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L'attesa di Cooper Flagg
04 apr 2025
Chi è e come gioca la prossima scelta numero uno ad Draft NBA.
(articolo)
14 min
(copertina)
IMAGO / ZUMA Press
(copertina) IMAGO / ZUMA Press
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Torneo NCAA, Sweet Sixteen, un minuto e sedici secondi alla fine del primo tempo della sfida tra Duke e Arizona. Cooper Flagg riceve in posizione di guardia destra, Khaman Maluach gli porta quello che, più che un blocco, si rivela essere un velo. A quel punto Flagg attacca diritto verso il centro, ma il suo avversario riesce a muovere i piedi abbastanza bene da rimanergli davanti. Il numero 2 di Duke, allora, per trovare spazio fa una virata improvvisa, a cui segue uno step-back per creare separazione, elevarsi e segnare il canestro del 42-39.

Dall’altra parte però Caleb Love, la star di Arizona, non ci sta, e riporta il punteggio in parità con una tripla dal palleggio, punendo il contenimento di Duke sul pick&roll, nonostante un buon lavoro per cercare di passare sul blocco da parte di Kon Knueppel. Allora Duke torna ancora da Flagg, che gioca un pick&roll laterale invertito (ovvero con la guardia a bloccare per l’ala) con Knueppel. La difesa di Arizona va nel panico (comprensibilmente, dopo 15 punti subiti fino a quel momento da parte della futura prima scelta assoluta, di cui 12 negli ultimi sei minuti di partita), sbaglia a comunicare e lascia libero il tiratore, puntualmente servito da Flagg per il canestro del 45-42.

A quel punto Arizona avrebbe l’ultima azione del primo tempo e il pallone del possibile pareggio, ma Love affretta troppo i tempi e la sua tripla finisce sul primo ferro quando mancano ancora nove secondi sul cronometro. Sul rimbalzo il primo ad arrivare è un giocatore di Duke che apre subito per Flagg, il quale conduce con ampie falcate la transizione, per poi arrestarsi e sparare da otto metri la tripla allo scadere, che trova solo la retina. Vuol dire 48-42 all’intervallo, che sarebbero appena sei punti di differenza tra le due squadre, ma che mentalmente sono molti, molti di più.

Duke si era trovata in una situazione abbastanza inusuale per questa stagione, ovvero con il risultato ancora in bilico a fine primo tempo e per uscirne si è affidata al suo miglior giocatore, che ha risposto con 2 canestri e un assist decisivi per la vittoria finale. Al rientro, infatti, Arizona, ancora scossa dalle ultime due triple concesse per due leggerezze, si disunisce, consentendo a Duke di fuggire fino al 70-51 a 13 minuti dalla fine, che di fatto chiude il discorso. Da lì in poi l’università della North Carolina controlla il punteggio, rintuzzando i tentativi finali disperati di Arizona di rientrare grazie, ancora una volta, e sempre, a Cooper Flagg.

COOPER FLAGG, UNA STAR IN COSTRUZIONE
La partita giocata contro Arizona è stata una delle migliori, se non la migliore visto il contesto e la posta in palio, della stagione di Flagg. Una prestazione che è un inno alla versatilità, alla completezza e alla comprensione del gioco del giovane talento di Duke: 30 punti, 6 rimbalzi, 7 assist, 1 recupero, 3 stoppate e 1 sola palla persa, col 64% di percentuale reale al tiro. Ed è interessante provare a capire che giocatore è Flagg, per quanto ancora giovanissimo e in divenire, visto che si tratta della futura prima scelta nel prossimo draft NBA (per quanto i tifosi di Duke provino a convincerlo con il coro «one more year»), un prospetto di cui si parla tanto da almeno due anni e tantissimo dalla scorsa estate, quando i racconti della sua presenza al camp USA (dove la squadra olimpica si è preparata per Parigi 2024) sono diventati quasi leggendari.

Cooper è nato nel Maine il 21 dicembre 2006 (quindi è ancora diciottenne) in una famiglia praticamente devota al basket. La madre e il padre sono stati ottimi giocatori a livello collegiale, il fratello più grande gioca a basket e anche suo fratello gemello Ace gioca a basket. Cresce quindi in un ambiente che trasuda sport e competizione e si fa conoscere dal pubblico internazionale ai Mondiali U17 del 2022, dove, a soli 14 anni, mette in mostra un talento difensivo senza precedenti per un giocatore due anni abbondanti sotto età rispetto a molti dei suoi avversari.

