Esclusive per gli abbonati
Newsletters
About
UU è una rivista di sport fondata a luglio del 2013, da ottobre 2022 è indipendente e si sostiene grazie agli abbonamenti dei suoi lettori
Segui UltimoUomo
Cookie policy
Preferenze
→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
Menu
Articolo
Segni particolari, nessuno
24 mar 2017
Sergio Floccari ha trentacinque anni e una carriera tortuosa alle spalle.
(articolo)
11 min
Dark mode
(ON)

Questa estate la Società Polisportiva Ars et Labor, appena promossa in B, ha lanciato la campagna abbonamenti con lo slogan: “Colorati di SPAL. Perché i sogni non finiscono mai”

Dopo undici stagioni in A, quest'inverno Sergio Floccari ha accettato la sfida. Poteva restare a fare la comparsa nella serie più prestigiosa, ha preferito un progetto. E le prime settimane parlano di un impatto folgorante: 7 gol in 10 presenze, prestazioni importanti per la categoria, e una squadra ai vertici del campionato.

A Ferrara potrebbe aver trovato l'ambiente perfetto. Non per allungarsi la carriera, ma per ricevere l'accoglienza che ha sempre rincorso. Essere al centro, potersi fermare e sentire un luogo come suo.

Escluse le giovanili, ha cambiato 13 squadre in 20 anni. Dai Dilettanti alla serie A.

Sempre pronto a partire, sempre a rischio. Per sei volte si è trasferito nella finestra di gennaio: la precarietà nella precarietà. Eppure sempre fiducioso, concentrato, convinto che ogni volta potesse essere nel posto da chiamare casa.

Sergio Floccari ribalta tutti i cliché sulle persone che scelgono il mestiere dell'attaccante. Incapace di fare polemiche, mite e scherzoso in ogni intervista, colto, sobrio fino a lasciare l'impressione di una “vita quasi monastica” a Claudio Lotito.

21 marzo 2010, Cagliari-Lazio. Si incunea, elegante e caparbio, conclude con un tocco leggero. Per esultaresolleva la maglia e sotto ne ha un'altra, con una foto balneare stampata e la scritta: “Ciao Nicotera”.

Calabrese di Nicotera, settemila abitanti in provincia di Vibo Valentia, è l'ultimo di cinque figli. Quando nasce, il 12 novembre 1981, Vibo non è neanche provincia.

Si avvicina al calcio grazie al padre, comandante dei vigili urbani in pensione. Ma già il nonno materno, Sergio anche lui, era calciatore negli anni Trenta.

Lascia la Calabria da adolescente, neanche sedicenne: «In pratica sono un emigrante». La lascia per giocare gratis ad Avezzano e poi a Montebelluna, per cento euro al mese, dove viene ingaggiato nonostante la società che per regolamento non prendesse “ragazzi che venivano da fuori”.

Considera l'Emilia-Romagna la sua terra d'adozione. Da calciatore ci ha trascorso quasi otto anni: Faenza, Rimini, Parma, Sassuolo, Bologna e SPAL. Ci ha conosciuto sua moglie, che è stata Miss San Marino 2001, e con cui ha due figli.

Il legame prescinde dalle esperienze professionali. Ancora oggi per esempio fa un saluto quando in autostrada passa davanti all'uscita per Faenza, dove ha giocato una stagione in C2 chiusa con la retrocessione.

C'è una storia che racconta sua madre, anche se “Sergio non vuole”.

Una notte gli appare in sogno Natuzza Evolo, l'anziana e controversa mistica calabrese. Turbato, chiede subito di poterla incontrare. La donna è malata, in ospedale, ma lo riceve: e prima che lui possa dire qualcosa, Natuzza lo anticipa: “Io ti conosco”.

Tempo dopo, in corrispondenza dell'anniversario della sua morte, Floccari chiederà al tecnico Reja il permesso di andare a Paravati di Mileto, per partecipare alla funzione in onore di quella che chiama “una grande mamma”.

In un'intervista giocosa a «Victory», su La7, dice: “Segni particolari, nessuno”.

Sostiene che le sue capacità derivino dalla coordinazione, qualcosa che collega alla natura e non allo studio. Così come pure gli è capitato di raccontare la sola parte impulsiva dei suoi gol, l'istinto come uno schermo che nasconde l'abilità tecnica.

D'altronde, “Io mi considero un operaio del calcio” ha detto di recente.

Da calciatore è cresciuto a Nicotera e Catanzaro. “Eravamo tanti a sognare, e gli osservatori scendevano poche volte per guardarci”. Per raggiungere Catanzaro da casa doveva farsi, tre volte a settimana, cento chilometri ad andare e cento a tornare. «Non ho fatto settori giovanili importanti» riconosce con dispiacere. E ammette di rubare oggi, per compensazione, dai suoi compagni di squadra: «Mi viene un effetto di emulazione».

Reja lo definì un “regista d'attacco”. Di sicuro ha un'intelligenza sopra la media e un'enorme generosità nel mettersi a disposizione. Molto lavoro oscuro, considerato il suo ruolo, poco protagonismo. «Forse avrei dovuto pensare di più a me stesso, ma non è nella mia natura».

