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LeBron James è ancora indispensabile
31 mar 2025
Cosa ci dicono i numeri e la storia delle assenze del prescelto.
(articolo)
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Dal ritorno di LeBron James dopo quasi due settimane di assenza, la più lunga della sua stagione, il record dei Los Angeles Lakers è di due vittorie e tre sconfitte. Nelle prime quattro di queste cinque partite, per la prima volta da quando è arrivato in NBA più di vent’anni fa, James è sembrato non il primo, non il secondo ma il terzo violino della sua squadra. Dončić e Reaves hanno infatti gestito la maggior parte del gioco offensivo dei i Lakers, complice anche una forma fisica ancora non perfetta del Prescelto.

Dopo le due sconfitte consecutive contro Magic e Bulls, la squadra di Redick sembrava in ogni caso aver ripreso il proprio ritmo con la vittoria sulla sirena contro i Pacers (griffata dallo stesso James) ma una sconfitta ancora più rocambolesca per mano di Josh Giddey ha fatto sollevare più di qualche preoccupazione per lo stato di forma della squadra.

Non è un caso che l’ultima, fondamentale vittoria contro dei Grizzlies tornati al completo, sia arrivata proprio con il ritorno di LeBron a comandare il gioco, a ulteriore conferma che i Lakers dipendono ancora da lui, così come prima è successo in tutte le squadre in cui ha giocato.

La percentuale di “Usage” dei Big-3 nella vittoria contro Memphis.

Questo tipo di pausa a cavallo di marzo è infatti ormai un’abitudine per James, dal 2018 abbonato a uno stop più o meno lungo nel periodo primaverile, quasi sempre accompagnato da teorie del complotto (non necessariamente prive di fondamento) che lo bollano come “programmato”, con l’obiettivo di arrivare al massimo della condizione possibile per i Playoffs.

Qualunque sia la verità, è un dato di fatto che dallo scambio Davis-Dončić (di cui dovreste aver sentito parlare da qualche parte) i Lakers e lo stesso James siano sembrati una squadra completamente trasformata. Se questo poteva essere naturale dal punto di vista offensivo, è stata paradossalmente la difesa, numeri alla mano, a trarre il maggior beneficio dall’arrivo dello sloveno, con un James più scarico di compiti palla in mano e dunque in grado di offrire un apporto a livello di applicazione difensiva che non si vedeva da almeno cinque anni. Questa somma di fattori ha portato i Lakers, dopo una striscia di sei vittorie consecutive, a un record di 38-21 e a toccare brevemente il secondo posto nella Western Conference, nonostante un Luka ancora in fase di rodaggio sul piano fisico.

Poi però LeBron James si è fermato nel quarto periodo della partita con i Celtics (la più attesa della stagione), con i suoi in piena rimonta. Il fastidio cronico all’inguine è tornato a farsi sentire, costringendolo prima in panchina e poi a guardare in borghese le successive sette partite. Un infortunio che, sul momento, non è sembrato un dramma, o comunque non come sarebbe stato qualche anno fa. Dopotutto Dončić è arrivato proprio per agevolare l’uscita di LeBron se non dal gioco del basket, almeno dal ruolo di salvatore della patria. Lo sloveno è da sempre un floor raiser straordinario, in grado di elevare il proprio rendimento e portare ottimi risultati anche con un cast di supporto mediocre e non c’erano buone ragioni per pensare che in questo caso sarebbe andata diversamente, a maggior ragione considerando un calendario di certo non proibitivo.

E invece, nella partita successiva all'infortunio di James, ospiti dei Nets, non certo la squadra più interessata a vincere della lega, i Lakers hanno messo in mostra il peggio di loro stessi, andando subito sotto nel punteggio e non dando mai l’impressione di poter rientrare in partita nonostante i timidi tentativi di rimonta, con lo stesso Luka in enorme difficoltà. Due settimane dopo il record senza James era di tre vittorie e quattro sconfitte, e la domanda, per l’ennesima volta, è sorta spontanea: si può davvero sopravvivere senza LeBron James?

L’analisi storica di questa risposta è fin troppo semplice. Se andiamo a osservare il record delle squadre del Prescelto nei periodi di assenza, la situazione tragica. I presunti superteam costruiti intorno a lui hanno, in più di 200 partite senza James, una percentuale di vittorie inferiore al 35%, cifre da tanking. Eppure queste squadre, lo sappiamo tutti, hanno quasi sempre raggiunto le Finals, sono sempre state contender di primo piano, hanno infranto record e hanno vinto titoli. L’esempio più paradigmatico di ciò sono sicuramente i Cleveland Cavaliers “versione due”, una squadra dominante nella Eastern Conference, in grado di battere gli Warriors delle settantatré vittorie nel 2016 o di arrivare alla Finals con una sola sconfitta ai Playoffs nel 2017, eppure capaci di vincere solo quattro partite su ventisette giocate senza il Re.

