
Si yo fuera Maradona
Viviría como él
Si yo fuera Maradona
Frente a cualquier portería
Si yo fuera Maradona
Nunca me equivocaría
Si yo fuera Maradona
Perdido en cualquier lugar
Diego Armando Maradona è sdraiato, la testa appoggiata, una smorfia appena accennata di dolore anche a distanza di qualche minuto dal fattaccio. Ha gli occhi chiusi, la bocca leggermente aperta. È uno scatto che immortala uno dei momenti più complicati della carriera della leggenda argentina. Se non avesse indosso la maglia del Barcellona, potrebbe sembrare il ritratto di un uomo agonizzante, forse addirittura morto. Una maschera del Settecento.
El Mundo Deportivo, quotidiano storicamente vicino ai fatti catalani, usa la foto e la piazza in prima pagina con un titolo che non ha bisogno di traduzioni: EL CRIMEN, si legge a caratteri cubitali. Il “criminale” si chiama Andoni Goikoetxea, già carnefice di un altro blaugrana di talento come Bernd Schuster tempo addietro, e si guadagnerà l’etichetta di “Macellaio di Bilbao”, coniata dal giornalista britannico Edward Owen.
Diego è stato appena messo ko, Barcellona continua a restituirgli delusioni su delusioni, come se in un’altra linea temporale ci fosse un Maradona carico di successi dopo aver siglato un patto col demonio a spese del “Dies” che sgambetta per i campi di Spagna tra critiche, epatiti virali e, ora, una caviglia mandata in frantumi da uno dei difensori più agguerriti della nazione.
Quello che la Catalogna osserva per due anni è il ritratto dell’ipotetico Maradona dell’altra linea temporale, una tela di Dorian Gray acquistata a suon di milioni di dollari per la sua bellezza ma che finisce, in parte per sue colpe e in parte per lo sgambetto del destino, per mostrare solo gocce occasionali di splendore e prevalentemente la sua parte peggiore, i problemi fisici, l’incontro con la droga (mai confermato ufficialmente dai dirigenti del Barcellona nonostante i forti sospetti), il nervosismo che sprizza da tutti i pori. L’avventura di Diego a Barcellona, di fatto, finisce nel “dia de la Mercé” del 1983. È il primo atto di una deflagrazione che avverrà da lì a mesi di distanza, ma tutto parte qui, dal 24 settembre, con dei tacchetti spianati su una caviglia troppo umana per portare a spasso una divinità senza conseguenze.

Lo scatto scelto dal Mundo Deportivo per raccontare l’infortunio più grave della carriera di Maradona.
La stagione 1983/84 si apre con presupposti interessanti per il Barcellona guidato dal “Flaco” Menotti, e al Camp Nou, il 24 settembre, arrivano i campioni di Spagna in carica, i baschi dell’Athletic Bilbao. In panchina siede un tecnico che è un giovane prodigio, Javier Clemente, costretto a iniziare la carriera di allenatore a soli 25 anni a causa di un infortunio e vincitore della Primera Division a poco più di 33.
Da un lato l’innata tensione di Menotti verso un calcio propositivo, dall’altro la ferocia del tecnico basco, a formare un aspro scontro ideologico. I padroni di casa volano sulle ali di Maradona e Schuster, l’argentino dà il via all’azione che permette a Periko Alonso, da un paio d’anni papà del piccolo Xabi, di segnare il primo gol del match. Julio Alberto trova il raddoppio prima del rientro negli spogliatoi, le cronache raccontano di un discorso particolarmente duro di Clemente, che intima ai suoi di «giocare come veri uomini e uscire per combattere», come si legge in un testo fondamentale per la stesura di questo pezzo, vale a dire “Maradona in Barcelona” di John Ludden. Cinquantasette minuti sul cronometro. C’è un pallone nella metà campo del Barça, l’argentino ne entra in possesso e forse, con la coda dell’occhio, riesce a vedere l’accorrente Goikoetxea.
Il difensore dell’Athletic entra con entrambi i piedi a martello ben alti rispetto al terreno di gioco. Il sinistro va a segno, l’impatto con la parte bassa della gamba di Maradona è terribile. Diego schizza sul terreno di gioco mentre l’arbitro fa segno di proseguire, si capisce subito che qualcosa che non va, anche se a fine azione Goiko viene sanzionato soltanto con un cartellino giallo.
