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Ai Los Angeles Lakers è iniziata l'era Doncic
26 feb 2025
Racconto delle prime settimane dello sloveno a Los Angeles.
(articolo)
16 min
(copertina)
IMAGO / Icon Sportswire
(copertina) IMAGO / Icon Sportswire
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«Se siete dei tifosi dei Dallas Mavericks e state guardando Luka Doncic, credo vi si stia spezzando il cuore». Le parole di Mike Breen, storico telecronista e prima voce di ABC, arrivano in uno di quei momenti “Luka Magic” che fino all’altro ieri erano stati esclusivo privilegio dei fan della franchigia texana. A Denver ormai la vittoria non è più in discussione e Luka ha appena segnato un canestro assurdo dalla linea di fondo, su un piede solo, in precario equilibrio e con il braccio destro - in estensione per il tiro - trattenuto dalla mano di Jamal Murray: solo rete, nessun fischio, ghigno slavo rivolto all’arbitro, trentello raggiunto. I’m Back.

Fino a 24 ore prima non sembrava per nulla scontato che la quarta partita dello sloveno in canotta gialloviola sarebbe potuta diventare il vero welcome-party di Luka ai Lakers: le prime tre partite, contro due delle peggiori squadre Nba, erano terminate con una sola vittoria a fronte di due brutte sconfitte, delle statistiche scoraggianti anche a causa delle restrizioni sul minutaggio, un linguaggio del corpo deprimente e una condizione fisica comprensibilmente sconcertante dopo lo stop per infortunio più lungo nella carriera dello sloveno.

Ci sono volute tre settimane piene e un certosino lavoro dietro-le-quinte di tutta l’organizzazione dei Lakers per scuotere dalla frustrazione e dallo shock il ragazzo sloveno che tra due giorni compirà solo 26 anni, strappato senza preavviso insieme alla famiglia (la figlia Isabela ha da poco compiuto 1 anno) da quella che pensava sarebbe stata la sua casa e il suo regno per tanto tempo ancora.

IL TRAUMA DELLA TRADE E L’ARRIVO A L.A.
Sembra passato un secolo eppure nemmeno un mese fa Luka Doncic era ancora un membro dei Dallas Mavericks. Sappiamo tutti com’è andata: le conversazioni “segrete” tra il General Manager dei Lakers Rob Pelinka e quello dei Mavs Nico Harrison, la trade che si materializza all’insaputa di tutti nella notte tra Sabato 1 e Domenica 2 Febbraio, l’annuncio dell’insider di ESPN Shams Charania, lo shock globale, le analisi, le speculazioni sulla “culture”, le difese che vincono i titoli. E un solo fatto oggettivo: Luka Doncic è la nuova stella dei Los Angeles Lakers.

Sul tradimento dei Mavs e sullo scambio con Anthony Davis (e Max Christie, l’unica vera nota positiva ad oggi per Dallas) si è discusso e si discuterà per anni, adattando amabilmente le proprie opinioni a seconda dei successi individuali e soprattutto collettivi che due superstar agli antipodi per gioco e attitudine contribuiranno a far raggiungere alle nuove rispettive franchigie.

Della trade di Doncic avevamo parlato anche in Air Vismara, il podcast di basket NBA di Ultimo Uomo.

Quel che è certo è che i primi venti giorni di Luka Doncic a Los Angeles sono stati i più difficili della sua carriera. Arrivato alle 7 della sera del 2 Febbraio in fretta e furia con un jet privato per una cupa conferenza stampa di presentazione, Doncic è apparso rintronato, depresso, inferocito. Una “vibe” negativa che il solito Charania ha confermato aver condizionato la vita dello sloveno dalla news-shock fino alla trasferta in Colorado contro Denver, non a caso prima vera partita “da Luka” ai Lakers.

Da navigato professionista, nonostante l’espressione funerea (scrutinata in ogni dettaglio anche da esperte di linguaggio paraverbale, come se fosse fraintendibile lo stato d’animo…), durante la conferenza stampa di presentazione Doncic è risucito a non lanciare alcuna frecciatina verso i Mavericks, rispondendo semplicemente con un caustico «non ne ho la minima idea» a chi gli chiedesse dei motivi della trade, provando invece ad assecondare le dichiarazioni entusiaste di Rob Pelinka: «è un sogno che diventa realtà. Giocare con LeBron nella più grande franchigia del mondo. I Lakers li adoro da sempre, in Europa li guardavamo tantissimo grazie a Kobe e Pau Gasol».