Certo, LeBron James è il miglior giocatore di tutti i tempi (top-due, volendo accontentare tutti) e quindi è più che logico pensare che il suo impatto sia enorme. Ma non è tutto qui, ci sono chiaramente ragioni più profonde che hanno sempre portato a questi capovolgimenti degni di un quadro di Escher. Innanzitutto, le squadre di LeBron sono le sempre squadre di LeBron. Sembra banale dirlo, ma, per quanto le scelte e i risultati siano stati discutibili nel corso degli anni, il modo in cui si è cercato di assemblare i roster intorno a questa mega-stella è sempre stato pensato avendo in mente come questi potessero rendere con lui in campo, sacrificando a volte l’armonia generale del roster, scegliendo giocatori che fossero complementari alle doti trascendentali di James. Dopo il tatticamente fallimentare esperimento di affiancargli un giocatore come Wade è stato chiaro a tutti (tranne allo stesso James, che ci ha riprovato con Westbrook...) che il modo più semplice per costruirgli intorno una squadra vincente fosse di dargli spazio per attaccare il pitturato, circondandolo di tiratori e giocatori in grado di mettere pressione verticale al ferro. Molto spesso questi archetipi - i vari Jones, Korver, Thompson, Smith (sempre per restare a Cleveland) - erano molto bravi a fare una o due cose, ma certo non facevano della capacità di crearsi un tiro autonomamente la propria dote principale e dunque si ritrovavano spesso spaesati nei momenti in cui venisse loro richiesto questo dalle circostanze.

Lo stesso Irving, per quanto incredibile, non è mai riuscito a compensare queste lacune, mancando della capacità di attrarre le attenzioni delle difese facendole collassare in area. Discorso molto simile lo si può fare per i primi Lakers, i quali però, con un’anima molto diversa, riuscivano perlomeno a compensare difensivamente, grazie soprattutto a Davis, la mancanza di punti di riferimento offensivi.

Proprio la difesa è il secondo aspetto che è necessario scomodare per capire le motivazioni di questi crolli verticali. La centralità di James nella metà campo offensiva è infatti palese anche a un occhio poco esperto, ma spesso si tende a far passare in secondo piano quanto in realtà, per almeno quindici anni, lui sia stato anche il perno difensivo di tutte le franchigie in cui ha giocato.

I primi Cavaliers sono diventati competitivi adottando un approccio orientato alla difesa, sostenibile solo (visto il reparto guardie sottodimensionato) richiedendo a LeBron un enorme sforzo dal lato debole. Miami è stata pioniera di un certo tipo di approccio “orizzontale” agli aiuti difensivi, reso possibile da un coltellino svizzero che coprisse eventuali buchi, mentre la sua intelligenza come “quarterback” della seconda linea è stata fondamentale dal 2015 in poi. Questo tipo di versatilità non si insegna, non si trova e soprattutto non si può sostituire, tantomeno è impossibile aspettarsi che delle squadre abituate a questo lusso possano compensarlo dalla notte alla mattina.

Tra i giocatori con almeno 2000 minuti giocati ai Playoffs fra il 1997 e 2019, James è la prima ala per DRAPM (il Defensive Regularized Adjusted Plus-Minus, una statistica avanzata usata per valutare l'impatto difensivo di un giocatore mentre è in campo), davanti a specialisti quali Kawhi Leonard e Tony Allen. Gli stessi Lakers campioni nella Bolla vedevano il proprio rendimento difensivo elevarsi esponenzialmente, con tutti i giocatori di rotazione che miglioravano il proprio rDrtg (punti subiti ogni cento possessi in relazione alla media NBA in quella determinata stagione) quando in coppia con James.

