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Il Grand Tour del Vicenza in Coppa delle Coppe
11 apr 2018
La grande storia del percorso europeo del Vicenza del 1997/98.
(articolo)
16 min
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Karlsbad, 3 settembre 1786, ore 3 del mattino. Pochi giorni dopo il suo trentasettesimo compleanno, un uomo lascia di soppiatto la città a bordo di una carrozza postale, portando con sé soltanto un portamantello e una valigia. Va via di nascosto verso Zwoda, dove lo accoglie «un mattino e nebbioso, ma bello e tranquillo». È la prima tappa del Grand Tour di Johann Wolfgang von Goethe, che parte sotto falso nome - Philipp Möller – con l’obiettivo di arrivare a Venezia per poi virare verso il sud. Prima di arrivarci, si ferma ad ammirare le opere d’arte del Palladio, restandone incantato. «C’è qualcosa di divino nelle sue strutture, c’è tutta la forza del grande poeta che dalla verità e dalla menzogna ricava un terzo elemento, che ci affascina».

Nel suo viaggio di formazione in incognito - «Varie circostanze mi spingono e mi costringono a smarrirmi in regioni del mondo ove nessuno mi conosca: parto solo, sotto nome incognito, e da quest’impresa apparentemente stravagante mi riprometto il meglio possibile», aveva scritto al duca Karl August – che lo terrà impegnato fino al maggio del 1788, Goethe si innamora di Vicenza, della sua arte, della sua gente, delle sue donne. Nelle pagine di Viaggio in Italia dedicate ai suoi giorni vicentini, arrivati subito dopo la sosta a Verona, lo scrittore tedesco inizia a tracciare un profilo psicologico degli italiani: «Finora ho visto soltanto queste due città italiane, città sorelle, e non ho ancora parlato quasi con nessuno, ma conosco ormai bene i miei italiani. Sono come i cortigiani, che si ritengono il primo popolo del mondo, e per certi vantaggi di cui godono, possono impunemente e placidamente figurarsi di esserlo».

Londra, 16 aprile 1998, qualche minuto dopo le 20.15 locali. L’uomo che ha appena battuto de Goey con un diagonale rabbioso non ha il background culturale di Goethe, eppure è all’ultimo atto del Grand Tour portato avanti insieme ai suoi compagni. È nato ad Aversa ma tutti lo chiamano il Toro di Sora, soprannome che si trascina da qualche anno grazie ai gol segnati in Serie C con la maglia dei bianconeri ciociari. Vive di istinti, di scatti rabbiosi, di giocate intuitive. Non arriva al metro e ottanta ma il gioco aereo lo esalta, le sue frustate di testa hanno un che di esplosivo, come se nei muscoli del collo fosse concentrato del tritolo. È esattamente il ritratto di italiano che ha in mente Goethe. Si ritiene il primo al mondo e può impunemente figurarsi di esserlo. Un anno prima, un suo gol insensato era costato il posto al Maestro Tabarez, scottato dall’impatto con ciò che restava del Milan dell’era Capello. Per fare un gol del genere, devi credere nelle tue capacità fino a ignorare i tuoi limiti. Quando segna a Stamford Bridge, Pasquale Luiso perde ogni freno. Ha la pazienza di aspettare il pallone prima di spararlo in rete, non quella di capire che manca ancora troppo per sentirsi già in finale di Coppa delle Coppe. Zittisce lo stadio, ignaro che non sarà lui a festeggiare a fine gara. Salutare il torneo dopo una semifinale del genere è comunque un successo per il Vicenza, illuminato dalle luci della ribalta continentale.

Sono passati vent’anni e il Vicenza non c’è più. La società è fallita, terminerà il campionato in corso, poi si vedrà. Ora emergono vicende allarmanti, come quelle di alcune plusvalenze acrobatiche portate a termine per provare a nascondere la polvere sotto il tappeto. Spostato quest’ultimo, è rimasta la sporcizia. Ma rimane anche la storia di uno dei club simbolo del nostro calcio, che ha fatto vestire il biancorosso a due futuri Palloni d’Oro come Roberto Baggio e Paolo Rossi. E che, nel 1998, con un allenatore schivo, una squadra organizzatissima e un Toro sgraziato in attacco, ha sfiorato un’impresa.

Prologo: 1996-97

Francesco Guidolin ha avuto quasi sempre la stessa faccia sofferta e una fede feroce nella cultura del lavoro, forse figlia di un amore smisurato per il ciclismo. Il Vicenza gli restituisce una panchina prestigiosa per cancellare il flop al primo giro di giostra in Serie A: esonerato alla decima giornata dall’Atalanta dopo una legnata epocale rimediata in casa del Lecce. Terzo posto e promozione in massima serie (1994-95), annata di assestamento con un eccellente nono posto, quindi una stagione squisitamente guidoliniana.