Poi, in rapida successione, arrivavano la prima panchina in borghese all’Intuit Dome contro i Los Angeles Clippers (4 Febbraio), la presentazione ufficiale a centrocampo alla Crypto.com Arena - prima della gara contro Golden State e sempre in abiti civili - con una roboante standing ovation del pubblico (6 Febbraio) e la notizia del rinvio del debutto previsto inizialmente contro Indiana l’8 Febbraio. Dopo quasi due mesi di stop dallo strappo al (solito) polpaccio sinistro l’organizzazione dei Lakers, dimostrando gran tatto, aveva ritenuto i Pacers e i loro ritmi indiavolati troppo ostici (coach compreso: Rick Carlisle era stato “cacciato” da Dallas anche a causa del pollice verso di Luka nel 2021) considerato lo stato mentale e fisico del #77 . Molto meglio rimandare di due giorni e garantirsi una safe entrance nel dorato universo-Lakers contro i ben più abbordabili Jazz.

Nel mezzo succedeva un po’ di tutto. Il karma che si abbatteva sui Mavs all’esordio di Anthony Davis l’8 Febbraio (tre quarti di dominio totale e poi infortunio in solitaria che lo terrà fuori dai giochi fino a metà Marzo), lo star-system di LaLaLand che iniziava a farsi sentire con una Kim Kardashian scatenata sui social, le finte bare portate davanti all’American Airlines Arena di Dallas dai fan sul piede di guerra (di cui almeno due cacciati durante le partite), i fischi alla nuova proprietà dei Mavs dopo le sprezzanti accuse all’etica lavorativa di Luka e un LeBron James avaro di “benvenuti” pubblici calorosi sui propri social, ancora in lutto ufficiale per la “perdita” improvvisa del “suo” Anthony Davis.

Un frullatore emotivo in cui chiunque si sarebbe sentito travolto e sopraffatto, a maggior ragione con una nuova vita fuori e dentro al campo a cui prendere giocoforza le misure nel minor tempo possibile. Poi, finalmente, la parola è passata al campo.

L’ESORDIO IN GIALLOVIOLA
10 Febbraio 2025. Crypto.com Arena, Los Angeles. Luka Doncic cattura il suo secondo rimbalzo difensivo verso la fine del secondo quarto nel suo esordio contro Utah. Il tempo di alzare la testa e, in una frazione di secondo, il suo volto si trasforma, allargandosi in un sorriso a 36 denti: dall’altra parte, a ricevere il perfetto outlet pass dello sloveno per due punti facili, non c’è Dwight Powell, non ci sono Naji Marshall o Daniel Gafford. C’è il Re, LeBron James.

LBJ segna, ringrazia come da copione indicando il nuovo compagno di squadra e torna in difesa sul 69-47 Lakers. La partita è già virtualmente chiusa dopo nemmeno un tempo: miglior esordio non poteva esserci per la nuova avventura di Doncic nella Città degli Angeli. L’azione diventa presto il simbolo (e il meme virale) della nuova era, quell’impero di mezzo tra il LeBron giunto agli sgoccioli della sua carriera e l’erede catapultato sostanzialmente dal nulla per raccoglierne la (pesante) corona.

La franchigia californiana era stata impeccabile nel celebrare il debutto della sua nuova superstar, riempiendo l’impianto con 19mila canotte gialle #77, sparando nelle casse dell’arena le canzoni serbe preferite di Luka e concordando con lo sponsor Gatorade la sostituzione delle “elle” con il “77” sulla famosa scritta “Hollywood”; sugli spalti papà Doncic prendeva posto vicino a Dirk Nowitzki, volato appositamente da Dallas su esplicita richiesta del giovane discepolo per sostenerlo in un momento molto complicato.

Lo stesso LeBron, un po’ più rilassato con la trade ormai “vecchia” di otto giorni, con il gesto di gran classe del padrone di casa che accoglie l’ospite illustre aveva ceduto a Luka l’onore di essere presentato come ultimo del quintetto («ma solo per questa sera è» gli aveva scritto ironicamente), spronandolo nell’huddle pre-gara ad «essere se stesso». Attimi che lo stesso Doncic, sin da piccolo fan di LBJ, ha confessato avergli «fatto venire i brividi».

