera tecnicamente. O almeno non all'altezza della tradizione recente della squadra. L’addio di Kvaratskhelia a gennaio ha poi tolto un'ulteriore valvola di sfogo.

Il Napoli si abbassa dunque per scelta, ma anche per l'assenza di giocatori a proprio agio sotto pressione, capaci di rallentare e dare la pausa. Il sostituto di Kvara, Noah Okafor, è arrivato fuori condizione – e tuttora secondo Conte «va messo a posto perché non regge determinati carichi» – nell’ultimo giorno di mercato.

Conte si è trovato una rosa di per sé corta, con riserve di cui non ha mai celato di fidarsi ben poco, e ulteriormente indebolita dal calciomercato. Ngonge è il vero oggetto misterioso del campionato del Napoli: una mezzapunta creativa a Verona, che nei pochi mesi giocati in azzurro la passata stagione aveva dato sensazioni positive, ostracizzato fin dal primo giorno dal nuovo tecnico.

Ecco perché Mazzocchi è diventato il primo cambio utile, un giocatore limitato ma sanguigno e applicato. Un difensore che si ritrova a sostituire Politano, un’ala che già di per sé interpreta il ruolo con tanto sacrificio.

Una volta cambiati i tre attaccanti, il Napoli sa già di aver perso tutto il suo potenziale offensivo. Agli spunti di David Neres fa posto l’evanescenza di Ngonge, alla solidità spalle alla porta di Lukaku corrisponde l’impegno – e forse nient’altro oltre a questo – di Giovanni Simeone.

A gennaio si era parlato anche di un interesse del Napoli per Lorenzo Pellegrini, un centrocampista offensivo che avrebbe aiutato la squadra a palleggiare, a offrire garanzie nei passaggi e nei controlli orientati. Ma poi il club ha preferito scommettere su una verisone da bassa Premier League di McTominay, ovvero Philip Billing, arrivato in prestito con diritto di riscatto. Il centrocampista danese ha fatto in tempo a trovare la serata della sua vita l’1 marzo, quando ha segnato il tap-in del pareggio contro l’Inter.

Dalla panchina il Napoli ha racimolato 5 gol in Serie A: tra le prime dieci della classifica peggio ha fatto solo l’Udinese con 2. L’Inter è a quota 6, Roma e Juventus a 8, Milan e Atalanta 9, Lazio 14.

Per ammissione di Conte, il Napoli deve soffrire per vincere ogni partita. «Quando parlo di costruire squadre e strutture vincenti, servono degli step» ha detto qualche settimana fa. Stava rispondendo a una domanda sulle scarse prestazioni offensive del Napoli: «Noi non abbiamo in rosa giocatori con tanti gol in carriera. I gol non possiamo inventarceli». Contro la Fiorentina era capitata a Giovanni Simeone l’occasione per chiudere i conti, portarsi sul 3-1 e vivere con serenità gli ultimi quattro o cinque minuti. Nell’uno contro uno con De Gea, ha calciato basso e centrale, tra le mani del portiere.

Lo stesso è capitato a Mazzocchi e Ngonge in Napoli-Milan: un pallone da calciare verso la porta di Maignan all’altezza del dischetto del rigore, a cinque minuti dal termine, che però i due si sono litigati fino a uscire dall’area.

Il Napoli non ha un buon rapporto con la porta avversaria. Secondo i dati raccolti da FBREF, ha accumulato fin qui 42.2 expected goals – sesta squadra in Serie A – ma è soprattutto la conversione dei tiri verso lo specchio a essere un problema. Il Napoli ha prodotto 397 tiri, centrando la porta solo 115 volte, con una percentuale del 29%. Hanno fatto meglio persino squadre come Parma, Venezia e Como.