Maradona lascia il campo con le mani sul volto, ovviamente in barella. Soltanto qualche minuto prima dello scontro, aveva detto a Goikoetxea di calmarsi dopo un duro faccia a faccia con Schuster. La partita finisce 4-0 con le reti nel finale dell’altro Alonso, Marcos, e del “Lobo” Carrasco, forse uno dei migliori amici di Maradona nella sua esperienza catalana. «Bastardi, questo è per Diego», urla in faccia ai giocatori dell’Athletic dopo il gol.
Il post-partita è un condensato di accuse. Menotti definisce “anticalcio” quello praticato dai baschi, chiedendo una squalifica a vita per Goikoetxea. Clemente, sprezzante, risponde insinuando dubbi sulla reale entità dell’infortunio di Maradona: «Prima di iniziare a piangere forse è il caso di vedere come starà tra una settimana».
Il medico di fiducia del Barcellona, Adrio Rafael Gonzalez, effettua l’intervento di due ore sulla caviglia più pregiata del mondo. Per il recupero, però, Diego si fida soltanto del dottor Ruben Oliva, un po’ medico, un po’ stregone, sicuramente figura invisa ai vertici del Barça. Capo dello staff sanitario dell’Argentina ai Mondiali del 1978 e del 1982, amico intimo di Menotti, Oliva consiglia a Maradona di rimettere il piede a terra a soli sei giorni dall’intervento, facendo infuriare il presidente del club, Núñez. Diego, di concerto con il suo amico e agente Jorge Cysterpiller (abbiamo scelto questa grafia, anche se è spesso riportato anche come Cyterszpiler), vuole tornare a Buenos Aires per la riabilitazione. Núñez sbraita, non ne vuole sentire. Il procuratore, dopo aver recapitato l’amichevole messaggio di Diego - «Maradona non prende ordini da nessuno» - decide di stuzzicare il club sul portafoglio. In cambio della “fuga” a Buenos Aires, Núñez potrà non pagare l’ingaggio di Maradona, che pone però una condizione: in caso di recupero nel giro di tre mesi, riceverà tutti i soldi in un unico assegno. Núñez, convinto di avere a che fare con un infortunio da almeno sei mesi di stop, accetta con un ghigno, senza sapere nulla dei metodi innovativi di Oliva. Maradona parte per l’Argentina, si sottopone alla riabilitazione e si lascia anche immortalare dalle telecamere durante i suoi allenamenti a ritmo di musica, con il sottofondo di Flashdance e della colonna sonora di Rocky, piccola parte del mastodontico progetto, poi miseramente fallito, messo in piedi dal suo agente, certo di poter vendere un maxidocumentario incentrato sulla vita del campione al punto da costruire la “Maradona Productions”, una società che si occupava a tutto tondo della figura di Diego, contratti di sponsorizzazione compresi. Parte di quel girato sarebbe poi finito tra le mani di Asif Kapadia per il film sul fuoriclasse uscito nel 2019.
A soli 106 giorni dall’infortunio rimette piede in Catalogna in piena forma, lasciando Menotti senza fiato e costringendo Núñez a firmare quell’assegno lasciato in bianco. Cerchiata in rosso, invece, c’è una data: 29 gennaio 1984. Athletic Bilbao-Barcellona, come nel “dia de la Mercé”, ma anche come in Supercoppa di Spagna, vinta dai culé con Diego fermo.
In un San Mames rovente, davanti a 50.000 baschi, Maradona gioca la quarta partita dal suo rientro in campo, dopo aver segnato già due gol contro Siviglia e Osasuna. È una delle sue migliori uscite con il blaugrana addosso. Realizza la rete del vantaggio anche grazie a un rimpallo fortunoso, con i difensori dell’Athletic che protestano per un presunto fallo di mano, e se c’è una cosa che ci insegna il vissuto del “Pibe de Oro” è che potrebbe effettivamente averci messo le dita. La gara è inevitabilmente spigolosa, i padroni di casa pareggiano con Argote poco dopo la mezz’ora. Maradona gioca come se fosse morso da una tarantola e a 13 minuti dalla fine segna il gol-partita, con un colpo di testa fuori equilibrio sugli sviluppi di un angolo, rilanciando la corsa a tre per il titolo con l’Athletic e il Real Madrid.
