
Alle sette di sera del 4 agosto 2012, a Londra, erano in programma le semifinali olimpiche dei 400 metri ostacoli. Quel giorno, tra i 24 atleti in lizza per ottenere un posto in finale, c’era tutto il gotha mondiale della disciplina. L’americano Angelo Taylor, campione olimpico di Sydney 2000 e Pechino 2008, era alla ricerca del terzo alloro in oltre un decennio di attività. Il suo connazionale Kerron Clement, arrivato alle sue spalle in Cina quattro anni prima, cercava di arricchire un palmares che già contava i titoli mondiali di Osaka 2007 e Berlino 2009. Al campione mondiale in carica, il britannico padrone di casa David Greene, bastava muovere una mano per scatenare il boato dello stadio. E il suo vice, il portoricano Javier Culson, sognava di fargli le scarpe. Insomma, quel giorno a Londra ci si aspettavano grandi cose: tutti i più forti dell’ultimo decennio puntavano a qualificarsi alla finale del 6 agosto. Nella prima semifinale, in corsia 4, c’era anche una vecchia gloria: il dominicano Felix Sanchez, quasi 35 anni. Aveva vinto facilmente la sua batteria il giorno prima, ma nessuno si aspettava grandi cose da lui. Erano passati molti anni da quando lo chiamavano “il dittatore”, oppure “l’invincibile”. E quella S di Superman che si era tatuato sulla spalla destra sembrava sempre più sbiadita.
La sua parabola era iniziata in quello stadio, undici anni prima. Era il 22 luglio e, su quella pista, andò a vincere il meeting in 47’’95, scendendo per la prima volta sotto i 48 secondi, migliorando il personale di 38 centesimi e infliggendo una severa lezione al campione olimpico in carica Angelo Taylor. All’epoca, Felix Sanchez aveva un braccialetto rosso fosforescente sul braccio destro. L’aveva preso l’anno prima durante le Olimpiadi di Sydney, dove era stato il primo degli esclusi dalla finale: «Tutti questi luccichii mi ricordano che non devo più sbagliare».
Quel giorno, agli Anniversary Games di Londra, nacque una stella. A partire da quella gara, Sanchez costruì un regno lungo tre anni, una dittatura basata su un’unica regola: l’imbattibilità. Anche se il mondo aspettò ancora qualche settimana prima di accorgersi di lui.
Presa del potere
Il momento di gloria, per quel dominicano non giovanissimo (24 anni), arrivò l’11 agosto 2001, con la finale dei campionati mondiali di Edmonton. Quella serata può raccontarla bene chi l’ha vissuta da protagonista, correndo a pochi centimetri da Felix Sanchez per quasi 50 secondi. Si tratta di un italiano, l’ostacolista livornese Fabrizio Mori.
Chiunque abbia seguito un po’ di atletica negli ultimi vent’anni ricorderà che c’è stata un’epoca, nemmeno troppo lontana, in cui, pur senza essere una superpotenza dell’anello rosso, l’Italia riusciva comunque a sperare in qualche medaglia che esulasse dalle gare di marcia e di maratona. La capofila delle donne era l’inglese naturalizzata italiana Fiona May. Tra gli uomini, il volto più noto era quello di Fabrizio Mori, uno che alla partenza sembrava un nano in mezzo ai giganti. Il suo nome è legato in maniera indissolubile alle rimonte formidabili che riusciva a piazzare negli ultimi 100-150 metri di gara. L’anno prima, a Sydney, si era dovuto accontentare di un settimo posto (che a vederlo adesso fa venire i lucciconi). Ma a Edmonton si presentava da campione mondiale in carica, visto che nel 1999, a Siviglia, la sua rincorsa infinita si era conclusa con una vittoria.
