
«Senza pavé, non c’è la corsa»: Lo slogan dell’associazione “Les Amis de Paris Roubaix” è tanto semplice quanto efficace. «La nostra associazione è stata creata nel 1977 perché a quell’epoca la Parigi Roubaix era in grande pericolo. I tratti in pavé sparivano per far posto all’asfalto anno dopo anno. Era necessario lanciare l’allarme alle autorità pubbliche». Me lo dice François Doulcier, presidente dell’associazione.
Nella metà degli anni ‘60 la modernità raggiunge il Nord della Francia e con sé si porta asfalto, cemento e urbanizzazione. Le strade, originariamente in pavé, scompaiono e la corsa sembra via via diventare qualcosa di diverso. Nel 1968 Jacques Goddet, all’epoca direttore de L’Équipe e delle corse ciclistiche collegate (Tour de France, Paris-Tours, Paris-Bruxelles e Paris-Roubaix), chiede ad Albert Bouvet, responsabile dei percorsi, di cercare nuove strade. Bisogna ricercare l’identità della Parigi Roubaix.
Bouvet si affida a Jean Stablinski: ciclista professionista all’ultimo anno in carriera, ex campione del mondo, vincitore di tappe in Giro e Tour e vincitore della Vuelta, ma soprattutto uomo del Nord, profondo conoscitore delle zone di Wallers/ Arenberg perché figlio di minatori e con un passato da adolescente nelle fabbriche di zinco della zona.
Con l’aiuto di Jean Stablinski, Albert Bouvet e la Parigi Roubaix scoprono la oggi celebre Trouée d’Arenberg, che in italiano sarebbe letteralmente “la breccia di Arenberg”, ma è nota come la Foresta di Arenberg e iniziano a cambiare il corso di quello che sembrava un declino senza fine.
Ma non è finita perché trovare nuovi tratti in pietra non basta, perché la modernità non aspetta. Anno dopo anno gli organizzatori devono cambiare il percorso e un Albert Bouvet rassegnato e rammaricato dichiara nel 1977: «Se continua così faremo la Parigi Valenciennes».
Qui entrano in gioco gli amici della Parigi Roubaix e Jean Claude Vallaeys, il fondatore dell’associazione, lancia una campagna sia stampa che politica presso i comuni della zona.
Sul sito dell’associazione, l’attuale presidente François Doulcier utilizza parole forti per descrivere quegli anni: «Siamo stati fondati grazie alla volontà di due uomini (Jean Claude Vallaeys e Albert Bouvet, nda) che hanno deciso di rifiutare l’ineluttabile e hanno deciso di salvare il nostro patrimonio in pavé per assicurare la sopravvivenza della più grande corsa ciclistica di un giorno al mondo. Si sono lanciati in una guerra persa in partenza, come molti pensavano all’epoca».
«Oggi le cose sono cambiate» mi dice: «Siamo dedicati alla manutenzione delle strade in pavé del Nord della Francia». Un lavoro che prosegue lungo tutto l’anno e che impegna numerosi volontari e non solo: «Con gli alunni dei licei agrari della zona (2 licei) lavoriamo 2 settimane all’anno. Ogni anno, ogni liceo mette a posto 150m² di pavé. Con le imprese edili specializzate, rifacciamo in media 200m di strada per tutta la sua larghezza (3,2m). Con i volontari, compiamo 10 operazioni all’anno per un totale di 50m² ».
Quest’anno oltre ai licei, alle imprese specializzate e ai volontari anche alcune capre della zona hanno aiutato nella pulizia del tratto più iconico, la Foresta di Arenberg: «L’anno scorso abbiamo riunito tutti i partner interessati al mantenimento del pavé di Arenberg. Da quella riunione è uscita l’idea di far pascolare le capre per pulire dalle erbe spontanee cresciute in inverno. È stata una prima esperienza, faremo il bilancio dopo la corsa per misurare l’efficacia in rapporto ai costi».
I costi non sono pochi, ogni anno mediamente l’associazione con i suoi partner investe circa 130.000€ nella manutenzione delle pietre che costituiscono il pavé del Nord: «Quello che danneggia maggiormente il pavé, sono le acque stagnanti o i periodi di disgelo. Durante quei periodi, il fondo delle strade lastricate si rammollisce e non sopporta più i grossi carichi. Se passa un grosso veicolo le pietre si infossano».
È un pericolo piuttosto reale anche perché queste strade di campagna non sono solo un cimelio da mostrare nelle giornate di primavera per gli appassionati di biciclette: «Sono utilizzate nella vita di tutti i giorni: accesso ai campi per gli agricoltori, dagli appassionati di equitazione, trekking, jogging, ciclisti, da chi vuole fare gite in campagna».