Un ritorno in grande stile.
L’incrocio con il Real Madrid del 25 febbraio è decisivo, Maradona segna il momentaneo 1-1 ma alla fine la spuntano i bianchi con un gol francamente orribile di Santillana (qui gli highlights completi). Per il Barça è una sconfitta pesantissima. Negli spogliatoi del Bernabeu, Núñez dà un’altra spallata alla storia tra il club e Maradona, affrontando a muso duro l’argentino e accusandolo di essere, con la sua vita sregolata fuori dal campo, uno dei motivi per cui il Barcellona non vincerà la Primera Division, lanciando anche delle squallide frecciate sull’epatite virale che aveva frenato l’argentino un anno prima.
Diego chiede la cessione ma nel frattempo deve combattere per far sì che a fine stagione arrivi un trofeo, anche se l’opinione pubblica catalana è tutta contro di lui. Scende in campo imbottito di antidolorifici per un problema alla schiena nell’andata dei quarti di finale di Coppa delle Coppe, con il Barcellona che supera per 2-0 il Manchester United e Maradona che è costretto a uscire dal campo per il dolore, sommerso dai fischi, dritto verso gli spogliatoi senza nemmeno passare dalla panchina dell’amico Menotti.
Cysterpiller sta già tessendo la propria tela di contatti con i principali club italiani, dal Milan alla Juventus, nel tentativo di liberare Diego dalla dorata prigionia catalana. L’argentino si trincera nella sua villa di Pedralbes, il quartiere d’elite della città. Un capolavoro del kitsch, secondo chi ha avuto modo di vederla, con la piscina piastrellata con i colori del Barcellona e la bizzarra richiesta di aggiungere delle fontane sceniche in giardino. «Era il genere di casa talmente stravagante che ti lasciava esterrefatto, così grande che sembrava chiedesse di essere riempita», ha dichiarato Juan Carlos Laburu, cameraman personale di Maradona. Dopo i primi mesi di permanenza a Barcellona, in quella villa erano arrivati tutti. Oltre a Diego e donna Tota, anche la fidanzata Claudia, la sorella Maria e il marito Gabriel, in aggiunta a un gruppo di quegli amici più simili a dei parassiti che a delle reali entità da stimare.
A Manchester, nella sfida di ritorno, Maradona è un fantasma tra i fantasmi. I Red Devils ribaltano, vincono 3-0, la stampa è tutta contro l’argentino, ritenuto il responsabile principale del tracollo. Assiste da spettatore al rientro in corsa dei suoi compagni per il titolo, grazie alle vittorie contro Real Sociedad e Cadice, partecipa al successo di misura sul Saragozza e firma quello contro il Salamanca.
L’ultima gara casalinga della stagione è il derby con l’Espanyol, il Barça vince senza problemi ma Maradona viene espulso al 40’ del primo tempo, finendo per saltare la sfida del Vicente Calderon, decisiva per il titolo. Ancora corsa a tre per 90 minuti, con Athletic, Real Madrid e Barcellona, e al termine di un saliscendi emozionale sono nuovamente i baschi ad aggiudicarsi il titolo. Ai blaugrana non resta che la finale di Coppa del Re. Ovviamente, contro l’Athletic Bilbao.
Sotto gli occhi di Re Juan Carlos, nella tana degli odiati rivali del Real Madrid, il Barcellona deve giocarsi il trofeo contro i due volte campioni di Spagna. L’animo di Maradona è lacerato. Da una parte il desiderio di fuggire da una città che lo ha sedotto e abbandonato, dall’altra la voglia di lasciare il segno in quella che sarà la sua ultima partita in blaugrana. Soprattutto, ad animare il sacro furore del “Dies”, c’è l’odio nei confronti dell’Athletic e del loro modo di interpretare il calcio, impersonato magistralmente da Javier Clemente. Maradona lo attacca: «Non ha mai avuto le palle di guardarmi in faccia e dirmi quello che pensa di me. È un codardo». Il tecnico, dall’alto dei suoi due titoli consecutivi, risponde schifato: «Ritengo sorprendente che una persona come lui, che guadagna tutti quei soldi, possa riuscire a non avere la minima qualità umana».