Mori si presenta in Canada in condizioni non eccezionali: oltre che con i problemi fisici, doveva fare i conti con i suoi 32 anni e con avversari giovani e affamati. Le ragioni per sperarci, però, c’erano. Era in quarta corsia e, in quinta, aveva un ottimo riferimento come Sanchez. Oggi, Fabrizio Mori ha 47 anni e si è ritirato da un pezzo, ma è ancora capace di rivedere nella sua testa ogni metro di quella gara. Sono riuscito a contattarlo telefonicamente, facendomi raccontare una delle finali più emozionanti della storia recente della disciplina. «È stata anche una delle più veloci, se si vanno a guardare i tempi», ricorda. Ha ragione: quattro atleti, metà dei finalisti, scesero sotto i 48 secondi.
«Quando sei dietro ai blocchi per una finale, non hai tante strategie da portare avanti. Lo sai che tra gli atleti ciascuno ha le sue caratteristiche: c’è chi chiude forte, ma c’è anche chi parte forte. Cerchi solo di tirare la corda finché non si spezza. È stata una gara veloce fin dall’inizio, perché così l’hanno impostata il giapponese Tamesue e l’arabo Al Somaily». Dai Tamesue, in terza corsia, lo affiancò nel corso della prima curva. All’interno, Hadi Soua'an Al-Somaily stava andando ancora più forte. Cosa che si aspettavano tutti, anche se nessuno lo vedeva: «Era in prima corsia, ma sapevamo che almeno fino al settimo-ottavo ostacolo avrebbe fatto la gara lui. All’ottavo era due metri più avanti».
Ma a quel punto inizia il rettilineo. E sul rettilineo entrano in cattedra quelli che ne hanno di più. Mori, di cui tutti ricordano bene le rimonte prodigiose, è quarto. E Sanchez, che ha una condotta di gara molto simile a quella dell’italiano, è terzo. Tra il penultimo e l’ultimo ostacolo il dominicano vola in prima posizione, ma Mori non gli molla un centimetro. Sono quasi spalla a spalla. Ma il campione livornese, più che costringere Sanchez a soffrire fino all’ultimo centimetro, non può fare. «C’è stato un gran finalone, però lui ha avuto la meglio. D’altra parte lo ha dimostrato negli anni successivi che aveva grandi doti di velocità e resistenza, correndo forte anche i 400 metri. A me è dispiaciuto molto perché per pochissimi centesimi non ho bissato un titolo mondiale, ma mi sono trovato davanti un superatleta».
Sanchez porta a casa il primo titolo mondiale nella storia della Repubblica Dominicana e un primato personale di 47’’49. Mori arriva solo a cinque centesimi, correndo la miglior gara della sua vita. «Edmonton che ha dimostrato le qualità che aveva Sanchez. Nel 2000 e nel 1999 era un buon atleta, ma non ci si aspettava che potesse migliorare così nell’arco di un solo anno».
Dittatura
Così, in un colpo solo, questo sconosciuto che non fino a poche settimane prima non aveva mai vinto nulla diventa famoso in tutto il mondo e un eroe nazionale. Per la verità, a Santo Domingo ci è stato veramente poco: i suoi genitori sono dominicani, lui è nato a New York ed è cresciuto in California, allevato dalla madre e da una nonna a cui è legatissimo. Suo padre se n’è andato quando aveva due anni: lo ritrova, racconterà in seguito, dopo la vittoria iridata, grazie a un annuncio sul giornale. Spiega di essere arrivato all’atletica dopo essersi rotto il polso destro in un incontro di lotta greco-romana. Non che sognasse di diventare un combattente: puntava al baseball come tutti i ragazzini dominicani, ma l’infortunio lo mise fuori gioco. Era il 1994. Fu convinto a puntare sull’atletica e, nonostante i risultati iniziali non incoraggianti, tenne duro.