Un calciatore onesto nei limiti e costante nei pregi. Non un goleador, ma una pedina tatticamente utile, un atleta affidabile e un centravanti di raccordo e capace di vedere la porta.

Fra le suo doti c'è l'abilità nel difendere il pallone, dare respiro alla squadra e permetterle di salire. Pare debba ringraziare per questo le caratteristiche fisiche, ma soprattutto la coordinazione che lui stesso si riconosce, la capacità di lettura e la spinta a mantenere ciò che ha conquistato.

Verona-Sassuolo, 2015/16. Coordinazione ft. senso del tempo.

A vent'anni gioca a Mestre e si iscrive all'università di Padova: «Filosofia e Storia. I tanti perché che l'uomo si pone e quello che è successo quando non c'eravamo. Queste sono le cose che mi stuzzicano».

Interromperà gli studi, lascerà il Veneto e un anno dopo sarà un calciatore di serie B.

A quei tempi guardava i vhs di Ronaldo, gli davano la carica: «Prendevo con più gioia il mio lavoro».

In realtà un salto indietro l'aveva già fatto, prima di questo passaggio alla SPAL.

Era il 2003: dalla B col Genoa alla C2 col Rimini di Acori. Una mossa intelligente, tutt'altro che dannosa. Coi romagnoli ottiene due promozioni in tre anni, Floccari torna nella categoria che aveva lasciato, ma lo fa con nuovo credito. Tanto che nell'inverno seguente va in A, al Messina neopromosso di Parisi e Di Napoli.

Cesena-Rimini, serie C1, 2003/04. Anni fa lui stesso lo considerava un gol “irripetibile”. Per tutto il percorso, dal centrocampo fino all'area piccola, la palla va dritta ed è lui a muoversi e disorientare gli avversari. Ma forse la cosa più interessante è la reazione che segue, e che non c'entra col Floccari degli anni seguenti: prende a calci i tabelloni pubblicitari, sbraita, ha la maglia a brandelli, il guardalinee accanto sembra in imbarazzo.

I mesi in Sicilia sono una vetrina importante, Floccari gioca parecchio, il Messina 2005/06 arriva addirittura settimo. Lui segna poco, ma il primo e il secondo gol in A sono una doppietta alla Juventus di Cannavaro e Del Piero, Nedvěd e Ibrahimović.

In quell'occasione il giornalista che commenta il servizio Rai lo chiama “il semisconosciuto Sergio Floccari”: sta per compiere venticinque anni, deve fare tanta strada.

L'Atalanta lo acquista nell'estate 2007. Floccari resterà due anni.

Nel corso del primo, diventa una punta più incisiva. Il gioco di Delneri lo aiuta, segna gol prestigiosi anche qui, il primo in assoluto è all'Inter campione d'Italia.

Nel secondo anno c'è un cambio di passo: mette insieme 12 reti e 7 assist, ma soprattutto è finalmente il titolare indiscusso. Arriverà poi a superare questo record di gol stagionali (14 nel 2009/10, tra Genoa e Lazio) ma quel posto assicurato resterà un unicum.

Il Genoa, appunto. Che sborsa oltre dieci milioni per il cartellino, la sua massima valutazione in carriera. È la cresta dell'onda, e sembra accorgersene: «Sono molto felice di quello che la vita mi sta offrendo» dice in quell'estate 2009.

Nelle prime 5 partite in rossoblu, mette insieme 2 assist e 3 gol. Il più pesante è nel girone di Europa League, il suo esordio internazionale, che porta il Genoa in vantaggio a casa del Valencia di David Villa, Juan Mata e David Silva.

Eppure il rapporto non decolla. L'allenatore vuole una punta con altre caratteristiche e lui chiede di andar via. Sono trascorsi appena sei mesi.

La sintesi di quello storico Messina-Juventus 2-2.

La Lazio è la società dove ha giocato più a lungo, quella dove ha vinto l'unico trofeo e che l'ha portato in nazionale. Alla Lazio si guadagna il soprannome di “Boia”, come di uno che non grazia gli avversari, il che è abbastanza vero nel suo primo anno.

Arriva a Roma in un momento che definisce non brillante per lui, grato per la fiducia. Solo per una manciata di giorni ritrova Carlo Regno, suo allenatore a Faenza e ora vice di Ballardini. La squadra però è inguaiata, il tecnico viene esonerato. Arriva Reja, uno degli allenatori che più crederanno in lui.

I numeri di Floccari in biancoceleste parlano di un percorso abbastanza positivo: 31 gol in 106 partite, nell'arco di tre anni. A veder bene, un percorso di chiaroscuri: lunghi periodi in panchina (soprattutto con Petković) e alcune fiammate, come la trionfante partenza: 4 gol nelle prime 3 partite, che offrono un precedente per leggere il suo impatto con la SPAL.

I tre anni alla Lazio sono separati da una stagione, il 2011/12, in cui Floccari viene mandato in prestito a Parma. E là segna, convince, e realizza una pesante doppietta alla Lazio stessa.