Date le premesse, in campo si respira così tanta tensione da averne i polmoni gonfi. Menotti tenta di tranquillizzare Maradona per tutto il pre-partita. Gli parla all’orecchio, cerca di trasmettergli la serenità di un uomo al di sopra dei fatti. «Diego, per l’amore del cielo, stai calmo. Non farti tirare in mezzo, uccidili con le tue qualità». Forse se lo immagina, il “Flaco”, ma sta parlando con un muro.
La riproposizione integrale del match.
Il Barcellona sbanda già dall’inizio, con Endika che per poco non beffa Urruti con un pallonetto da fuori area, ma Migueli riesce a sventare. Basta un quarto d’ora, anzi, meno, per sbloccare lo stallo. Cross da sinistra di Argote, ancora Endika può addomesticare in area di rigore e trafiggere Urruti per il vantaggio. Una splendida combinazione blaugrana palla a terra proietta Rojo nei sedici metri ma manca la stoccata vincente, quindi è Maradona a impegnare Zubizarreta con un destro rasoterra e centrale.
Nella ripresa, con un soffio di fiato, il Barça riaccende la fiamma dell’agonismo. Schuster, che aveva rischiato la carriera nel 1981 a causa di Goikoetxea, abbatte il “Macellaio” e si becca il giallo. Il tedesco ha i nervi scoperti tanto quanto Maradona e inizia a beccarsi con il pubblico, rimanda sugli spalti alcune bottiglie piovute in campo, l’arbitro Angel Franco Martinez ha il suo bel da fare per placare gli animi.
L’assalto catalano è sragionato, porta qualche brivido, compresa una serpentina di Maradona chiusa dalla difesa basca – con tanto di capannello con Diego contro due difensori, ancora protagonista il fischietto a dividere i contendenti – che non spaventa i pali difesi da Zubizarreta. Arriva il triplice fischio, sarebbe il momento della festa dell’Athletic. Già, sarebbe. Miguel Sola, riserva dei campioni di Spagna, si avvicina a Maradona e lo provoca con dei gestacci. Il sangue di Diego sale tutto al cervello, di colpo. L’argentino non capisce più nulla, risponde con un pugno. Si scatena il delirio. Volano calci, sputi, pugni. Goikoetxea colpisce Maradona con una delle sue “patade”, e il pericolo scampato infuoca ulteriormente la rissa. È un tutti contro tutti, al quale assistono sgomenti dagli spalti Núñez e, soprattutto, Re Juan Carlos. Le istantanee di quei momenti hanno inevitabilmente assegnato al dopo gara la definizione di “Batalla del Bernabeu”, con Maradona, i suoi compagni e gli avversari impegnati in una rissa violentissima, roba da pub con livelli di alcol fuori scala.
Una sorta di bignami: dall’infortunio di Diego all’ignobile finale.
C’è un altro scatto, totalmente diverso da quello colto dal Mundo Deportivo nel momento di macerante dolore vissuto da Maradona dopo l’infortunio, che ci racconta il momento della fine. Ritrae Diego con lo sguardo perso nel vuoto, l’adrenalina ormai scesa, il volto provato eppure consapevole dell’indegna conclusione della sua controversa storia con il Barcellona. La maglia blaugrana è strappata sul petto, quasi ridotta in brandelli. Dal collo di Maradona pende una catenina, alle sue spalle c’è una bandiera dell’Athletic che sventola, quasi ignara. Si tratta di una delle ultime istantanee del biennio catalano di Diego. Seguirà la lunga battaglia con Núñez, contento di potersi liberare di un peso mal digerito e allo stesso tempo consapevole di avere le spalle al muro: chi si farà carico di una testa matta come Maradona? Anche grazie a quella notte orrenda di Madrid, il Napoli di Corrado Ferlaino riuscirà a portare a termine un’operazione improbabile, e per rileggerne i dettagli vi basterà spendere altri 8 minuti.
Ma è davvero un’altra storia, per quanto legata a questa. A un “crimen” iniziale, a un “crimen” finale, e a due scatti che ci raccontano due Maradona diversi, eppure Diego era soltanto uno. E come lui, nel suo straripante talento, nella sua capacità di ergersi a vincente e nel suo essere anche un terribile perdente, forse, non c’è veramente stato più nessuno.