Si parte con il poker di Marcelo Otero a Firenze, nel tragitto verso la vetta solitaria del campionato c’è lo scalpo della Juve, destinata a vincere lo scudetto a fine anno. Alla decima giornata il Vicenza è solo in testa, fino a fine gennaio riesce a occupare i piani altissimi della classifica prima di una flessione fisiologica. Parallelamente, i berici avanzano in Coppa Italia, superando la Lucchese ai sedicesimi e il Genoa agli ottavi. Ai quarti di finale lo scoglio è rappresentato dal Milan, bastano due pareggi (1-1 a San Siro con bellissimo gol di Ambrosetti, 0-0 al Menti) per raggiungere la semifinale. Il Vicenza vince l’andata in casa con una capocciata d’ordinanza di Roberto Murgita ma il Bologna di Renzo Ulivieri vende carissima la pelle. Scapolo pareggia i conti nel match di ritorno, a 2’ dal novantesimo è il bomber di Coppa dei biancorossi, Giovanni Cornacchini, a trovare il guizzo giusto in area di rigore per andare in finale. L’ultimo atto del torneo è roba per outsider.

Il Napoli, ben condotto da Gigi Simoni, si è sbarazzato dell’Inter ai calci di rigore. I nerazzurri sono in ricostruzione e convincono il tecnico in vista della stagione 1997-98, il rendimento dei partenopei cala improvvisamente e Ferlaino, il 21 aprile, esonera l’allenatore. È quindi Enzo Montefusco, ex mister della Primavera, a guidare gli azzurri nella doppia finale. Da lì a qualche mese, Simoni passerà da un discreto numero 10 brasiliano, Joubert Araujo Martins meglio noto come Beto, autore di un gol pesantissimo contro l’Inter nonostante l’insistenza di Bruno Pizzul nel chiamarlo Caio, a un altro numero 10 brasiliano dall’impatto leggermente superiore sulla Serie A cioè Ronaldo.

Pecchia risolve la sfida del San Paolo, al Menti si radunano 19.144 anime per la gara di ritorno. A ristabilire l’equilibrio nella doppia sfida ci pensa il divo della formazione di Guidolin. Il 1997 è l’anno d’oro di Giampiero Maini, per brevità Gimmy, prodotto del vivaio romanista perfettamente calato nel 4-4-2 del tecnico di Castelfranco Veneto. Fa battere il cuore ad Alessia Merz, showgirl in rampa di lancio, che tifa per lui dagli spalti di mezza Italia davanti alle telecamere di Quelli che il Calcio. Ha un passato a Non è la Rai e da velina di Striscia la Notizia, il ’97 è anche il suo anno d’oro: nelle sale cinematografiche esce infatti Panarea, pellicola irrinunciabile per gli amanti del trash e tutt’ora pilastro dei palinsesti estivi pomeridiani di Italia 1, mentre è in fase di preparazione Jolly Blu, struggente tentativo di Claudio Cecchetto di cavalcare la popolarità di Max Pezzali e degli 883 anche sul grande schermo. Il regista, Stefano Salvati, sceglie Alessia facendole vincere un ballottaggio con Angelina Jolie. Sale disposte a trasmettere il film in tutta Italia: quindici. La love story Maini-Merz procede spedita e Gimmy vola in campo, ma il suo gol da solo non basta a ribaltare l’1-0. Si va ai supplementari e al 118’ è Maurizio Rossi a punire un’esitazione di Taglialatela su punizione di Beghetto, quindi Alessandro Iannuzzi, ex enfant prodige della Primavera della Lazio di Nesta e Di Vaio, chiude i conti con il 3-0. Il Vicenza vince la Coppa Italia e strappa un pass per l’Europa: sarà in Coppa delle Coppe.

Il cambio di proprietà

Il sottofondo dell’impresa calcistica non è dei migliori. Dal settembre del 1996, la proprietà del Vicenza è passata dalle mani della famiglia Dalle Carbonare a quelle della Otto Srl, una finanziaria riconducibile a Gianni Sacchetto, nuovo presidente. A gennaio 1997, il Tribunale di Milano avanza la richiesta di sequestro conservativo delle azioni della Otto Srl. Il 24 febbraio Pieraldo Dalle Carbonare e il fratello Sebastiano finiscono ai domiciliari per i reati di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio nell’ambito delle indagini sul fallimento della Fisac Srl. Il caso diventa di portata nazionale con l’arresto del 27 aprile, effettuato dalla Guardia di Finanza, in relazione al fallimento della società Trevitex: dietro le sbarre finisce anche Gianni Sacchetto che, secondo gli inquirenti, sarebbe soltanto un prestanome di Pieraldo Dalle Carbonare, ancora patron occulto del club. Mentre il Vicenza raggiunge uno dei punti più alti della sua storia calcistica, le vicende societarie gettano ombre sul futuro.