Sulle ragioni per cui abbia scelto la cittadinanza dominicana e non quella americana ci sono diverse versioni, che vanno dalla voglia di onorare le sue radici al desiderio di non avere troppa concorrenza. Probabilmente è un insieme di tanti fattori: «Ne parlammo una volta sola quando eravamo a un meeting, qui in Italia, forse a Torino – ricorda Mori -. Mi sembra che l’abbia fatto per avere più libertà di gestione, per non essere impegnato con i Trials americani ma uno spirito libero di gestirsi i Mondiali e le Olimpiadi». Insomma, voleva evitare la concorrenza non tanto per paura quanto per non dover programmare il picco di forma a giugno: un problema per molti atleti americani, che si trovano a gestire la stagione in funzione delle qualificazioni al grande evento e poi rischiano di arrivare ai Mondiali, o alle Olimpiadi, troppo stanchi per essere veramente competitivi.
In questo modo, Sanchez può evitare di spremersi inutilmente. Ma non diventa nemmeno il tipo di atleta che si fa notare solo quando in gioco ci sono le medaglie: non è Usain Bolt, per intendersi. Lui, a differenza del fuoriclasse giamaicano che esploderà di lì a poco, scende in pista spesso. Quella striscia di vittorie iniziata il 22 luglio 2001 è destinata ad allungarsi sempre più. Anche se il carattere non è quello di tanti dominatori: «C’era un colloquio diretto sul campo di gara» ricorda Mori. «Io non ho mai avuto problemi di rapporti. Un po’ con l’inglese, un po’ con lo spagnolo riusciva a parlare col mondo intero. Sui campi di riscaldamento, negli stadi dei grandi meeting era sempre molto sereno, tranquillo. Non ha mai creato problemi: era uno che chiedeva, che ti metteva sempre a suo agio.»
Ma quel campione dal profilo normale diventa una scheggia imprendibile tutte le volte che lo starter spara. Non lo battono più, quell’anno. A Zurigo, pochi giorni dopo i Mondiali, porta il suo personale a 47’’38: «Non ci credo neppure io, perché sono tornato a casa e per due giorni non ho toccato il letto, ho fatto solo festa», confessa lui. Passano ancora pochi giorni e torna in gara a Gateshead, in Inghilterra. Vento e pioggia rovinano il meeting, ma lui tira fuori una prestazione eccezionale. Non nei 400 ostacoli, però: stavolta si butta sul giro della morte senza barriere. Vince in 44’’90, battendo Taylor (anche lui proveniente dagli ostacoli) e il campione mondiale della specialità Arvard Moncur.
Non è un caso isolato. L’anno successivo, per lui che non partecipa né agli Europei né ai Giochi del Commonwealth, non ci sono manifestazioni di particolare rilevanza. Invece che accontentarsi di vincere tutte le gare della sua disciplina a cui si iscrive, talvolta tenta di doppiare. Il 24 agosto, al Crystal Palace, vince i 400 ostacoli senza brillare. Due ore e mezza dopo è di nuovo in pista per i 400 piani e vince ancora, in 45’’14. Ad alti livelli, l’unico precedente è quello del tedesco Harald Schmidt che nella Coppa Europa del 1979 riuscì a vincere entrambe le gare nel giro di un’ora. Sanchez rischia di giocarsi un mucchio di soldi in questo modo: è ancora in lizza per il jackpot della Golden League, ovvero per essere tra coloro che spartiranno i 50 chili d’oro in palio per chi vince tutte le sette prove dell’anno nei meeting del circuito. Per lui, che inizia a diventare noto ma non è ancora una superstar come Maurice Greene, Haile Gebrselassie o Hicham El Guerrouj, si tratta di soldi importanti. Fortunatamente, va tutto liscio e riesce a portarsi a casa la sua fetta di oro. Poche settimane dopo, alle finali del Grand Prix di Parigi, ritenta la doppietta: è primo nei 400 ostacoli e quinto nei 400 piani.