A fine torneo i numeri difensivi sono impressionanti: 2.4 recuperi e 2.9 stoppate in meno di 20 minuti a partita, e se affidarsi alle statistiche per giudicare la difesa è fuorviante, sono numeri che aiutano Flagg a contribuire alla vittoria finale degli USA e a farlo entrare nel quintetto dei migliori della competizione. Da quel momento finisce sui taccuini di tutti gli scout del mondo. Si inizia a parlare di lui come di un prospetto difensivo di altissimo livello, ma ci sono molti dubbi sulla possibilità che possa sviluppare un gioco offensivo sufficiente a portarlo ad alti livelli in NBA.

Per continuare a crescere e migliorare, nel 2022 Flagg e famiglia decidono di lasciare l’amato Maine (anche se non completamente, ci giocherà comunque nei circuito AAU estivi insieme al gemello) per spostarsi alla prestigiosa Montverde Academy, che ha uno dei migliori programmi liceali per il basket del Paese (da qui sono passati, tra gli altri, Cade Cunningham, Scottie Barnes, D’Angelo Russell, Ben Simmons, e tanti altri protagonisti della NBA di oggi). Qui trova una squadra fortissima, tanto da venir considerata una delle migliori di sempre per un liceo. Flagg è la stella, ma accanto a lui ci sono Derik Queen, Asa Newell, Liam McNeely (tutti giocatori da primo giro in questo Draft, con buone possibilità anche di essere chiamati in lottery) e Robert Wright III (playmaker titolare di Baylor, che proprio Duke ha eliminato dal torneo NCAA). In questo contesto Flagg cresce moltissimo a livello offensivo, mettendo le fondamenta del giocatore che stiamo vedendo oggi a Duke.

Dovendo condividere il campo con altri giocatori di enorme talento, Flagg viene spinto a sviluppare il suo gioco offensivo in maniera varia e corale. Giocando con due lunghi come Queen e Newell, e con un tiratore puro come McNeely, gli viene chiesto di portare palla e giocare sul perimetro. Inizia così a costruire, intorno a dei mezzi fisici e atletici notevoli, le sue qualità offensive con il pallone: attaccare in transizione e a metà campo, leggere le difese avversarie, trattare il pallone. Allo stesso modo però, vista la qualità dei suoi compagni, ha anche modo di lavorare sul suo gioco lontano dalla palla, affinando i propri istinti da tagliante e da passatore connettivo.

Visto il ruolo più perimetrale rispetto agli anni in Maine, dove era troppo dominante fisicamente per preoccuparsi, inizia a lavorare anche sul tiro, considerato fino a quel momento il punto interrogativo del suo gioco. Anche qui, gli sviluppi in pochi mesi sono notevoli e oggi, se non è ancora un punto di forza, quanto meno non è più una debolezza (anche se dovrà fisiologicamente continuare a lavorarci, essendo ancora in completo sviluppo fisico, che quindi lo porterà a doverlo ritoccare più e più volte negli anni).

LA GRANDE SPERANZA BIANCA
Alla fine della propria carriera liceale Flagg riceve il premio di Gatorade Player of the Year, riservato al miglior giocatore liceale della stagione, e viene unanimemente considerato il prospetto più ambito da tutte le università del Paese. A questi riconoscimenti si aggiunge anche una fama più globale, dovuta alla scelta della NBA di pubblicare gli highlights delle sue partite sul proprio canale ufficiale YouTube (come l’anno prima aveva trasmesso le partite in Francia di Wembanyama) e alla sua presenza al torneo estivo del Rucker Park di New York, uno dei più iconici degli Stati Uniti, immortalata da questa foto che gira tantissimo.

White man CAN jump.

Il passo successivo è la scelta di Duke, uno dei templi del basket universitario. Ma ancora prima di metterci piede Flagg riceve la chiamata di Steve Kerr, che gli chiede di prendere parte agli allenamenti della nazionale come membro del Select Team, ovvero lo sparring team contro cui Team USA si allena in preparazione delle competizioni, in questo caso le Olimpiadi di Parigi. Se seguite un po’ il basket non serve che vi dica io cosa sia successo, se invece non lo avete visto, vi consiglio di recuperare questo video.

Essere marcati da Holiday, giocare il pick & roll da palleggiatore con Anthony Davis che cambia su di te e segnargli la tripla in faccia non è cosa da tutti, figurarsi per un diciassettenne.

Al momento in cui partecipa a questi allenamenti con Team USA, Flagg è ancora minorenne, eppure gioca senza un briciolo di timore reverenziale contro una squadra di Hall of Famer, riuscendo a mettere in mostra anche al livello più alto del basket sul pianeta tutto il suo talento. Quindi difesa dura, comprensione del gioco, tiro e creazione dal palleggio, ma anche un motore pressoché infinito, che gli permette di fare sempre quello sforzo in più, che spesso può rappresentare la differenza tra vittoria e sconfitta, soprattutto in un competitor del suo livello.