Anche un altro veneto come Silvan non se la passa benissimo in quei giorni: il Club magico vuole togliergli la presidenza.

In estate arrivano i nuovi proprietari e il calcio italiano inizia a scoprire le proprietà straniere. A rilevare il Vicenza all’asta, per 22 miliardi e 753 milioni di lire, è la Stellican, il cui presidente e amministratore delegato risponde al nome di Stephen Julius. Inizialmente, nessun dettaglio sui reali mandanti dell’operazione: «I soci sono quattro: la Stellican, che è una società di investimento; Robert Hersov, mio carissimo amico e amministratore delegato di Telepiù; la Csi Limited, che si occupa di acquisto, vendita e distribuzione di diritti televisivi; e una società che ha un’importante partecipazione in un club calcistico europeo. Ma non posso fare nomi – conclude Julius – perché è una società quotata in Borsa e non c’è ancora il benestare delle autorità della City».

l toto-socio impazza, c’è addirittura chi paventa l’ingresso di Mediaset in società per gli ottimi rapporti tra Julius e Adriano Galliani. Buoni uffici che saranno confermati dal mercato – Maini in rossonero per sei miliardi di lire, Coco e Ambrosini in prestito al Vicenza – ma non andranno oltre: dietro all’acquisto del Vicenza c’è la Enic (English National Investment Company), che ha in Daniel Levy, futuro presidente del Tottenham, uno dei suoi uomini di punta. Il gruppo ha importanti partecipazioni anche in altri club europei (Rangers, Aek Atene, Sparta Praga) e vuole ripartire da Guidolin, cercando però di ridurre al minimo gli investimenti di mercato e preparando l’ingresso in Borsa del Vicenza.

La stagione

L’estate societaria è turbolenta, i giocatori si distraggono come possono. Uno dei punti fermi del Vicenza è Fabio Viviani, che per Guidolin è l’equivalente di un coltellino svizzero: può essere usato in ogni modo. Centrocampista, libero, addirittura terzino. Va in vacanza a Londra insieme a Mimmo Di Carlo, uno dei segreti del giocattolo perfetto faticosamente costruito negli anni da Guidolin, e a Roberto Murgita, ceduto al Piacenza nell’operazione che porta in biancorosso Pasquale Luiso. «Ho girato per la città, ho fatto spese» racconta Viviani «e mi sono fermato casualmente nel ristorante abituale di Vialli. Abbiamo visto nel menu gli Spaghetti alla Vialli e ci è venuta l’idea di lasciare un bigliettino: “Caro Vialli, ci vediamo in finale”, c’era scritto».

Il Chelsea è una delle favorite principali per la vittoria finale, con il forte marchio italiano rappresentato da Vialli, Zola e Di Matteo. Per la Germania c’è lo Stoccarda, la Spagna presenta il Betis Siviglia, la Francia il Nizza ma c’è da tenere d’occhio anche alcuni club dell’Est, come Slavia Praga e Lokomotiv Mosca. La prima urna è benevola, dice Legia Varsavia. Il rinnovato Vicenza è pronto a dire la sua. Sartor è andato all’Inter, Lopez alla Lazio, D’Ignazio all’Udinese. Guidolin deve reinventare la difesa, oltre a Coco arrivano in dote un veterano come Dicara e il giovane Stovini. Il prestito di Roberto Baronio puntella il centrocampo, Schenardi è l’usato sicuro per la fascia destra, i nomi che lasciano il segno sono altri due: Lamberto Zauli e Pasquale Luiso.