L’anno successivo ci sono due grandi appuntamenti: i Giochi Panamericani in casa, che vince davanti al suo pubblico, e i Mondiali di Parigi. In pista, nelle gare di velocità, non arrivano risultati impressionanti sotto il profilo cronometrico. Ma lui domina la sua finale, ottenendo la trentesima vittoria di fila e conquistando il record personale definitivo di 47’’25. Il suo sogno è riuscire ad arrivare a battere il record del mondo di 46’’78, siglato dall’americano Kevin Young nel 1992. Non ci riuscirà mai. Vorrebbe anche allungare la serie positiva di vittorie, benché sia impensabile fare meglio di Edwin Moses, il miglior ostacolista di tutti i tempi, imbattuto in 122 gare consecutive tra il 1977 e il 1987. Ma ci si può provare a divertire ed è quello che Sanchez fa. A fine stagione la rivista Track and Field News, bibbia del settore, lo nomina “atleta dell’anno”.
Arriva il 2004, è l’ora dei Giochi Olimpici: Sanchez indossa ancora il braccialetto fosforescente che gli ricorda l’amarezza di Sydney ed è deciso a levarselo dopo Atene. Per ottenere l’unico oro che ancora gli manca si allena all’alba, scendendo in pista alle cinque e mezza di mattina: «Me lo ha consigliato il mio allenatore di origine inglese, Avondale Mainwaring, un signore anziano, molto saggio. È una sensazione particolare quella che si prova quando si arriva allo stadio alle prime luci dell’alba. Si è molto più lucidi e al tempo stesso si evita di fare tardi nelle notti di Los Angeles, che promettono dolci distrazioni».
Quel braccialetto Sanchez se lo toglie la sera del 26 agosto 2004. Dopo una partenza falsa, torna ai blocchi e, dallo sparo in poi, non lascia nulla ai suoi avversari. Sbuca sul rettilineo che ha solo un avversario alla pari con lui: l’americano James Carter, che pagherà lo sforzo venendo risucchiato in quarta posizione. Il suo tempo, 47’’63, non è eccezionale (per i suoi livelli). Ma è comunque un crono di tutto rispetto. Soprattutto, vale la prima vittoria olimpica per la Repubblica Dominicana ed è una liberazione per lui: «Il ricordo della delusione di Sydney mi ha tormentato per quattro anni».
Raggiunto l’obiettivo minimo, ora la carriera di Sanchez può fare il salto di qualità. Dopo la vittoria numero 43 di seguito, il dominicano può prefiggersi qualunque obiettivo: può pensare di puntare anche sui 400 piani, può provare a vincere più di Moses (che grazie al boicottaggio del 1980 è fermo a due ori olimpici e due ori mondiali), può provare a scendere sotto i 47 secondi. Ha 28 anni, è nel pieno della maturità e ha dimostrato di essere uno dei più grandi nella storia della sua disciplina. E in pista sembra invulnerabile: «Punti di forza ne aveva molti – assicura Mori -. Quando trovi un atleta completo, con quelle caratteristiche lì, ogni volta che lo affronti devi cercare di andare oltre con le tue forze mentali e fisiche. La resistenza e la velocità erano le sue caratteristiche di base, ma era molto valido anche tecnicamente. Impostava una gara di tredici passi fino alla seconda curva, ma con i 14 riusciva a essere molto efficiente, non aveva una gamba più debole o una più forte. Un atleta così completo, con quelle caratteristiche, con una mentalità vincente fa quello che ha fatto lui nella sua carriera».
La caduta
Ma anche “Superman”, un altro dei suoi soprannomi, ha un punto debole: il suo stesso fisico. I guai iniziano otto giorni dopo la gioia più grande: durante il meeting di Bruxelles, subisce uno stiramento e si ritira. È la prima sconfitta in tre anni, un mese e tredici giorni. L’anno successivo rientra a Madrid, ma è quinto con un tempo, 49’’48, lontanissimo dai suoi standard. È in condizioni pessime, ha un piede infortunato, ma decide comunque di andare ai Mondiali di Helsinki e, stringendo i denti, riesce a qualificarsi per la finale: «Se vogliono portarmi via il mio titolo voglio che lo facciano con me in pista e non mentre guardo la gara in tv». È quello che succede. L’americano 22enne Bershawn Jackson vola a prendere l’oro mondiale sulla pista bagnata, mentre a Sanchez basta saltare il primo ostacolo per infortunarsi di nuovo. Il Dittatore ha abdicato.