Un debutto tutto sommato senza ombre, con il primo canestro infilato dopo 4 minuti di gioco in faccia a Lauri Markkanen sul più classico dei mismatch dietro l’arco dei tre punti, un paio di assist a Hayes, l’alternanza ovviamente ancora molto meccanica sui possessi offensivi con LBJ e Austin Reaves, due prolungati riposi per rifiatare. Coach Redick in conferenza stampa appariva stupito «soprattutto per come Luka ha gestito la pressione della prima partita da Laker e le aspettative che tutti noi, dai fan allo staff tecnico ai compagni, gli abbiamo inevitabilmente fatto percepire».

I numeri diranno poco delle prime due performance, entrambe contro i Jazz, di un Doncic apparso ovviamente fuori ritmo, lento e spaesato sia mentalmente che tatticamente e un minutaggio limitato ai 23 minuti: tutto nella norma, per un giocatore fermo da quasi due mesi e molto prudente per il polpaccio in convalescenza fasciato immediatamente ai primi rientri in panchina, con scarpa da gioco tolta per agevolare lo stretching.

Al termine della sconfitta a Salt Lake City due giorni dopo l’esordio - una partita che sia LeBron che Luka avrebbero potuto saltare in accordo con lo staff, giocata per la semplice volontà di aggiungere subito un altro tassello alla nascente intesa - i giocatori si salutavano per la lunga pausa prevista a cavallo dell’All Star Weekend, con lo sloveno a decollare con la famiglia verso Cabo San Lucas in Messico per, parole sue, «staccare un po’ la testa dal basket» ma portandosi dietro l’assistant coach Scott Brooks, con cui si sarebbe allenato tutti i giorni della mini-vacanza in vista del rientro il 19 Febbraio contro Charlotte.

LA SCONFITTA CON CHARLOTTE
Alla ripresa post-All Star Game, in casa contro gli Hornets, Luka Doncic non appare però in forma smagliante: perde cinque palloni nei primi sei possessi a disposizione, di cui uno decisamente imbarazzante spedito in tribuna nonostante l’assenza di difensori sulla traiettoria di passaggio. Distratto in campo, continua ad aver stampato sul volto l’interrogativo cosmico di Bruce Chatwin da cui non riesce a liberarsi: che ci faccio qui?

È il segnale di un Doncic ancora molto arrugginito e ancora condizionato mentalmente da tutte le scorie lasciate dalla trade, ma è anche un indizio sulla volontà dello sloveno di entrare in punta di piedi nella squadra che, fino a un giorno prima, era di LeBron James: tre dei cinque passaggi falliti nei primi minuti di gara da Luka sono destinati proprio a LBJ, accompagnati da un silente messaggio che sa di rispetto e di desiderio di integrarsi «in the right way» come dirà a fine gara.

Come a Dallas, la gravity non solo tecnica ma anche umorale di Luka sembra già influenzare tutta la squadra: contro degli Hornets onestamente indecenti i Lakers non riescono a chiudere la partita, subendo la rimonta avversaria nel terzo quarto dopo l’espulsione di Austin Reaves per doppio tecnico. È il punto più basso dei nuovi Los Angeles Lakers targati-Doncic: nel secondo tempo il supporting cast scomparirà quasi totalmente, Luka chiuderà con una sola tripla a segno su ben nove tentativi e si renderà protagonista di tre possessi difensivi deleteri nel finale punto a punto, con LaMelo Ball, fin lì innocuo, a chiuderla con tre prodezze per il 100-97 finale nonostante gli eroismi di LeBron, prima dei due errori da tre in prossimità della sirena.

Mentre la solita, cinica opinione pubblica coglie la ghiotta occasione per criticare sostanzialmente tutti, i veri protagonisti sono i primi a predicare calma e pazienza. Luka in conferenza stampa parlerà di «tempo necessario per integrarsi e di ruggine da scrollarsi di dosso» mentre coach Redick non si mostrerà troppo preoccupato: «Era la prima partita post-All Star Game. Certo, il nostro attacco è stato insufficiente per il 99% del tempo, ma non gli starò troppo addosso perchè i ragazzi hanno provato comunque a giocare duro. Penso solo che il nostro spirito competitivo non fosse al top».

24 ore dopo, al termine della convincente prova contro Portland in un back-to-back in cui Doncic veniva tenuto precauzionalmente a riposo, quel competitive spirit sarebbe ritornato nelle dichiarazioni post-gara di Redick, questa volta sottoforma di sincero elogio alla squadra e a un certo 40enne capace di toccare ancora una volta i 40 punti (con Reaves a quota 32).