Un'altra caratteristica molto difficilmente replicabile del suo gioco è la sua capacità di spingere la transizione come nessuno nella storia della Lega. Tutte le squadre vincenti di LeBron hanno fatto di questa arma un fattore imprescindibile nello scacchiere tattico e anche con il passare degli anni la sua efficacia non è diminuita. Il treno merci che puntava dritto il ferro per portare a casa due (e probabilmente tre) punti è stato sostituito da un androide in grado di mappare il campo come nessuno e trovare sempre la soluzione giusta, migliorando esponenzialmente l’efficienza delle sue squadre in queste situazioni. I Lakers sono stati stabilmente in top-10 per frequenza di utilizzo delle transizioni nelle sei stagioni di James in città (quattro di queste in top-5), mentre LeBron stesso si è piazzato sempre oltre il 92° percentile (la percentuale di giocatori della NBA di cui fa “meglio”) per capacità di generare queste situazioni. 

Nella prima colonna i punti per possesso in transizione, nella seconda l’aumento degli stessi dati dalla presenza di LeBron, nella terza l’aumento della frequenza di utilizzo della stessa.

James ha indubbiamente avuto un ruolo nel rendere il sistema delle sue squadre una sua immagine riflessa, ma diamo per un attimo un occhio a questa lista: Silas, Brown, Spoelstra, Blatt, Lue, Walton, Vogel, Ham e Redick. Di tutti gli allenatori che LeBron ha avuto nella sua ultraventennale permanenza in NBA, nessuno è mai stato in grado di costruire un sistema che sopperisse a una sua eventuale mancanza. Molti non ci hanno nemmeno provato. Non è necessariamente una colpa o una dimostrazione di incompetenza – sappiamo benissimo come Spoelstra oggi sia il miglior allenatore NBA e Blatt un maestro al di sopra di ogni sospetto. Molto più banalmente, quando si ha a disposizione un’arma di questo tipo, è molto complesso, anche per chi intende il basket in una certa maniera, fare a meno di renderla la propria unica fonte di vita, specie quando questa fonte la sua voce la fa sentire, non sempre in maniera poi così velata. Volente, nolente (o connivente) che fosse, è un dato di fatto come James si sia trovato molto spesso sotto allenatori non certo noti per la loro pallacanestro offensiva spumeggiante.

LeBron James è per definizione un catalizzatore, anzi, è IL catalizzatore per eccellenza del mondo NBA. Non dovrebbe dunque sorprendere che la sua assenza si faccia sentire anche oltre i comunque spiccatissimi motivi tecnici. La dote quasi sovrannaturale di leggere quanto sta accadendo sul parquet e di coordinare la sua strada in pochi millisecondi è e rimane ancora oggi il suo talento più sottovalutato. Per quanto ci si voglia sforzare di voler ridurre il tutto a un numero (e chi vi scrive è un grande, enorme, fan dei numeri) esistono ancora degli aspetti che non riusciamo a quantificare. Non è una questione tecnica, è molto semplicemente una questione di linguaggio del corpo, di sicurezza nel vederlo in campo. Ci sono giocatori che devono la loro intera carriera alla sua sola presenza, o che hanno costruito e sviluppato la loro intera dimensione su un campo da basket in funzione del giocare con lui, per lui.

Qui lo possiamo vedere in azione mentre cancella con Love e Irving seduti il più grande svantaggio nella storia dei Playoffs.

L’altra faccia della medaglia rispetto a quanto detto finora, che può però forse ancora meglio spiegare una parte del discorso, è rappresentata dal rendimento stellare delle squadre di LeBron senza “gli altri”, espressione ingenerosa che utilizziamo per racchiudere tutti i vari secondi e terzi violini che gli si sono affiancati. 34 punti, 8 rimbalzi e 8 assist con il 70% di True Shooting sono le sue cifre nelle otto partite giocate a 40 anni senza Dončić o Davis, sette di queste vinte, a ulteriore riprova della sua capacità di adattarsi ancora a qualsiasi contesto, non più cercando di vincere necessariamente “da solo”, al contrario sapendo scegliere i suoi momenti e, quando necessario, dividere le responsabilità.

Tornando indietro nel tempo il panorama rimane lo stesso. Potremmo dire che nel 2010/2011 senza Wade ebbe il suo picco quanto a Box-Creation, che nel 2008/2009 senza Mo Williams e Ilgauskas viaggiava ad un NRtg buono per 70 vittorie, che la sua serie Finale 2015 è già nei libri di storia e così via, andando avanti all’infinito con esempi di questo tipo fino alla noia. Quanto descritto fino a questo punto è solo un breve cenno delle mille particolarità che rendono LeBron James non il Re, ma la regina di tutte le scacchiere. E, parafrasando il grande Garry Kasparov, potremmo dire che sì, la regina è sicuramente il pezzo più forte negli scacchi, ma anche quello a cui fare più attenzione, perché perderlo significa in sostanza aver perso la partita.

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