Il Toro di Sora apre le marcature il 18 settembre 1997 contro i polacchi, Ambrosetti fissa il 2-0. In Polonia c’è da faticare dopo il bel destro a giro di Kacprzak, ci pensa Anatrone Zauli a chiudere un contropiede con il rasoterra dell’1-1. Esulta in maniera disordinata, sfogando la propria gioia con i compagni. La squadra parte benissimo anche in campionato, sbanca San Siro con un gol su punizione di Re Artù Di Napoli, icona dei talenti di provincia anni ’90 sprecati per eccesso di discontinuità, poi si siede sui risultati ottenuti nella prima fase della stagione. In mezzo, l’agevole doppio confronto con lo Shakthar Donetsk, ancora non toccato dalla rivoluzione di Mircea Lucescu e squadra decisamente poco competitiva in ambito europeo. Dal 6 novembre al 5 marzo non si gioca più in Coppa delle Coppe e il Vicenza vive una crisi profonda in campionato. Perde cinque partite in sei giornate alla fine del girone d’andata, che diventano otto in undici estendendo il bilancio oltre il giro di boa. In uno dei rari momenti di sollievo nel ciclo terribile, un soffertissimo 1-0 all’Empoli (Luiso all’89’), Guidolin lascia sfogare tutta la sua frustrazione: «Ce la sto mettendo tutta per arrivare al traguardo, ma se non sono capito dalla gente sto male e non avrebbe senso restare sino alla fine. Se un altro al mio posto è capace di promettere più della permanenza in A, sono pronto a lasciargli il compito». Secondo il tecnico, l’ambizione avrebbe stritolato il Vicenza. «Siamo rientrati nella nostra dimensione in modo brusco. Abbiamo vissuto sovradimensionati per tanto tempo, ora siamo nella fascia che più ci compete perché non abbiamo la struttura societaria del Parma o dell’Udinese. A giugno il futuro della società era un punto interrogativo, come potevamo dire a Lopez, Sartor o Maini di restare? Siamo calati nella nuova realtà, quella di lottare per la salvezza».

È un reset mentale che fa bene alla squadra, in grado di ipotecare l’accesso alle semifinali di Coppa delle Coppe già nell’andata dei quarti di finale: 1-4 in casa del Roda, punteggio nettissimo che provoca l’esonero del tecnico degli olandesi, il promettente Martin Jol. Il ritorno è una formalità (5-0), in gara restano Chelsea, Stoccarda e Lokomotiv Mosca.

La doppia semifinale

«So chi vorrei non incontrare: il Chelsea», dice Francesco Guidolin subito dopo il 5-0 rifilato al Roda. «Se potessi scegliere, direi Lokomotiv Mosca», aggiunge il tecnico. Non senza una piccola dose di amarezza, tipica del personaggio: «Questo exploit significa che bisogna cambiare il tecnico per il campionato. Io resto per la Coppa. A Bologna abbiamo giocato da cani, se continuiamo così non facciamo più un punto».

Quando l’urna sputa il nome del Chelsea, Guidolin suona uno degli spartiti che conosce meglio, quello del basso profilo. «A Londra stanno mettendo in fresco lo champagne. Spero di portare a Stamford Bridge un Vicenza ancora in corsa per la salvezza». Alla guida dei Blues non c’è più Ruud Gullit, bensì Gianluca Vialli, calatosi nei panni di player-manager a stagione in corso. L’ex Juve è in lotta per il titolo di capocannoniere della competizione, con lui c’è il duo Bobic-Akpoborie dello Stoccarda e Pasquale Luiso. Il centravanti del Vicenza è l’unico che trasuda ottimismo: «Loro sono probabilmente i più forti delle quattro superstiti, mi va bene trovarli in semifinale: dovessimo passare, andremmo in finale convinti di poter vincere. E dovranno preoccuparsi del capocannoniere». Vialli replica in doppia veste: «Conosco bene i metodi di Guidolin e non è il caso di guardare la classifica, è evidente che il Vicenza non ha problemi a esprimere il meglio in coppa. Pur non avendo superstar sono una squadra vera, molto ben organizzata. Luiso sta facendo sfracelli, mi ha superato come miglior cannoniere e sono pronto a lasciargli il titolo. Naturalmente in cambio della coppa».

Sono giorni pazzeschi per il Vicenza, rimbalzano voci incontrollate. Da un misterioso sceicco di Dubai pronto a offrire 30 miliardi per rilevare il club al sondaggio del Barcellona per Ambrosetti. Le reti di Sinclair e Di Matteo danno al Chelsea la vittoria in finale di Coppa di Lega contro il Middlesbrough, i 120 minuti necessari per risolvere la sfida di Wembley pesano nelle gambe dei londinesi e Vialli decide di mettersi in formazione in tandem con Zola: «Avevo scelto di non giocare la finale da una settimana, lo stress del doppio ruolo si fa sentire. Ma adesso sono il più fresco, non ho i 120 minuti nelle gambe e giocare continua ad appagarmi di più». Dopo 10’ di buon Chelsea, il Vicenza prende le misure per poi passare al quarto d’ora.