Uno sprazzo vincente dei “vecchi” Lakers pre-Luka che enfatizza lo scarno contributo dello sloveno e le sue medie durante le prime tre partite: 14.6 punti, 6.6 rimbalzi, 5.3 assist e il 20.8% da 3 punti in 26 minuti di media. Qualcuno parla già di panic-mode, nonostante sia piuttosto evidente quanto il ragazzo sia sotto a un treno emotivamente e ancora molto indietro fisicamente.

IL RITORNO DI LUKA MAGIC
Il 22 Febbraio a Denver, in Colorado, Luka Doncic non ha bisogno di dire nulla ad alta voce ma alla palla a due il suo linguaggio del corpo è radicalmente cambiato: il desiderio di mettersi alle spalle il passato recente e di tornare a giocare la sua pallacanestro è talmente evidente che sembra quasi esplodergli tra le mani nei primi minuti di gioco. Al suo primo possesso offensivo lancia un airball dalla media che sa tanto di voglia rabbiosa di mettersi subito in ritmo, poi serve con un altro outlet pass un assist a LeBron e, infine, segna una tripla direttamente dal palleggio in contropiede per il suo settimo punto, mentre tutt’attorno gli altri Lakers mostrano un animus pugnandi e una difesa da vera contender.

Sono già 16 i punti per Luka al termine del primo quarto, conditi da una stoppata su Jamal Murray e da una palla rubata (saranno quattro al termine). L’energia positiva trasmessa dal #77 con la canotta viola da trasferta è contagiosa, e un invisibile sospiro di sollievo sembra unire tutta la squadra: Jarred Vanderbilt, Dorian Finney-Smith e Rui Hachimura compensano le polveri bagnate in attacco buttandosi senza tregua come uno sciame d’api su Nikola Jokic, storica bestia nera, frustrandolo gradualmente con raddoppi, fisicità e linee di passaggio sporcate sui tagli dei compagni.

Il piano-gara di Redick viene eseguito alla perfezione, sia mentalmente che fisicamente, un approccio che farà quasi commuovere il coach in conferenza stampa dopo aver rivelato che l’adrenalina per l’imminente scontro gli aveva impedito di dormire. Le parole al miele arrivano anche e soprattutto per Luka, ora sì investito ufficialmente del ruolo di nuovo condottiero: «voglio che l’attacco passi da Luka» dirà il coach, aggiungendo «prima della gara gli ho chiesto di sfogarsi, di avere una sorta di black out in cui urlare e liberarsi, mi sembra di averlo scorto. È bello avere di nuovo Luka Magic con noi».

Anche LeBron James si dirà soddisfatto, sia della vittoria in casa dei rivali indigesti (i Lakers non vincevano a Denver dal 2022) sia della prestazione di Doncic e del loro rinnovato feeling: «Io sono un wide receiver nato» affermerà, riferendosi ai tanti passaggi ricevuti in contropiede da Luka già diventati un trademark del duo «lui invece è un quarterback naturale».

LA TRIPLA DOPPIA CONTRO DALLAS
Alla vigilia della prima partita di sempre di Luka contro la franchigia che l’ha scelto al Draft nel 2018 e con cui nel 2024 ha raggiunto le Finali Nba, Dallas non se la sta passando benissimo. Fuori dal campo la furia dei fan non accenna a placarsi, peggiorata da un video ufficiale editato in modo grottesco dal PR Team dei Mavs per rimuovere tutte le immagini di Luka. Non solo, uno degli assistenti storici, l’ex Nba Darrell Armstrong, il 18 Febbraio è riuscito pure a farsi arrestare per violenza domestica.

Nonostante piova sul bagnato e il karma persista nel colpire tutti i lunghi a disposizione di coach Jason Kidd i Mavs, aggrappati a un immenso Kyrie Irving, si presentano alla Crypto.com Arena il 25 Febbraio reduci da 5 vittorie nelle 9 partite giocate dal giorno della trade. Un ruolino di marcia che ha avvicinato il record delle due squadre, rendendo ancor più importante l’imminente scontro diretto in una Western Conference iper-competitiva.

Non che a Luka Doncic interessi troppo: lo sloveno, di fronte alla prima occasione per vendicarsi in diretta nazionale, dal primo secondo di gioco vuole gestire a modo suo la maggioranza dei possessi, forzando molto e mandando fuori giri l’attacco dei Lakers. Molto teso e iperattivo, dopo essersi scambiato il rituale gesto di saluto a centrocampo con l’amato ex-compagno Kyrie Irving, Luka tira subito due mattoni da dietro l’arco, prende un tecnico per proteste, poi stoppa Max Christie mentre i compagni stanno ancora cercando di capire come incanalare tutta questa energia nervosa verso l’unica cosa che conterebbe, vincere.