Dedizione quotidiana che culmina nel giorno della festa collettiva, il giorno della Parigi Roubaix ma non solo: «Il mio giorno preferito è il martedì precedente alla corsa. In quel giorno riconosciamo il percorso con A.S.O (la società organizzatrice della Parigi Roubaix) e la stampa». In quella giornata vengono visitati tutti i tratti in pavé da parte dell’organizzazione e vengono assegnate le difficoltà di ciascun tratto a seconda della condizione delle pietre, della loro forma, degli avvallamenti presenti nella carreggiata, delle curve e della lunghezza.
Da una a cinque stelle in ordine decrescente dai più difficili ai meno. Nessuna sorpresa riguardo i tratti a cinque stelle: la Foresta di Arenberg, Mons-en-Pévèle e il Carrefour de l’Arbre sono un’istituzione e rappresentano al meglio l’identità della corsa.
La foresta di Arenberg è una lunga retta di 2300m che fende il bosco di un ex impianto minerario. È caratterizzata dalla folle velocità iniziale con la quale viene affrontata, circa 60 km/h, grazie alla breve discesa che conduce al ciottolato. A circa un terzo di distanza l’inclinazione cambia e la strada tira leggermente all’insù nel punto dove le pietre sono più sconnesse. Mons-en-Pévèle è forse il tratto più difficile. 3000m di lunghezza, due curve di quasi 90 gradi e una zona centrale completamente circondata dai campi dove solitamente si accumula il fango.
Infine il Carrefour de l’Arbre, il tratto in pavé più difficile più vicino al velodromo di Roubaix: 2100m che comprendono due chicane iniziali e una curva a gomito molto insidiosa che conduce verso l’ultimo km di pietre verso l’ex negozio di alimentari (oggi bar) che rappresenta la fine momentanea della sofferenza.
Il riconoscimento del percorso è una delle ultime cerimonie prima che si apra "l’Inferno del Nord” e che i grandi specialisti del pavé si affrontino lungo i 256,5km che portano da Compiègne al Velodromo di Roubaix e conducono alla gloria attraverso i 54,5 km in ciottoli suddivisi in 29 settori .
Al vincitore viene consegnata in premio una pietra di quel ciottolato tanto famoso e agognato ma allo stesso tempo anche causa di tanta sofferenza a pedali :«L’idea arriva da noi nel 1977, anno di fondazione, per sensibilizzare l’opinione pubblica».
La regione del Nord della Francia ha sofferto per lungo tempo lo stigma di essere definito un inferno. La devastazione della prima guerra mondiale, le miniere e le fabbriche pesanti non lo rendevano esattamente il posto più ameno per vivere. Oggi la definizione di “Inferno del Nord” ha assunto un’accezione positiva. Se milioni di persone in tutto il mondo conoscono quella porzione di terra fatta di boschi e campagna e la eleggono a luogo simbolo del ciclismo è anche grazie alla Parigi Roubaix e alle sue pietre.
L'anno scorso lo scrittore Paul Mander scriveva, per la rivista inglese di ciclismo Rouleur, che le pietre sono uno strano oggetto da venerare ma ci piacciono perché provocano in noi una risposta emozionale complicata. Il perfetto esempio è l’intervista a bordo strada dopo la Parigi Roubaix del 1985 al ciclista olandese Theo De Roij che dichiarava: «È una montagna di merda questa corsa. Lavori come un animale, non hai tempo di fermarti a pisciare e così te la fai addosso, scivoli di continuo. Non devi pensarci altrimenti diventi pazzo»; il giornalista a questo punto lo interrompe e gli chiede se tornerebbe a correrla di nuovo e De Roij lo incalza con: «Certo, è la corsa più bella del mondo» prima di liberarsi in una sonora risata.
Gilbert Duclos Lassalle, la cui vittoria nel 1992 è il ricordo di ciclismo preferito del presidente de Les Amis des Paris-Roubaix François Doulcier, ha dichiarato a eurosport.fr che: «Non c’è Roubaix senza sofferenza e quando entri nella Foresta la gente del Nord sa che sei come loro». È forse questa l’essenza più vera della Parigi Roubaix? Immedesimarsi attraverso la sofferenza nell’inferno che questi luoghi e queste persone hanno provato lungo gli anni per uscirne alcuni vincitori e altri semplicemente sporchi di polvere e fango, ma di certo non sconfitti?
John Degenkolb, vincitore della corsa nel 2015, correrà domenica la sua undicesima Parigi Roubaix in carriera. È anche il primo corridore ad essere ambasciatore dell’associazione “Les Amis de Paris Roubaix”. Sulle pagine del sito dell’associazione c’è la sua motivazione: «Queste corse leggendarie, questi luoghi sacri. La storia e le storie eroiche che puoi sentire e annusare lungo tutto il percorso. Non mi dimenticherò mai quando da bambino guardavo con mio padre queste corse. Volevo essere parte di quella storia. Gli amici della Parigi Roubaix proteggono la corsa così com’è sempre stata. Garantiscono che la Parigi Roubaix sia sempre così difficile, pesante, bella, incredibile e amabilmente brutale com’è stata nel 1896 nella sua prima edizione».