Sul lancio lungo di Viviani, reinventato terzino sinistro da Guidolin e capace di agire da regista occulto della squadra, Zauli sfrutta una delle qualità che lo rendono un’anomalia. Trequartista di quasi 1.90 in una Serie A che stritola l’estro del fantasista per incanalarlo nell’ideologia dominante del 4-4-2, si è reinventato perfetto partner d’attacco di Luiso. Quando parte la sventagliata dalla fascia, Zauli prende il tempo a Duberry e riesce a mettere giù il pallone con una giocata a metà tra il miglior Ibrahimovic e l’Ispettore Gadget. Le sue gambe troppo lunghe per un ruolo dai canoni estetici ben precisi - baricentro basso, rapidità di passo e di esecuzione – gli permettono di arrivare dove altri calciatori non sarebbero arrivati. Zauli riesce a mantenere miracolosamente il controllo del corpo, danza in area allungando il piede per evitare il rientro di Lebœuf e calciando in diagonale col mancino. Rivedere questo gol lascia una sensazione strana. Il movimento di Zauli è armonico e legnoso allo stesso tempo, pare di sentire il rumore di qualcosa che cigola nel momento in cui raccoglie il corpo per piazzare la stoccata decisiva.

Luiso va vicinissimo al raddoppio nella ripresa, è de Goey a tenere il Chelsea in vita in attesa della sfida di ritorno, poi il palo sorride a Brivio sul tiro-cross di Zola. Due settimane dopo, Vialli traccia la strada con prudenza. «Dobbiamo cercare l’1-0, e non importa se verrà all’ottantacinquesimo. L’1-0 ci assicura i supplementari, magari i rigori: finché il Vicenza non segna, va bene».

Non ha fatto i conti con Zauli e Luiso. Al 32’, il fantasista è circondato da tre avversari e procede a passo lento. Poi di colpo cambia ritmo puntando la porta. Alza la testa, vede i movimenti dei suoi compagni e opta per una scucchiaiata verso Ambrosetti. Nella zona delle operazioni c’è anche Luiso, che magari non avrà letto Goethe ma in quel momento si sente davvero il migliore del mondo. Forse urla qualcosa al compagno di squadra, che rincorre il pallone senza mai calciarlo. Arriva il Toro e lo sbatte in porta, prima di zittire Stamford Bridge in una rivisitazione di Batistuta al Camp Nou.

A posteriori, è un peccato di hybris che ribalta l’equilibrio della contesa. Poyet pareggia subito, Vialli e Zola confezionano il 2-1 in avvio di ripresa, la vecchia volpe Mark Hughes chiude i conti. In mezzo, un gol annullato al Vicenza, tante occasioni sprecate, l’inevitabile rammarico per ciò che poteva essere. Lo scoramento pervade Guidolin. «Ci ho messo dieci anni per vincere la Coppa Italia, Vialli solo due mesi per la Coppa di Lega. Con la stessa differenza di tempo conquista anche una finale europea, si vede che è più fortunato e vincente di me».

Non si abbandona mai al ritornello sui meriti, rende onore agli avversari, non recrimina per la rete annullata. «Il Chelsea è più forte, bisogna dirlo. Non mi resta che fargli gli auguri per la finale con lo Stoccarda». Vialli vincerà anche quella con un gol di Zola, appena entrato dalla panchina, Guidolin lascia il Vicenza a fine stagione, tingendosi di biondo per la salvezza centrata. Un gesto in totale contrasto con il personaggio schivo che è sempre stato. «Avevo promesso di farmi biondo in caso di salvezza. Me ne vado perché sentivo che era arrivato il momento di farlo. È una scelta che mi è costata molto e alla quale ho cominciato a pensare quattro mesi fa, quando non avevo contatti con alcun club. Mi sono chiuso in me stesso e mi sono chiesto se era giunto il momento conclusivo della mia esperienza vicentina. Ero vicinissimo alla scelta che ho fatto oggi ma poi, al termine di una partita in cui i tifosi mi avevano applaudito intensamente, mia moglie mi disse: "Non vedi? Questa gente ti adora". Volevo lasciare in A il Vicenza e ce l’abbiamo fatta. Non mi sono mai sentito così amato come in questa città». Il Vicenza non conoscerà più una simile gloria, il Grand Tour di Pasquale Luiso si interromperà a Stamford Bridge, Francesco Guidolin continuerà a frequentare i campi di mezza Europa, sfiorando la crisi di nervi dopo l’ennesimo preliminare di Champions League perso alla guida dell’Udinese.

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