La grande attenzione mediatica estiva ricevuta, spinge le aspettative su di lui a un livello che si è raramente visto per un giocatore di basket al primo anno di college. Questo vuol dire anche, ovviamente, tanti giornalisti pronti a scrutinare ogni tua mossa e tantissime persone interessate a vedere quello che sai fare. Flagg, inoltre, è il primo prospetto nato negli Stati Uniti di cui si parla così bene da molti anni, inoltre è bianco. Non dovrebbero, ma sono due aspetti che rendono il pubblico americano ancora più morbosamente interessato al suo percorso, per quell’eterna ricerca della The Great White Hope che c’è sempre negli Stati Uniti.


LO SBARCO A DURHAM, I DUBBI INIZIALI E LA LEGGENDARIA STAGIONE
Flagg arriva allora a Duke con tutte le attenzioni addosso e di conseguenza le prime critiche arrivano subito. A preoccupare sono le percentuali al tiro (22% da 3 e 72% ai liberi dopo 10 partite) e il fatto che non riesce a dominare in ogni singola partita che gioca all’inizio della sua stagione in NCAA. A novembre Duke perde contro Kentucky a causa di un paio di palloni persi da Flagg e sembra una tragedia. E invece quella sconfitta diventa il trampolino di lancio per lui e per la sua squadra. Flagg si rimbocca le maniche e mette insieme una delle migliori stagioni per un freshman (cioè un giocatore al primo anno) nella storia del basket universitario portando Duke fino alle final four del torneo NCAA (che si disputeranno nel fine settimana) e candidandosi come uno dei due principali favoriti per il premio di Naismith College Player of the Year, premio che nella storia solo per tre volte è andato ad un freshman (2006/07 Kevin Durant, 2011/12 Anthony Davis e 2018/19 Zion Williamson).

Ma cosa rende Flagg così intrigante come prospetto? La parola che meglio lo descrive è versatilità: non c’è infatti una singola cosa che non sa fare a un livello quanto meno buono in attacco e in difesa. Partiamo allora dalla difesa, visto che è grazie a quella che ha iniziato a farsi notare. Flagg è una perfetta combinazione di mezzi fisici e atletismo, grazie a un corpo di 206 centimetri di altezza e 215 centimetri di apertura delle braccia. A questo aggiunge una comprensione del gioco che già ora è da élite NBA e che gli permette di essere usato con successo su avversari di taglie diverse e in sistemi difensivi diversi.

Non ha, almeno non ancora, la velocità di piedi per stare 40 minuti dietro alle guardie, ma gli puoi chiedere di cambiare sempre e può stare tranquillamente con i ruoli dal 2 al 4 (uso i ruoli per capirci, anche se oggi non ha molto senso) anche se deve migliorare un po’ nella capacità di passare sui blocchi (pecca comune per moltissimi giocatori giovani). Grazie a una notevole capacità di coprire il campo e a degli istinti difensivi sviluppatissimi, può giocare in roaming (cioè staccandosi dal suo avversario per aiutare dove serve) oppure aiutare dal lato debole come rim protector secondario (per essere primario gli mancano un po’ di centimetri). Allo stesso modo puoi chiedergli di giocare sulle linee di passaggio, oppure usarlo per chiudere le linee di penetrazione, forzando la chiusura del palleggio dell’attaccante grazie a mani estremamente rapide e a dei piedi e delle falcate che gli permettono di recuperare facilmente sul proprio uomo.

Ovviamente deve migliorare in tutte queste cose, per portarle a un livello superiore. In difesa deve essere più disciplinato e fidarsi meno dei propri mezzi e delle proprie capacità, perché in NBA, contro atleti ben superiori rispetto a quelli incontrati al liceo e all’università, sarà tutto più difficile. Si parla però di affinare qualcosa che è già fenomenale, e sarebbe impossibile pensare il contrario. Flagg ha solo 18 anni, il suo corpo diventerà più muscoloso (ha spalle e torso larghissimi su cui potrà lavorare bene) e imparerà a fare meno affidamento ai suoi istinti con l’esperienza. Già ora però è un difensore capace e volenteroso, che farà la fortuna di chi lo sceglierà al draft.

Passando all’altro lato del campo, quello che più salta all’occhio è la capacità di leggere il gioco e di passare il pallone. Flagg è probabilmente, non nel suo ruolo ma in generale, il miglior passatore della sua classe.

Guardate il numero 3 e il numero 0 di Arizona nelle prime due azioni, vanno entrambi dalla parte sbagliata lasciando molto più spazio nel primo caso al tiratore e nel secondo al lob. Flagg sta già imparando a manipolare una difesa. Nota ulteriore, lo split nella prima azione è assolutamente notevole per un due metri e zero cinque centimetri.