Nel girone di Europa League contro il Maribor, 2012/13. Prende palla nella sua metà campo, inizia a correre andando sempre dritto, come quasi un decennio prima nel derby romagnolo. Passa tra gli avversari e al limite dell'area lascia partire un sinistro morbido e arcuato. Poche settimane fa ha detto che è il suo gol più bello di sempre.

Tre mesi dopo il suo arrivo in biancoceleste, Floccari sta andando davvero bene, i suoi gol trascinano la squadra fuori dalle difficoltà, e va incontro al suo primo derby. Una gara delicatissima, stavolta più del solito. La Lazio sta lottando per non retrocedere, la Roma sembra vicina allo Scudetto.

La Lazio chiude il primo tempo in vantaggio per 1-0. All'inizio della ripresa viene fischiato un rigore. Va a batterlo Floccari, e lo sbaglia.

È il 18 aprile 2010, una domenica. Lui non riuscirà a dormire fino al giovedì. La stagione si chiude con la Lazio salva e la Roma seconda.

L'ombra di quel rigore fallito ci mette tre anni a sparire.

A spingerla via è il gol nella semifinale di ritorno della Coppa Italia 2013 contro la Juventus. Lo definirà il più importante della sua vita. Un colpo di testa nei minuti di recupero, a un soffio dai supplementari.

In finale la Lazio batterà la Roma, nel primo derby che è anche una finale. Per Floccari sarà l'unico trofeo della carriera. Pochi mesi prima confidava, con un certo pudore, di sperare in un futuro dove la Lazio, a guardare indietro, rappresentasse “qualche vittoria importante”.

29 gennaio 2013, Coppa Italia, minuti di recupero della semifinale di ritorno. L'andata, a Torino, è finita 1-1. Al novantesimo la Lazio sta vincendo 1-0. La Juventus pareggia al 91°. Floccari segna al 93°. Al minuto 94:20, Marchisio sbaglia a un metro dalla porta. Devono passare altri tre minuti perché l'arbitro fischi: 2-1 e Lazio in finale.

Non è mai stato davvero al centro del progetto. Tolti gli anni a Bergamo ha sempre dovuto giocarsi il posto con qualcuno, titolare almeno quanto lui. Così sembra un sospiro di sollievo, a Bologna, la sua frase riguardo un ipotetico dualismo con Destro: “Ha dieci anni meno di me”.

Dev'essere stato faticoso portarsi addosso le aspettative, soprattutto le sue, e vederle spesso deluse. A proposito dell'ottima stagione della SPAL, ha invitato alla calma: “Altrimenti si creano aspettative che invece di darti slancio si rivelano un peso”.

La madre dice che «Sergio aveva il sogno della nazionale, ma se l'è sempre tenuto per sé».

Quando arriva la convocazione, è la prima volta per un calciatore del vibonese, il suo territorio. Con la maglia azzurra però non giocherà neanche un minuto.

La coordinazione di sempre e la voglia di spingersi più in là, anche allungandosi. Un gol a fine partita, come pure con Benevento e Salernitana: magari un presagio per l'ultimo pezzo della sua carriera.

Lasciata la Lazio, ricomincia a vagare.

A Sassuolo non funziona. Sono due anni di poco valore, per lui e per la squadra. Non si ritrova nei meccanismi di Di Francesco, ha una concorrenza che non riesce a sostenere.

Quando arriva a Bologna sembra una liberazione, o almeno una bella storia. Ritrova Donadoni, che l'ha allenato a Parma. È pure la terza volta che i felsinei provano ad acquistarlo, finalmente quella buona. Al suo arrivo dice che Bologna è una città che offre tanto, e come primo elemento sottolinea che è “una città universitaria, culla della cultura”.

Invece l'esperienza in rossoblu è un mezzo disastro. In un anno solare, il 2016, ottiene poco spazio e neanche riesce a esprimersi nelle rare occasioni che gli vengono concesse. La miseria del suo minutaggio è sensata per un giocatore che sta trovando il coraggio di uscire di scena. Floccari però non vuole uscire di scena, forse c'è un malinteso di fondo.

A gennaio scorso rifiuta il Cesena. Uno dei fattori decisivi è il campo sintetico del Manuzzi, dove aumenta il rischio di infortunarsi. Un altro, magari, è il tempo trascorso a Rimini e quel gol in un derby lontano.

A novembre Floccari compirà trentasei anni.

L'ha detto chiaramente, la maglia della SPAL potrebbe essere l'ultima della sua carriera. Sembra proprio da intendersi come un augurio, il lieto fine di un pellegrinaggio forse troppo lungo. Su quella maglia ha messo il numero 10, come se in senso lato volesse ritagliarsi un ruolo diverso.

A questo punto della stagione la promozione in A per gli spallini sembra un obiettivo concreto. Floccari ha indicato un metodo poco scontato, candido e saggio al tempo stesso, per gestire la situazione: “Vivere questo momento come un sogno”.

Attiva modalità lettura
Attiva modalità lettura