Inizialmente sembra convinto di potersi riprendere in fretta. Passa da Brescia per curare il tendine d’Achille, compra un Cartier da 4.000 euro e promette che lo metterà al Golden Gala del 2006, «al party per festeggiare il mio nuovo record del mondo». Non va proprio così: l’anno successivo non scende sotto i 49’’10 ottenuti a Padova.
Torna a crederci nel 2007, in vista dei Mondiali di Osaka. E in effetti in Giappone non va male. Vince le batterie davanti a quel Bershawn Jackson che l’aveva battuto due anni prima. Vince di nuovo in semifinale, mentre l’americano viene eliminato. In finale sembra potercela fare: parte bene, ma esce dalla seconda curva in quarta posizione. Sull’ultimo rettilineo, il suo terreno di caccia, riesce a mettersi alle spalle il polacco Marek Plawgo e l’americano James Carter. Ma un altro americano, Kerron Clement, resta alla sua stessa distanza. Quella volata che ha reso grandissimo Sanchez non basta più per riportarlo in cima al mondo: deve accontentarsi di una medaglia d’argento.
L’anno successivo è il portabandiera della Repubblica Dominicana alle Olimpiadi di Pechino. Ma le sue condizioni fisiche sono pessime. E poco prima di scendere in gara per le qualificazioni viene informato della morte di sua nonna Lillian, che lo aveva cresciuto. Decide lo stesso di onorare la sua batteria, finendo ultimo e staccatissimo dagli avversari. Quel giorno, uscendo dal campo, promette che vincerà un’altra medaglia prima di ritirarsi.
Ai Mondiali di Berlino, nel 2009, arriva in finale soffrendo, ma nella gara decisiva è ultimo e staccatissimo. Troppi tre turni per un uomo tormentato da cinque anni di infortuni. Due anni dopo, a Daegu, è quarto a pochi centesimi dal podio. Intanto le primavere passano e Sanchez si ritrova ad andare per i 35. Ormai è alle ultime cartucce e lo sa.
Ultimo atto
Quando il 4 agosto è sui blocchi per la semifinale olimpica di Londra 2012, Sanchez non vince un campionato o un’Olimpiade da otto anni, da quella notte magica di Atene in cui fissò a 43 la sua striscia di vittorie. Quel giorno, in pista, non è uno dei favoriti: l’ultima gara regalargli l’oro è stata anche l’ultima in cui è riuscito a scendere sotto i 48 secondi. Da quasi un decennio fa i conti con una serie interminabile di infortuni e sconfitte. In semifinale ci è arrivato, è nella prima serie e parte in corsia 4. Intorno ha tre pretendenti al podio come il trinidegno Jehue Gordon, il britannico David Greene e l’americano Kerron Clement, che cinque anni prima ha mostrato di non subire le sue rimonte sull’ultimo rettilineo e l’ha relegato al secondo posto. Nessuno potrebbe biasimarlo se non si qualificasse, ma lui sui blocchi non riesce a stare fermo. È visibilmente teso, si muove avanti e indietro in attesa degli ordini dello starter. La manciata di secondi successivi allo sparo manda all’aria mesi di previsioni di tecnici e addetti del settore.
La partenza di Sanchez è ottima, in linea con i primi, cosa non scontata per lui. A metà gara è già in testa, poi nel corso della curva abbatte il quartultimo ostacolo. Esce comunque dalla curva abbondantemente in vantaggio e scompare all’orizzonte, mentre gli altri cercano di agguantare il pass per la finale. Negli ultimi metri rallenta fin quasi a fermarsi: il cronometro si blocca a 47’’76, il suo miglior risultato di tempi di Atene 2004. Mentre lui resta in mezzo alla pista, impassibile e a braccia incrociate, i suoi avversari cercano di riprendersi: basta guardare le loro occhiate per capire che loro sanno già cosa sta per succedere in finale. «Sanchez is back!», esclama stupito un commentatore britannico. È così.