Flagg è stato usato in tantissime situazioni diverse da Duke in attacco: da palleggiatore e bloccante nel pick & roll, da situazioni di ricezione dinamica, dal post, in transizione. In ogni caso ha sempre dimostrato capacità di leggere il gioco e un tempismo notevole. Sia quando deve creare un vantaggio per i compagni perché raddoppiato, sia quando invece deve sfruttare il vantaggio creato da altri, Flagg è sempre preciso e puntuale nelle scelte.

In attacco, come passatore, c’è ancora del chiaro margine di miglioramento. Oltre al solito discorso della necessità di ambientarsi contro le difese NBA, e il loro connubio di forza e atletismo, Flagg deve migliorare nella frequenza con cui esplora il lato debole. A oggi infatti sembra molto più a suo agio in quelli che in gergo vengono definiti interior pass, ma sarebbe un peccato non riuscire a sfruttare quella stazza e quelle letture per mettere ulteriore pressione alle difese ribaltando il lato.

Parlando del suo lato da realizzatore, come detto in precedenza, i modi per utilizzarlo sono tantissimi.

Ne sa qualcosa Notre Dame che si è vista piovere 42 punti e 7 assist, con soli 14 tiri.

Scheyer, l’allenatore di Duke, si è sbizzarrito con Flagg, lasciandogli molta libertà palla in mano (spostando Proctor ad un ruolo più da guardia lontano dalla palla in cui sta facendo molto bene, facendogli riprendere quota tra gli scout NBA) per sperimentare in situazioni di transizione palla in mano, di uno contro uno e pick and roll. Flagg ha mostrato di poter segnare su tutti e 3 i livelli e di poter finire al ferro con entrambe le mani. Più è andata avanti la stagione, più il suo contributo offensivo è diventato vario. Duke ha iniziato a usarlo anche lontano dalla palla, da bloccante, tagliante, tiratore sugli scarichi e in movimento; sia muovendosi dietro alla difesa, sia uscendo dai blocchi, ma anche in situazioni di post per attaccare i mismatch fisici e facendolo attaccare una difesa già mossa. In attacco non c’è un singolo aspetto in cui è veramente eccellente, ma questa capacità camaleontica di poter giocare posizioni e ruoli diversi, adattandosi anche, potenzialmente, ad altre stelle, apre tantissimi scenari per i suoi futuri allenatori, e tanti probabili grattacapi per gli allenatori avversari, che si troveranno a dover affrontare un giocatore potenzialmente troppo rapido per essere marcato da lunghi, troppo fisico per essere marcato da piccoli ed esterni, troppo capace di usare i blocchi sulla palla o lontano da essa per essere marcato da ali non abituate. A tutto ciò vanno aggiunti i miglioramenti al tiro, anche in condizioni non particolarmente semplici, grazie ad un rilascio altissimo e a un ottimo tocco.

Anche qui ovviamente, c’è del lavoro da fare: il ball-handling è buono per un giocatore della sua stazza ed è notevolmente migliorato nel corso della stagione (e degli anni), ma tende ancora a soffrire difese fisiche e aggressive che cercano molto la palla, obbligandolo a dare le spalle al canestro o addirittura a chiudere il palleggio. Tuttavia la base è assolutamente valida e i miglioramenti mostrati nel corso del tempo, uniti a un lavoro di piedi già molto avanzato per l’età, ne sottolineano ampi margini di crescita.

Al ferro finisce bene, ma tende a fidarsi troppo del suo vantaggio atletico e fisico, in NBA potrebbe volerci un periodo di aggiustamento, fisico e tecnico, ma vista la sensibilità nel tocco non dovrebbe essere un problema alla lunga, così come il tiro. Il volume da 3 punti non è stato altissimo in questa stagione, e in generale è stato un tiratore un po’ ondivago, ma gli indicatori (tiri liberi, varietà e versatilità del tiro, tocco) ci dicono che in prospettiva può diventare un buon tiratore.

Insomma, Cooper Flagg è uno di quei prospetti per cui fare pazzie. Un corpo perfetto per la NBA, abbinato a un’attitudine da grande atleta e a una grande intelligenza cestistica. Nei prossimi giorni si giocherà il titolo NCAA con la sua Duke (dove manca da 10 anni), in una carriera che, per quanto brevissima, è già ricca di successi. Flagg ha una mentalità vincente, e questo è evidente a chiunque lo abbia visto giocare. Sarà, verosimilmente, il suo ultimo atto prima di arrivare in NBA, dove troverà una Lega che lo sta aspettando a braccia aperte. In un basket sempre più globale, e che continua a produrre sempre più giocatori non americani, l’attesa verso Flagg è spasmodica. Lui sembra avere le spalle abbastanza grandi da gestirla e farci divertire anche al piano di sopra.

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