LA SINDROME DEL "BRACCINO"

A questo punto va ricordato il punto di partenza. Oggi il Napoli, alla 30esima giornata, è a -3 dall’Inter capolista. Da settimane giocatori e allenatore sono chiari: credono allo Scudetto e riverseranno tutte le energie rimaste per portarlo a casa. Non era scontato: negli ultimi 13 mesi, attraverso una rete di decisioni avventate, il Napoli si è privato dei suoi calciatori migliori. È toccato prima a Kim Min-jae, poi a Piotr Zielinski, e infine a Victor Osimhen e Khvicha Kvaratskhelia.

La situazione difficile della rosa viene percepita come una vera emergenza anche per la gestione di Conte. Il Napoli non ha una rosa lunga, ma questa sembra ancora più corta per la gestione che ne fa l'allenatore. La sensazione è che la squadra abbia accusato l’infortunio al soleo di Neres e, per alcune settimane, di un terzino sinistro di ruolo, viste le contemporanee assenze di Spinazzola e Olivera. Tuttavia, Conte non ha mai voluto dare un ruolo, se non da comparsa, ad alcuni elementi che compongono la rosa e che oggi, ad aprile, sono ancora oggetti misteriosi. Rafa Marin, Cyril Ngonge, lo stesso Billy Gilmour ha dovuto aspettare l’infortunio di Anguissa per vedersi alzare il minutaggio. Eppure è difficile capire quanto dentro questo limite - questa paranoia, questa fiducia concessa col contagocce - si nasconda la forza del Napoli.

La narrazione del “miracolo”, propagandata innanzitutto da Conte, forse non va lontana dalla realtà; anche alla luce della frenata - o almeno il rallentamento - post-gennaio della squadra, che ne ha rivelato limiti che forse avevamo ignorato fino a quel momento. Il rallentamento riguarda solo relativamente i risultati: a febbraio, un po' ai minimi termini, il Napoli è riuscito a non perdere contro Roma, Lazio e Inter. I vistosi cali nella ripresa sembrano però un buco nero dal quale la squadra deve riuscire a non lasciarsi attirare.

Gli azzurri erano andati oltre le loro possibilità? Contro Atalanta e Juventus avevano davvero mandato il «motore fuori giri»?

Se con il ritorno in Italia Conte ha messo in mostra una flessibilità tattica che non ci aspettavamo più da lui, in questa fase della sua carriera, dall’altro lato ha confermato certe spigolosità nella gestione del gruppo. Con una sola competizione era anche lecito aspettarselo: il Napoli ha giocato il campionato con un undici tipo, senza mai offrire una chance vera a chi stava in panchina. La prima sostituzione è avvenuta al 76’ con la Roma, al 77’ con l’Inter, al 76’ col Venezia, all’85’con la Lazio – se si esclude l’ingresso di Politano per Buongiorno, che non aveva ancora i 90’ nelle gambe dopo l’infortunio alla schiena.

Ai microfoni Antonio Conte strizza l’occhio alla sofferenza finale, come se gli appartenesse, come se il calcio, nelle sue fondamenta, non sia altro che questo: telecomandare i calciatori nel più piccolo movimento, e poi negli ultimi minuti fondersi con il pubblico e aspettare nella propria area che l’arbitro decreti la fine dello strazio. «Dobbiamo essere più cattivi» ha detto al termine di Napoli-Fiorentina; «è stata una giornata faticosa, ho un fortissimo mal di testa» dopo Napoli-Milan.

Per lui forse non c’è modo più appagante di giocarsi un campionato: introiettare l’energia del pubblico, somatizzare lo stress. È passato in pochi mesi dal bacchettare la squadra, dicendo di aspettarsi «una situazione migliore, invece siamo non dico all’anno zero, ma molto vicini allo zero», a ringraziare anche i giocatori che non vedono mai il campo, e che lui non considera adeguati: «io questi ragazzi me li bacio a uno a uno». Lottare ogni partita contro i propri, evidenti, limiti: è questa, per Antonio Conte, l'essenza del calcio.

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