Finalmente, a metà prima quarto, arriva la tripla che tutti aspettavano. Doncic riceve in punta, ben dietro l’arco, spara senza esitare e segna. Pugnalato alle spalle ripetutamente nell’ultimo mese con una sequela di dichiarazioni pubbliche irrispettose provenienti dall’ambiente-Mavs - dal pesare 122kg all’etichetta di dittatore tossico - che, riporta ESPN da fonti vicine, hanno «risvegliato una bestia feroce» Doncic, quando vede la palla entrare, ha lo sguardo di chi cerca una rivincita a tutti i costi, e l’urlo belluino con dedica rivolta a Nico Harrison sugli spalti e a Jason Kidd in panchina è esattamente ciò che cercava disperatamente da tre settimane.

Come a Denver, questa sorta di “black out episode” - come l’aveva definito coach Redick - ha il potere di placare l’atteggiamento bellicoso di Luka e di indirizzare il match verso binari più equilibrati. Accantonate le ostilità Doncic inizia a dialogare con i compagni, servendo assist al bacio a LeBron, Reaves e Hachimura, gli unici che abbiano le qualità per performare anche in un’atmosfera così carica di tensione. Los Angeles è superiore, difensivamente è sempre molto concentrata, ma non riesce a tenere a distanza di sicurezza dei Mavs rimaneggiati, tenuti in piedi dalle magie di Irving e dalla mano bollente di un redivivo Klay Thompson.

Nell’ultimo quarto, mentre sugli spalti i tifosi dei Lakers deridono il GM Nico Harrison cantando a squarciagola «Thank-You-Nico!» LeBron decide di averne abbastanza: schiaccia, segna triple e penetra al ferro trovando poca opposizione contro la small ball d’emergenza di Kidd, rimediando insieme all’indispensabile Finney-Smith a tutti i canestri subìti in faccia da Luka (puntato scientificamente da Kyrie) e trasformando gli ultimi cinque minuti di gioco in vera pallacanestro dopo 40 strambi minuti impossibili da spiegare in poche righe.

Finisce 107-99 contro una Dallas che, nella rivincita in Texas prevista per il 9 Aprile, promette di essere ben più combattiva e pericolosa in area con il recupero di Anthony Davis (omaggiato con un video celebrativo strappalacrime durante un timeout), Dereck Lively e Daniel Gafford. Doncic, uscito comunque a testa alta, porta a casa la prima tripla doppia della sua giovane carriera ai Lakers con 19 punti, 15 rimbalzi e 12 assist, ma davanti ai giornalisti, prosciugato di emozioni ed energie, si dichiarerà sollevato dall’essersi finalmente messo alle spalle questa gara: «sinceramente sono felice che sia finita. Tante emozioni, poco sonno. Non mi ricordo nulla delle mie reazioni dopo aver segnato quella tripla. È stata un’esperienza molto strana, ma sono felice di aver vinto. Ma il capitolo non è ancora chiuso.»

In conferenza stampa JJ Redick e LeBron concorderanno su quanto Doncic abbia gestito bene l’emotività di una partita sicuramente diversa dalle altre, con James portavoce di uno spogliatoio che fin dalla vigilia ci teneva a regalare una vittoria così simbolica al nuovo compagno. Redick, che sembra aver inaugurato un rapporto con Luka diverso da quello esageratamente da players coach di Kidd, aveva confidato nel pre-gara di aver chiesto a Luka se si ritenesse pronto per essere allenato con onestà e schiettezza, alludendo implicitamente a certi atteggiamenti del passato. La risposta, ha riferito, è stata chiara: «sì coach, è ciò che voglio.»

Ad ESPN, un paio di giorni prima, LBJ aveva invece raccontato del processo di integrazione di Doncic, dimostrando un’apertura e un altruismo sorprendenti, prova concreta della stima illimitata verso il più giovane dei suoi nuovi Big3: «Dobbiamo trasformare il nostro gioco per adattarci a lui. Non può certo succedere dall’oggi al domani, ma per essere la miglior squadra possibile abbiamo bisogno che Luka abbia la palla in mano. Per questo il mio primo messaggio è stato che abbiamo bisogno di capire come esprimere al meglio tutto questo insieme a lui. Qualsiasi cosa di cui abbia bisogno, io sono qui».

Ora possiamo dirlo, l’era di Luka Doncic ai Los Angeles Lakers è ufficialmente iniziata.


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