Due giorni dopo, il 6 agosto, è una data molto triste per diversi appassionati di atletica leggera. Viene annunciata la positività del marciatore italiano Alex Schwazer ai test antidoping. Yelena Isinbaeva si riscopre umana e viene sconfitta nel salto con l’asta, ottenendo un terzo posto che a molti sembra l’atto finale di una carriera. Intanto Felix Sanchez, ai blocchi di partenza, è molto più calmo di due giorni prima. Non ha più il braccialetto rosso, ma degli occhiali da sole –nonostante si gareggi in notturna - che indossava anche in semifinale. Sulle scarpe ha una scritta: “abuela”, significa nonna in spagnolo. Tra il pettorale e la canottiera tiene una foto, la sistema prima della partenza per evitare che cada. È in corsia 7: questo significa che, a parte i non irresistibili Jehue Gordon e Leford Green, trinidegno uno e giamaicano l’altro, non ha punti di riferimento. Saprà come stanno andando i suoi avversari solo se lo supereranno. E, nel caso, non sarà una bella notizia per lui. Ma al dominicano, tornato dittatore 48 ore prima, importa poco.
Si gestisce alla perfezione per tre quarti di gara, esce sul rettilineo in linea con Taylor e Culson, poi li semina con una volata imperiale. La stessa volata a cui, undici anni prima, non seppe porre rimedio nemmeno Fabrizio Mori. Chiude in 47’’63, lo stesso identico tempo con cui aveva vinto ad Atene, nello stesso stadio che nel 2001 aveva dato il via a una serie di 43 vittorie consecutive. Sanchez si sdraia, tira fuori la foto e la appoggia sulla pista. È un ritratto suo e di sua nonna. Scoppia a piangere e continuerà a piangere anche durante le interviste e la premiazione. Racconta di quella promessa e spiega perché la scritta sulle scarpe: «Per motivarmi e per ricordarmi di quanto era speciale e di quanto questi Giochi significavano per me, vista la mia età». Oltre a regolare i conti con la nonna, Sanchez li ha pareggiati anche con quel ragazzo che, tanto tempo prima, sembrava destinato a fare cose grandissime. Ha raggiunto il leggendario Moses, due ori mondiali e altrettanti olimpici. «Ho avuto un sacco di ricadute in questi ultimi otto anni. Mi chiedevo davvero se potevo tornare. Ma ho dominato a lungo, e quando domini a lungo hai fiducia».
L’anno successivo è ai Mondiali di Mosca: arriva quinto, nella settima finale consecutiva in carriera. Poi tornano gli acciacchi, ma stavolta non c’è la fame di cui avrebbe bisogno per superarli. E così, a fine aprile di quest’anno, Felix Sanchez ha annunciato il suo ritiro. Non ci sono più ostacoli davanti a lui, almeno non in pista. Ha rinunciato a difendere il suo titolo a Rio de Janeiro. Il suo grande avversario dei primi anni, Mori, dice che ha fatto bene: «A quel punto lì non hai più gli stimoli giusti e decidi di mollare. Perché se sei stato un grande campione e un grande personaggio e rischi di prendere schiaffi da persone che dovresti guardare dall’alto verso il basso, fai bene a dire basta e a chiuderla lì».
Anni fa, disse che a carriera finita si sarebbe dedicato ai bambini: «Sono loro ad avere più bisogno di aiuto per superare certi ostacoli che la vita pone sulla loro strada». Adesso ne avrà modo. Per quanto riguarda l’atletica, la strada l’ha tracciata: la Repubblica Dominicana, ormai, può fare a meno di lui. Si era già capito pochi minuti dopo la sua ultima vittoria, quando il suo connazionale Luguelin Santos vinse l’argento nei 400 metri piani. Altri ne arriveranno, in grado di andare a podio e forse di vincere: ma per diventare grandi dovranno passare, prima o poi, dallo stadio olimpico di Santo Domingo. El Estadio Olimpico Felix Sanchez.